Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Suicidio, viltà o coraggio? Storie di 25 scrittori per infrangere il tabù

L'ultima pagina

Da Vladimir Majakovskij a David Foster Wallace, da Cesare Pavese a Virginia Woolf: le storie di venticinque scrittrici e scrittori che hanno posto fine alla loro vita. Persone molto diverse tra loro anche rispetto al tema della morte.  C’è chi aveva perseguito razionalmente l’atto finale del suicidio passando il tempo a teorizzarlo; chi sembra non aver resistito a una serie di disgrazie terribili; chi portava in sé un dolore emotivo che temeva inguaribile. Elemento comune, una insopportabile sofferenza che troppo spesso e irrispettosamente è stata etichettata come “depressione”.

Raccontare queste esistenze è un atto di riconoscenza per gli scritti che ci sono stati lasciati, e insieme un atto di riparazione per l’ipocrisia di una società che ritenendo il suicidio un gesto inaccettabile continua a operare intorno a esso ogni sorta di manipolazione, dall’occultamento alla sottovalutazione, quando non arriva addirittura all’ostracismo riguardo alle opere e alle figure dei suicidi.

L'autrice

Susanna Schimperna

susanna schimperna
 

Giornalista, scrittrice, autrice e conduttrice di programmi radiotelevisivi, astrologa. Tra i suoi libri, Castità, Feet, Le amicizie amorose, Abbandonati e contenti, Perché gli uomini mentono, Piccolo dizionario dell’Eros, Cattivi Pensieri, Il mio Volo Magico con Claudio Rocchi, Eterne adolescenti, Coincidenze d’amore.

 

 

Editore: Iacobellieditore

Collana: Frammenti di memoria

Pagine: 208

Data di pubblicazione: maggio 2020

Isbn: 9788862525329

L'ultima pagina Susanna Schimperna Iacobellieditore Rigoletto
 

L'ultima pagina, Susanna Schimperna per Iacobellieditore

 

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO SU AFFARITALIANI.IT:

Introduzione

Il suicidio è ancora un tabù. Anzi, lo è forse addirittura più di un tempo, quando andare incontro alla morte poteva essere giustificato da una forte fede religiosa che imponeva di diventarne testimoni, cioè martiri, da un amore senza speranze che richiedeva l’obbedienza a un patto estremo di fedeltà, da un credo politico esasperato, da un onore che sarebbe stato macchiato per sempre e soltanto l’atto supremo riusciva a preservare immacolato. In tutti i casi, uccidersi o lasciarsi uccidere significava non rinnegare, non abiurare. Un valore positivo.

Così, a fronte di chi criticava il sacrificio, tanti altri ammiravano il coraggio e la coerenza. Non si parlava di suicidio, bensì, appunto, di sacrificio. Una scelta operata in nome di qualcosa di più grande, alto, importante. Per questo e soltanto per questo la società poteva consentire l’autouccisione, e per il singolo la vergogna ribaltarsi in vanto, lo scandalo in gloria. [...] Tra le domande da porsi c’è quella se dietro al tabù non ci sia il terrore di una libertà assoluta, che proprio in quanto assoluta è incontrollabile.

L’individuo che sceglie la morte non può essere fermato, ricattato, assolto o condannato. In un attimo si è sottratto a ogni giudizio e responsabilità. E da dove è andato, che sia un piano diverso di esistenza o il nulla, se la ride di ciò che pensiamo di lui. Per sintetizzare i principali punti di vista sul suicidio, tre scrittori appartenenti a epoche diverse: Platone, Voltaire e Edward Morgan Forster.

Platone sostiene che non possiamo disporre della nostra vita: l’uomo è un prigioniero che non ha il diritto di aprire la porta della sua prigione e fuggire. E ancora: il suicida è un vile, quindi avrà sepoltura ignominiosa poiché per debolezza e pavidità ha privato il suo più prossimo parente e amico, cioè se stesso, della vita e del corso del suo destino.

Voltaire ammette che il suicidio non sempre sia follia, ma aggiunge, pungente come suo solito, che in generale non è in un accesso di ragione che ci si ammazza.

Forster pensa alle conseguenze, e dice che il lato delittuoso del suicida è soprattutto nell’indifferenza per i sentimenti di quelli che restano.

La viltà, l’offuscamento della ragione, il non preoccuparsi di chi soffrirà. Tutto vero ma anche no. Perché potrebbe essere necessario molto coraggio, potrebbe non esserci alcun obnubilamento ma lucidità e programmazione, e per ciò che riguarda quelli che restano, in alcuni casi il suicidio è contro di loro, è un grido di disillusione, una rivalsa. Magari persino una vendetta.

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