Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Cicerone, primo discorso pubblico: "Orazione sul comando di Pompeo". Il libro

Nel 66 a.C. Cicerone è pretore e pronuncia il primo discorso pubblico della sua carriera, dopo aver già riportato negli anni precedenti importanti successi in tribunale. L’occasione è offerta dalla proposta di legge del tribuno della plebe Gaio Manilio di attribuire a Pompeo un comando straordinario nella guerra contro Mitridate, l’inafferrabile re del Ponto che da più di vent’anni teneva Roma in scacco minacciando i suoi domini in Oriente. Cicerone prende la parola a sostegno della legge, inserendosi in un acceso dibattito politico tra i più convinti difensori delle prerogative del senato e quei gruppi sociali – popolo e ceto equestre – che reclamavano un uomo solo al comando per porre fine alla grave crisi economica provocata dal protrarsi del conflitto mitridatico. Nel celebrare Pompeo, Cicerone ritrae l’uomo “divino”, il comandante ideale più volte artefice della salvezza di Roma, la figura nella quale l’indiscusso primato militare si sposa con le più alte doti di humanitas.
Con un discorso dalla prosa fluida e brillante, in cui lo scorrere dell’argomentazione lascia ampio spazio alla riflessione teorica sull’economia e sul buon governo dell’impero, Cicerone contribuì in maniera determinante all’approvazione della legge, assicurandosi l’appoggio di Pompeo per la sua corsa al consolato: appena tre anni dopo, proprio a Cicerone sarebbe toccato di mettere in salvo la res publica dalla mortale minaccia di Catilina.

A cura di 

Tommaso Ricchieri si è formato alla Scuola Normale Superiore di Pisa ed è assegnista di ricerca presso l’Università di Padova. I suoi principali ambiti di ricerca riguardano Cicerone, l’oratoria romana di età repubblicana e Tito Livio. Ha pubblicato articoli sulle Verrine e sul Brutus di Cicerone e si è inoltre occupato di problemi filologici ed esegetici nei poeti di età augustea e imperiale (Ovidio, Virgilio, Stazio) e della fortuna di Virgilio nel Novecento.

Introduzione di 

Gianluigi Baldo

Insegna letteratura latina all’Università di Padova. È studioso di Virgilio, Ovidio e Orazio, di Cicerone e Tacito. Ha pubblicato, fra l’altro, l’edizione commentata di Cicerone, In Verrem ii 4 (Firenze 2004). Di recente ha diretto la prima edizione moderna del De re anatomica di Realdo Colombo (Paris 2014).

 

Autore 

Cicerone  nasce ad Arpino nel 106 a.C. Studia a Roma, ad Atene e a Rodi con i maggiori maestri dell’epoca: retorica, filosofia, eloquenza, diritto. La sua carriera forense si svolge parallelamente a quella politica: è questore, edile, pretore, console. Sostenitore di Pompeo, dopo la sua uccisione si ritira a vita privata. Alla morte di Cesare, Antonio e i filocesariani lo ritengono responsabile morale della congiura. I sicari di Antonio lo uccidono il 7 dicembre del 43 presso la sua villa di Formia. Vastissima la sua produzione, retorica e filosofica. Tra le opere più famose: In difesa di Milone, In difesa di Marco Celio, i cicli delle Verrine, delle Catilinarie, delle Filippiche, il Bruto, l’Oratore, le Tusculane, La natura degli dei, La vecchiaia, L’amicizia, Il fato, La divinazione, I doveri, La repubblica.

 

Orazione sul comando di Pompeo

di Cicerone

editore Letteratura universale 

pag. 144

14 euro

2970172
 

ELOGIARE IL CAPO SOTTO LA REPUBBLICA: CICERONE E LE VIRTÙ DEL COMANDO

L'orazione sul comando di Pompeo (De impecio Cn. Pompei) rappresenta un esordio, analogo a quello, brillan­tissimo, che quattro anni prima, nel 70 a.C., aveva visto Cicerone tenere la sua prima — e unica — requisitoria so­stenendo l'accusa contro Verre. In quel caso si trattava di un discorso davanti a un tribunale penale, in questo caso di un'orazione di genere deliberativo, volta a influenzare le decisioni di un'assemblea popolare, quindi di un organo non giudiziario ma politico. In particolare, Cicerone deve convincere i membri dell'assemblea popolare a votare a favore di una proposta di legge, presentata dal tribuno Manflio, che prevedeva l'assegnazione a Pompeo del co­mando unico nella guerra contro Mitridate, re del Ponto. Siamo nel 66 a.C. e già nel corso dell'anno precedente Pompeo aveva potuto esercitare poteri straordinari nella lotta per mare contro i pirati -- lotta che aveva prodotto ottimi risultati'. Si trattava dunque, di fatto, di prolunga­re questa condizione di straordinarietà politico-militare, e Cicerone sceglie di enfatizzare questo aspetto: in tempi di emergenza nazionale, servono individui dotati di eccezio­nale virtù. Ecco quindi che, incastonato al centro dell'o­razione, c'è un emblematico "pezzo" in cui la figura di 

Pompeo viene celebrata con dovizia di esempi. Per far comprendere la necessità indifferibile di continuare il con‑

flitto contro Mitridate (5 27 quare esset hoc bellum genere

ipso necessarium, magnitudine periculosum), Cicerone di­pinge uno scenario di guerra spaventoso: la posta in gioco

è, né più né meno, il destino stesso di Roma, legato all'as­setto della sua economia e della sua finanza. L'oratore, in realtà, vuole, con grande accortezza, focalizzare progressi­vamente il suo discorso su Pompeo, ridimensionando il ruolo del suo predecessore Lucullo nel medesimo scac­chiere di guerra. Così, nella mente dell'ascoltatore, è ben chiaro come si renda necessario un upgrade qualitativo: resto ut de imperatore ad id bellum deligendo ac tantis rebus praeficiendo dicendum esse videatur (§ 27). La pro­posizione del tema è pretestuosa, perché la scelta è già fatta, e propriamente non è nemmeno una scelta: con la sua grandiosa virtù, Pompeo si staglia ben al di sopra non solo dei suoi contemporanei, ma dei Romani di ogni tem­po, e dunque quae res est quae cuiusquam animum in hac causa dubium facere possit? (5 27).

È ovvio che, con questa premessa, tutta la successiva trattazione delle virtù dell'ottimo generale si porrà non come criterio di individuazione del miglior comandante, ma come esaltazione della grandezza di Pompeo, come asseverazione della sua unicità. Le quattro virtù inizialmen­te evocate (5 28), scientia rei militaris, virtus, auctoritas, felicitas, ricevono una trattazione asimmetrica e non ordi­natamente distribuita nella tessitura del discorso: la scientia rei militaris è appresa da Pompeo sul campo, senza neces­sità di una formazione previa (5 28), dal momento che, già in giovane età, egli ha svolto magnificamente incarichi di comando, sperimentando tutti i tipi di guerre (varia et diversa genera... bellorum); dopo la scientia, si passa alla virtus militare, con una curiosa dilatazione del tema: 

Cicerone dichiara che la parola oratoria non dispone dí mezzi adeguati per illustrare la virtus di Pompeo (5 29 Iam vero virtuti Cn. Pompei quae potest oratio par inveniri?); la ragione di questa inadeguatezza è, sembra di capire, la fama delle innumerevoli gesta che da tale virtù promanano, perché «le qualità di un comandante non sono... solo quel­le che si considerano comunemente, impegno nei doveri, coraggio nei pericoli, solerzia nell'agire, rapidità nell'ese­guire, intelligenza nel prevedere» — tutte presenti in Pompeo in misura eccezionale. L'elenco di virtù specifiche in cui si screzia il termine inclusivo di virtus (labor, fortitudo, industria, celeritas, consilium) preannuncia dunque un elen­co ulteriore e meno scontato (Neque enim solae sunt...) che giungerà solo al § 36. Cicerone, senza proseguire subito la trattazione teorica delle virtutes, allega una sorta di biogra­fia militare di Pompeo (55 30-35). La celebrazione della virtus viene dunque svolta attraverso la cronaca militare e biografica, in cui è ripercorsa una impressionante sequenza di vittorie da parte del generale. Per due volte, proprio a questa serie di imprese militari viene attribuita una qualità divina, una prima volta al § 33, una seconda al termine di questa rassegna, al § 36: Est haec divina atque incredibilis virtus imperatoris.

Al § 36 Cicerone, riallacciandosi a quanto annunciato in precedenza, compie un'accurata rassegna di qualità in qualche misura accessorie: multae sunt artes eximiae huius administrae comitesque virtutis. Si tratta di innocentia, tema perantia, fides, facilitas, ingenium, humanitas, tutte virtù satelliti e ancillari, a ciascuna delle quali riserva tuttavia un'accurata illustrazione (55 36-42). Il discorso sembra staccarsi, di nuovo, dalle immediate finalità dibattimentali e si spinge a definire ulteriormente la figura del perfetto uomo di governo. Nuovamente, per due volte, viene ri­chiamata la qualità divina del carisma di Pompeo (55 41-42).

a questo non basta; dal S 43 e fino al 46, in una sorta di climax, Cicerone celebra un'altra prerogativa di Pompeo,

auctoritas, a dimostrazione della quale sono posti il con­senso e la fiducia unanimemente manifestati nei suoi con­fronti da Romani e stranieri, alleati e nemici. Proprio su questo aspetto l'oratore insiste rivolgendosi al popolo, che con la sua opinio suggella l'auctoritas  del generale (S 43). È, infine, con autentica pietas che Cicerone tratta la felici­tas, la virtù di Pompeo in cui la presenza divina risulta più spiccata, ma anche quella di cui è più difficile e qua­si pericoloso parlare, data l'intrinseca instabilità delle vi­cende umane: Cicerone si limita a tale proposito a praeterita meminisse, reliqua sperare (§ 47), sottolineando come i suc­cessi senza interruzione di Pompeo siano la migliore garan­zia del favore degli dèi nei confronti delle sue imprese.

Il perno della De imperi() è costituito — come si e visto -- dalla celebrazione delle virtù del perfetto comandante, esemplarmente incarnate da Pompeo: questa trattazione, di carattere propriamente epidittico, lascia distinguere al suo interno una duplice finalità, quella dell'encomio e quella del disegno politico, e questo ha fatto sì che spesso la De imperio sia stata ricondotta, assieme alle cosiddette orazioni cesariane (46-45 a.C.), a forme più tipizzate di discorso rivolto al principe. In particolare, da un lato essa richiama la tradizione dei "manuali" di virtù destinati ai sovrani2, dall'altro sembra anticipare il fortunato genere del panegirico, particolarmente in voga in età imperiale3; analogamente al panegirico, infatti, questa orazione ha un impianto argomentativo giocato sull'importanza e la neces­sità di affidare le sorti dello stato in pericolo a un uomo solo e di eccezionale valore.

Per quanto riguarda i manuali di virtù rivolti aí gover­nanti, essi si possono dividere in due tipologie4: quelli in 

cui il sovrano virtuoso descritto nel trattato coincide con un personaggio reale (in questa categoria, ad esempio, si possono annoverare la Ciropedia senofontea e gli opusco­li isocratei A Nicocle, Nicocle ed Evagora), che a sua volta può essere il destinatario stesso dell'opuscolo (così nel De clementia senecano), e quelli in cui si propone un ideale astratto di virtù a cui il principe deve conformarsi, riflet­tendosi in esso come in uno specchio (è questo il caso dei trattati ellenistici Perì basileías). Com'è noto, questa tradi­zione porterà in seguito, in età medievale e moderna, alla codificazione di uno specifico genere letterario che va sot­to il nome di speculum principis5.

Sicuramente, in questo percorso evolutivo che attraver­sa la cultura occidentale, l'oratoria ciceroniana svolge un ruolo preciso: l'oratore, alla pari del filosofo e del panegi­rista che si misurano con il potente, si pone il fine di elo­giare e insieme di orientare. Pompeo, sommo generale, vittorioso nelle sue campagne militari fin dalla più giovane età, non ha bisogno dí ammaestramenti, ma offre egli stes­so con le sue doti uniche e divine il quadro ideale delle virtù che dovrebbero caratterizzare il perfetto comandan­te, e può quindi fungere da speculum per l'intera classe politica romana. L'esempio virtuoso del perfetto generale in questo caso non è un ideale astratto, ma un uomo pre­sente (S 13 praesentem), un emissario della divinità in ter­ra (S 42 divino quodam consilio natus), esattamente come erano considerati i monarchi ellenistici6.

Analogo apparato concettuale Cicerone adotterà anche negli scritti teorici quando si dedicherà alla riflessione filosoficopolitica sui fondamenti dello stato e sulla figura dell'uomo politico che possa garantirne il buon governo. È significativo, a tale proposito, che a distanza di più di dieci anni dalla De imperio, Cicerone ricorra esplicitamen­te all'immagine dello speculum nel De re publica, dove s

cipione Emiliano afferma che il principe, l'ideale rector civitatis, deve offrire ai suoi cives un modello da imitare

ed essere egli stesso specchio di virtù per i suoi concitta‑

dini (2,69): ut ad imitationem sui vocet alios, ut sese splen­dore animi et vitae suae sicut speculum praebeat civibus. E

sempre nel De re publica, quegli attributi divini sovente riferiti a Pompeo nella De imperio, ma anche nelle orazio­ni successive', appaiono come prerogativa del rector ideale che Cicerone addita quale perfetta guida per lo stato (De rep. 1,45; 3,4).

È un'ovvia deduzione critica quella che porta a vedere nell'insieme degli scritti ciceroniani una ascesa verso una compiuta e astratta elaborazione dottrinale, quasi che dall'emergenza della cronaca politica si inarchi un ponte destinato a innalzare Cicerone al cielo delle "stelle fisse" del pensiero occidentale. E tuttavia non va dimenticato che, fino all'ultimo, la strumentazione argomentativa dell'o­ratore attorno al tema delle virtù del governante e quindi la stessa architettura della sua riflessione sul problema del­lo stato vengono tenute costantemente presenti da Cicerone nell'agone politico. Questo accade in modo eclatante nel momento forse più drammatico e perfino struggente del destino di Roma repubblicana. Fra il 46 e il 45 a.C. Ci­cerone pronuncia le tre orazioni «cesariane» (Pro Marcello, Pro Ligario, Pro rege Deiotaro) per ottenere, proprio dal nemico numero uno di Pompeo, Cesare, la clemenza a favore di ex pompeiani o, nel caso della prima delle ora­zioni citate, per ringraziarlo del perdono concesso. Il mo­dulo discorsivo fondamentale, la cellula retorica da cui si genera l'impianto argomentativo, è questa: «Tu, o Cesare, non puoi che perdonare í tuoi oppositori: la virtù della clemenza è tanto connaturata in te da rendere inevitabile il suo esercizio da parte tua». Fra queste orazioni, proprio la Pro Marcello possiede interessanti analogie con la De imperio. Nemmeno la Pro Marcello è un'orazione pronun­ciata in ambito forense; propriamente, essa è una gratiarum actio tenuta dinanzi al senato, un discorso dal marcato carattere epidittico, dunque, che diversamente dalla De imperio non deve influire su decisioni da assumere, ma più semplicemente si propone di ringraziare Cesare elogiando­ne il comportamento magnanimo verso il pompeiano pen­tito Marcello. E tuttavia Cicerone non manca di cogliere l'occasione per delineare un possibile programma di rifor­ma dello stato repubblicano costruito attorno alla figura di Cesare stesso'. Anche in questo caso, il sistema delle virtù entra in gioco in modo significativo, sin dall' exordium (§ 1): «In nessun modo infatti posso far passare sotto si­lenzio una così grande mitezza, una così rara e inaudita clemenza, una così grande moderazione in una persona che detiene la massima autorità e infine una così incredi­bile e, oserei dire, divina saggezza»9. Mansuetudo, clementia, in summa potestate rerum omnium modus, incredibilis sapientia ac paene divina: queste sono le virtù che Cicerone sente di dover celebrare in chi ha saputo con magnanimi­tà concedere il perdono al nemico di un tempo. Di Cesare, l'oratore delinea, soprattutto dal § 4, un vero e proprio panegirico, che illumina non solo le sue qualità militari o politiche o genericamente morali, comunque incommen­surabili, ma anche quelle intellettuali. Sopra tutte le virtù, nel frangente in cui Cicerone si trova a parlare, brilla la capacità di perdonare, frutto di saggezza e controllo di sé: le virtù che Cesare dispiega, evocate a più riprese (§ 9 clementia, mansuetudo, iustitia, moderatio, sapientia), han­no consentito una decisione — il perdono — che rende Cesare assai simile a un dio (§ 8), esattamente come Pompeo. Come avveniva con Pompeo, la rassegna delle virtutes culmina nell'esaltazione della felicitas (§ 19), che sembra legata, con sottile passaggio logico, alla consapevolezza 

dei beni ricevuti, soprattutto alla liberalitas e alla sapientia, secondo l'etica peripatetica e stoica che vede nella virtù il sommo o, rispettivamente, l'unico bene'''. La perlustrazione celebrativa dell'universo morale e psicolo­gico del condottiero si ripropone dunque anche nella Pro Marcello come un mezzo che l'oratore impiega per accre­ditare una linea politica: come è stato notato, Cicerone ha ben chiaro che un suo riposizionamento all'interno del nuovo establishment richiede l'elaborazione di un diverso progetto capace di armonizzare prestigio senatorio e clas­se dirigente cesariana. Lo si vede bene nella seconda par­te della Pro Marcello (S 21 ss.), quando, a fronte delle reiterate dichiarazioni di «aver vissuto abbastanza» da par­te di Cesare, Cicerone, dando voce alla diffusa preoccu­pazione per la fragilità di un assetto politico legato al po­tere (e all'incolumità) di uno solo, afferma che il dictator non può lasciare questa terra prima di aver assolto un ul­timo, decisivo compito, la stabilizzazione dello stato (5 27 ut rem publicam constituas): un obiettivo necessario perché la sua fama "meravigliosa" (la fama che discende dalle sue straordinarie virtù) possa avere un domicilium certum (5 29).

La Pro Marcello, dunque, come la De imperi°, esprime una coerente idea morale di uomo politico, che sicuramen­te sta alla base della riflessione teorica ciceroniana e attin­ge al medesimo patrimonio filosofico. E tuttavia non a caso lo stesso plesso di formule e /od retorici, lo stesso paradigma di virtutes, sono costantemente presenti anche nella produzione oratoria, tanto da poter essere impiegati, nell'arco di vent'anni, per celebrare leader di campo op­posto, quali appunto Pompeo e Cesare. Nella Pro Marcello, in più, Cicerone associa all'elogio «un solido progetto di restaurazione della classe politica, prima che dello stato»", con lo scopo di rassicurare il senato sulle concrete possi­ bilità di sopravvivenza del suo prestigio. Questo program­ma di Cicerone era certo velleitario e illusorio: la storia di Roma aveva ormai intrapreso una strada diversa. Ma, dal punto di vista retorico e anche squisitamente letterario, il percorso che si sviluppa dalla De imperio alla Pro Marcello indica una nuova direzione verso cui orientare la forza persuasiva della parola alle prese con l'arroganza del po­tere.

 

 

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