Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Il Rigoletto/Strano virus il pensiero

Vivere significa riflettere, interrogarsi, senza chiudersi allo stupore, alla meraviglia. E Lidia Sella, ancora una volta, Io fa anche per noi.

Il mistero del creato, la palude del quotidiano, il demone proteiforme dell'Amore generano in lei un pensiero che non accetta sistemi né definizioni, ger. mina e ramifica in autonomia.

Con ironia, e coraggio, il suo sguardo si posa sui fondamenti dell'essere (Spaziotempo, Naturacoscienza, Casodestino...). E sbriciola le sbarre della nostra prigione.

Tra le maglie di questo percorso, in una successione di labirinti e lampi sull'abisso, è la parola a segnare il cammino. Una parola anche poetica, che coniuga filosofia e scienza e, mentre indaga fra le pieghe del reale o fluttua nel pulviscolo dell'immaginario, scopre insolite prospettive, raccoglie nuovi grani di significato.

L'AUTRICE

LIDIA SELLA
Lidia Sella, giornalista, scrittrice, poetessa (www.lidiasella.it), è nata a Milano, dove vive e lavora.
Ha collaborato con alcuni quotidiani e numerose riviste. Ha scritto due libri per il gruppo Rizzoli: Amore come (Sonzogno, 1999) e La Roulette dell'Amore (Bur, 2000). Ha pubblicato per La Vita Felice due sillogi poetiche, con postfazione di Armando Torno, ormai alla sesta edizione: La figlia di Ar. Appunti interiori (2011) ed Eros, il dio lontano. Visioni sull'Amore in Occidente (2012). Entrambi i testi si sono aggiudicati diversi premi e riconoscimenti.

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POSTFAZIONE

«Monoteismo, monogamia: monotonia della monomania» dice Lidia Sella nelle pagine di questo volume dedicate a Religionespiritualità. Evidentemente, anche lei non ama quella che Adonis, il grande poeta del mondo arabo contemporaneo, chiama «visione monocromatica del mondo» (vedi, per esempio, il suo Violenza e Islam. Conversazioni con Houria Abdelouahed, Guanda, Milano 2015). Una personale "religione del dubbio" spinge Lidia a riscoprire l'intrinseca pluralità della condizione umana: un caleidoscopio che coraggiosamente resiste all'incubo di qualsiasi monomania. Del resto, in un altro suo libro ha scritto: «Orme latine/ nella radice lib?/ Libido, libagione,/ nessun piacere/ senza libertà» (La figlia di Ar, La Vita Felice, Milano 2011).


Nel titolo di questa sua nuova fatica colgo un'eco delle provocatorie idee di Richard Dawkins circa il ruolo dei "memi" che costituiscono le unità base della cultura, come lo sono i geni per il vivente. Il virus del pensiero contagia le menti più diverse, generando differenze e complessità, ed è così che ci salva dalla monotonia.


La forte laicità che scaturisce dal ragionamento poetico di Lidia Sella non mira, però, alla sterile contrapposizione tra libero pensiero e religione istituzionalizzata; piuttosto, lei potrebbe far sua quell'altra battuta di Adonis per cui «la religione non è una identità». Nessuna religione. E se si assume tale atteggiamento critico, c'è ancora posto per una nostalgia del vecchio Dio che, una volta «accesa la miccia del Big Bang», si è rifugiato in qualche piega dello spazio-tempo di cui trattano i fisici! Ma così facendo il Signore dell'universo ha lasciato l'ambiguo dono della libertà alle sue creature; però, al tempo stesso, ha ceduto il proprio ruolo a «presuntuose divinità» avide di «colonizzare il cosmo».


C'è metodo, dice Lidia Sella, anche nel delirio. Sono tali divinità, partorite da un'immaginazione nutrita di terrore, che hanno prodotto non solo confusione, ma soprattutto discriminazione: come quella tra puro e impuro, che dà per scontato che solo il primo sia degno dell'essere e che il secondo, invece, debba venire inesorabilmente stroncato. Giocando sul legame etimologico tra puro e irOp (termine greco per "fuoco"), Lidia evoca una delle figure filosofiche più tragiche, quella di Giordano Bruno, il teorico dell'universo senza confine popolato da innumerevoli sistemi solari. Nel carcere dell'Inquisizione era solito condurre i suoi sventurati compagni di prigionia a spiare il cielo da una finestrella e indicava una stella dopo l'altra, «dicendo che quella era un mondo e che tutte le stelle erano mondi». Chi si prenda la briga di sfogliare il bellissimo volume di Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno (a cura di Diego Quaglioni, Salerno Editrice, Roma 1993) si imbatterà nel ritratto di quel «publico heresiarca, et non già intorno ad articoli leggeri, ma intorno alla incarnazione del Salvator nostro et alla santissima Trinità», come recita il verbale del Collegio veneziano del 22 dicembre 1592. Davvero terribile virus il pensiero! Tradotto a Roma, Giordano sarebbe stato ridotto in cenere il 17 febbraio 1600. Come racconta una testimonianza dell'epoca: «Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbruggiato vivo quello scelerato frate domenichino da Nola». Ma mentre il fuoco avrebbe dovuto spegnere il contagio, lo scellerato era riuscito ancora a dichiarare «che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso».


La poesia di Lidia invita chi legge a seguire la traiettoria di quel fumo, senza alcuna preclusione ideologica, o discrimina zione politica, e senza alcuna forma di scientismo. E il paradiso, per lei, non è altro che il territorio della parola. L'autrice non dimentica mai che anche la più audace e sottile filosofia «è figlia della materia». Del resto, con un editto romano (7 agosto 1603) l'Indice dei libri proibiti doveva venire aggiornato in modo da includere proprio «tutti i volumi del Nolano». Di nuovo, la paura si rivela compagna ineliminabile della monomania. Però, quell'editto contiene, senza intenzione, anche il riconoscimento della forza della pagina scritta o stampata. Perché un grande libro, ci dice Lidia, è «incontro alchemico/ di anime/ inchiostro/ e sangue». Per questo è invincibile.

 

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