Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Stupri, violenze, abusi: le marocchinate raccontate dalle donne siciliane

Le ciociare di Capizzi, Iacobellieditore

Marinella Fiume fa parlare le donne siciliane che raccontano “le marocchinate” subite durante la Seconda guerra mondiale per opera dei Goumiers (marocchini dell’esercito francese) nel corso della loro avanzata in occasione dell’operazione Husky.

Lo stupro a danno delle popolazioni civili durante i conflitti armati è strumento di guerra, anche se spesso nascosto e ignorato come crimine di guerra. Le donne sono considerate parte del bottino di guerra, lo stupro viene minimizzato come naturale conseguenza del fatto che gli uomini sul fronte sono lontani dalle loro famiglie, che i soldati meritano un compenso alle loro fatiche, un sollievo allo stress. È un modo “naturale” di dimostrare il loro coraggio e la loro virilità. Il fenomeno diffuso dei bordelli di guerra al seguito degli eserciti ne è una dimostrazione. Insomma il fenomeno è ancora una volta frutto dello stereotipo patriarcale secondo cui la violenza appartiene al maschio e subirla è destino delle donne, sempre inevitabili vittime.

A raccontare tutto questo non sono le carte degli archivi, né gli scrittori o i registi, ma le nipoti e i nipoti di quelle donne, quelle che, in Sicilia, non hanno mai raccontato né denunciato e si sono portate nella tomba il peso del macigno che ha gravato per tutta la vita sul loro cuore.

 

L'autrice

Marinella Fiume 

Nata a Noto (Sr), laureata in Lettere classiche, è dottore di ricerca in Lingua e letteratura italiana. È stata sindaca del Comune di Fiumefreddo di Sicilia (Ct) e socia fondatrice e presidente dell’Associazione fiumefreddese antiracket e antiusura “Carlo Alberto Dalla Chiesa”. Già responsabile della Commissione Arte e cultura della Fidapa e presidente del Soroptimist “Val di Noto”. Ha pubblicato saggi, biografie, racconti, romanzi, sceneggiature, canzoni; nella rivista Notabilis cura la rubrica fissa “Donne che ballano coi lupi”. Ha ricevuto diversi premi per il suo impegno sociale e la sua produzione letteraria, tra gli altri, il Premio “Franca Pieroni Bortolotti” della Società delle Storiche e del Comune di Firenze (2000). Tra le sue opere: Feudo del mare La stagione delle donne (2010); Di madre in figlia – Vita di una guaritrice di campagna (2014); La bolgia delle eretiche (2017); Ammagatrìci (2019).

Editore: Iacobellieditore

Collana: Frammenti di memoria

Anno edizione: 2020

In commercio dal: 6 agosto 2020

Pagine: 128 p., Brossura

EAN: 9788862525275

Le ciociare di Capizzi Marinella Fiume Rigoletto
 

Le ciociare di Capizzi, Marinella Fiume per Iacobellieditore

 

LEGGI UN ESTRATTO SU AFFARITALIANI.IT:

Tutto ebbe inizio nel luglio del 1943

Il 29 luglio, le retroguardie dell’Asse bloccavano il XVI Reggimento di Taylor in contrada Pancallo su tre alture tra Nicosia e Capizzi ma, a causa del terreno fangoso per le forti piogge, l’armata americana fornita di mezzi meccanici non poteva procedere mentre si poteva avanzare solo a piedi o a cavallo. Il 30 luglio il IV Tabor attaccò Capizzi insieme al XVI Reggimento americano. Gli italiani del V Reggimento fanteria Aosta opposero resistenza contro il LXVI Goum che conquistò la città solo il giorno dopo, coperto dal fuoco dell’artiglieria americana. Essendosi spostato il campo di battaglia verso le zone di montagna dei Nebrodi, gli Alleati si servirono dei goumiers particolarmente abili negli spostamenti a piedi e a cavallo.

Si temevano i bombardamenti, perciò si sfollava in campagna, ma nessuna bomba cadde fortunatamente sul paese, secondo le testimonianze per intercessione miracolosa di san Giacomo Apostolo Maggiore, patrono del paese, la cui festa con la tradizionale processione della vara, tra le più antiche di Sicilia, quel 26 luglio non poté aver luogo.

[...]

L’arrivo delle truppe franco-coloniali è stato preceduto dalla loro triste fama di cui hanno dato prova sulla statale Licata-Gela già sin dal loro sbarco avvenuto a Licata il 13 luglio e dall’avanzata nei giorni successivi attraverso le montagne tra Agrigento e Palermo, Naro e Canicattì, poi verso Mussomeli e Lercara Friddi, quindi Resuttano e Alimena, Gangi, Nicosia.

Nel corso della loro avanzata, il rapporto con la popolazione civile era stato caratterizzato da furti, rapine, incendi, devastazioni e ogni genere di violenze. Era il loro modo di concepire la guerra e questa guerra non era sentita nemmeno come propria.

Da qui la preoccupazione e l’allarme della popolazione, già provata dalla guerra e dalla fame, i cui figli più validi erano ancora al fronte.

La scelta di rifugiarsi nelle contrade di campagna per mettersi al sicuro dai bombardamenti non li salvò dalle scorrerie, dalle razzie e dalle violenze dei marocchini che anzi, in gruppi, depredavano i casolari e battevano proprio la campagna in cerca di cibo e donne.

Già la loro sola vista era motivo di paura per la popolazione civile a causa della diversità dei loro costumi rispetto alle consuete uniformi dei soldati note a tutti: indossavano infatti il caratteristico burnus arabo, una specie di saio e una djellaba, tunica di lana verde a bande verticali multicolori, un turbante di stoffa avvolto intorno al capo, alcuni un elmetto, ai piedi sandali di legno e corda che accompagnavano il loro rumoroso passare con un ossessivo rumore.

Legati tra loro da vincoli tribali e di parentela, descritti per lo più come di bassa statura ma assai forti, andavano per le campagne in gruppi, («non li trovavi mai isolati»), tanto più era difficile difendersi da loro. Mangiavano tutto quello che i boschi concedevano spontaneamente o ciò che il faticoso lavoro dei contadini aveva lasciato sui campi e depredavano le greggi degli allevatori e dei pastori nonché gli animali domestici delle fattorie.

In quanto tribù montane berbere della catena montuosa dell’Atlante, non conoscevano quasi la fatica, abituati com’erano alle lunghe marce a piedi tra le alture e anche per via dell’addestramento sulle montagne.

Erano equipaggiati con armi americane, mitra Thompson cal. 45 mm e mitragliatrice Browning 12,7 mm, ma preferivano il coltello alle armi da fuoco: portavano infatti il koumia, tipico pugnale ricurvo con cui in battaglia sgozzavano e mutilavano il nemico servendosi anche delle baionette.

Vengono descritti con una certa precisione dagli intervistati: non assomigliavano a nessuno dei soldati che avevano visto, non erano né italiani né tedeschi, né inglesi, francesi né americani e non avevano le loro divise composte da giacca e pantaloni come loro. Erano “ladi” (brutti), coi capelli unti e intrecciati e le barbe lunghe; secondo alcuni portavano orecchini alle orecchie e al naso. Dalle testimonianze si rivela solo qualche oscillazione sul colore della pelle, per alcuni “bruna”, per altri “nerastra” o “nera” o anche “nerissima”, “come il carbone”, con la naturale enfasi dettata dalla paura e dall’opacità del ricordo a tanta distanza di anni dai fatti. Erano bruni come quei mori infedeli, anch’essi armati di pugnali, le tuniche e la testa avvolta in un turbante, che san Giacomo mata­moros sterminò, calpestandoli poi sotto gli zoccoli del suo cavallo.

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