Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Sanpa e ‘Il braccio destro’ di Muccioli: Walter Delogu si racconta in un libro

Il braccio destro: Walter Delogu, la droga, San Patrignano

Sanpa è la docuserie Netflix che sta facendo scalpore, scatenando un dibattito infuocato, come lo fece la comunità di San Patrignano negli anni Ottanta. Comunità di recupero in cui il confine tra bene e male, tra vita e morte, era labile e malleabile, tanto che oggi come allora ben pochi si sentono di esprimere un giudizio netto sulla sua attività, e su quella del fondatore e padre-padrone-tiranno-salvatore, Vincenzo Muccioli.

Dietro a questa serie, come spesso accade, ci sono esperienze di vita ed esperienze letterarie che la supportano, la integrano, la ispirano e ci offrono una visione più approfondita e completa di situazioni molto famose, grazie ai media, ma ben poco conosciute. È il caso de Il braccio destro, libro pubblicato da Mursia durante lo scorso lockdown, un romanzo che racconta la vita al limite di Angelo, che è poi un alter ego di Walter Delogu, coautore del libro, protagonista della malavita milanese degli anni Settanta prima, e della vita della comunità di San Patrignano poi, grazie alla quale si è disintossicato dalle droghe, diventando poi l’autista di Vincenzo Muccioli.

“Quando ho deciso di lasciarmi alle spalle la mia insaziabile necessità di vivere l’eccesso, i miei errori, la droga, San Patrignano con tutto quello che di buono e di cattivo ha rappresentato, ho dovuto tirare fuori tutto, raccontando la storia di Angelo, dietro al quale c’è molto di chi sono stato io prima di diventare faticosamente una persona come le altre”, dichiara Walter Delogu in un’intervista ad Ansa.

“Con Angelo ho rivissuto sul confine invisibile che separa la vita dalla morte, il bene dal male, incuranti di perdere l’equilibrio e cadere. Come lui mi sono chiesto se puoi fare del bene facendo anche molto male. Ora quella parte della mia vita è sepolta per sempre, ma è comunque parte di me e mi ha reso l’uomo che sono oggi. Dedico questo mio romanzo alla mia famiglia e a mia figlia Andrea, la mia voglia di vivere. È Andrea che prima di me in La Collina ha scoperto il potere taumaturgico della scrittura e ha iniziato a raccontarsi e raccontarmi.”

Il braccio destro

“Arrivato a quel punto, credevo di avere solo due certezze: la droga e la malavita. La prima mi aveva rapito, la seconda era stata una scelta.” Milano, anni Settanta. Angelo è un ragazzo irrequieto e frequenta cattive compagnie. Vive progettando furtarelli, si ritrova coinvolto in risse e in giri di droga quando viene notato da un boss della malavita milanese che lo prende sotto la sua ala protettiva. Quella di Angelo sarà una folgorante carriera criminale che si interromperà bruscamente a causa di una partita di droga tagliata male. Verrà ricoverato in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Si troverà così di fronte a un bivio: smettere i panni del gangster prezzolato e ricominciare da zero, oppure tornare alla vita di sempre, sulla strada, tra le puttane, i tossici e gli spacciatori a far rispettare l'ordine impartito dal suo boss.

Gli autori

Walter Delogu

Vissuto a Milano per la prima parte della sua vita. Oggi, dopo una vita avventurosa, abita con la sua famiglia a Rimini dove lavora come autista di ambulanze. Inutile dire che la trama del romanzo è liberamente ispirata al suo passato burrascoso.

Davide Grassi

Avvocato penalista e blogger de il Fatto Quotidiano. È autore insieme a Davide Maria De Luca del libro inchiesta San Marino SpA (2013). Questo è il suo primo romanzo.

Editore: Ugo Mursia Editore

Collana: Romanzi Mursia

Data di Pubblicazione: febbraio 2020

EAN: 9788842558682

ISBN: 8842558680

Pagine: 236

Formato: brossura

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO SU AFFARITALIANI.IT:

Walter Delogu Sanpa Il braccio destro
 

Il braccio destro: Walter Delogu e Davide Grassi per Mursia editore

Epilogo

Parcheggiai sul ciglio della strada, avevo avuto tutto il tempo di pensare a quale fosse la mossa giusta da fare: consegnarmi spontaneamente oppure darmi alla macchia. La seconda ipotesi non volevo neanche metterla in conto. Era da un po’ che pensavo e ripensavo ai viaggi sui jet privati, alle macchine potenti – una delle mie grandi passioni – ai movimenti vorticosi di denaro. Tutte cose che un po’ mi mancavano, ma nella mia nuova dimensione mi sentivo finalmente una persona come le altre: un uomo normale, con un lavoro normale e una famiglia normale che abitava in una casa normale.

Non era stato facile abituarmi a non avere più tutti quei soldi in tasca, a non cenare più stappando bottiglie di Krug, a non sentire più la spinta dei cavalli della Maserati sotto il sedere. Avevo una normalissima utilitaria e un’entrata, diciamo discreta, per mantenere la famiglia e pagare le spese di casa. Alla fine della giornata, quando staccavo dal lavoro, tornavo a casa e vedevo mia figlia crescere responsabile e intelligente, sempre più bella. Mia moglie Marisa aveva trovato un impiego in una pescheria vicino a noi. Era brava con i conti e l’avevano messa a lavorare come cassiera. Lei era stata la prima ad abituarsi alla vita fuori dalla comunità per tossicodipendenti in cui avevamo vissuto per tanti anni.

Ero sempre più convinto di aver fatto la scelta giusta, anche se non andavamo più tanto d’accordo, perché qualcosa tra noi si era incrinato ancora prima di uscire. Ma a Marisa e a nostra figlia dovevo riconoscere il merito di avermi dato il coraggio di rompere ogni tipo di rapporto con la comunità e con il suo fondatore, Sergio. Decisero quale sarebbe stato il giorno del mio arresto quando Matteo, il mio amico fraterno, spifferò tutto a un giornalista della cronaca giudiziaria.

Nel 1994 Sergio fu processato per un fatto molto grave, naturale conseguenza di un’indagine aperta prima che io me ne andassi. Uno dei giovani ospiti della comunità era stato trovato senza vita vicino a Salerno. Il suo corpo giaceva avvolto in una coperta, in mezzo alla sterpaglia, in un fossato che correva lungo una strada sterrata. Pare che non ci fosse arrivato da solo e che fosse già morto quando lo avevano scaricato. Del suo omicidio erano stati accusati altri ex tossici della comunità. Su Sergio da tempo giravano voci strane e quell’accusa aveva scoperchiato il vaso di Pandora.

Durante il processo per la morte del ragazzo iniziarono sempre più insistenti le chiacchiere su come Sergio gestisse gli affari interni alla comunità e sui suoi metodi di correzione, poi cominciarono ad arrivare anche le prove del suo coinvolgimento nell’omicidio: fu accusato di aver coperto i responsabili. In quei giorni tutti i giornalisti erano alla ricerca dello scoop, di qualcuno che potesse raccontare meglio i fatti, anche rimanendo nell’anonimato.

Un bravo giornalista avvicinò Matteo, un ex tossico che, come me, aveva lavorato per Sergio e Matteo aveva iniziato a raccontare molti particolari. Anche di una registrazione compromettente per Sergio custodita nella cassaforte dell’avvocato Dall’Acqua di Milano, uno dei fiduciari della nostra comunità. Il giornalista si rese conto di aver in mano una bomba a orologeria pronta a esplodere e non perse tempo. Quando il magistrato inquirente lesse l’articolo, balzò dalla sedia. Chiamata a rapporto la sua squadra, fece partire gli avvisi di comparizione, ordinò una perquisizione nello studio del legale che si concluse con la spontanea consegna del nastro. In quella registrazione si sentiva la voce di Sergio.

Mi accusarono di averla usata per garantirmi una sorta di buona uscita per i servizi resi. La sua posizione durante il processo si aggravò e io venni tirato in ballo e come me interrogarono tanti ex tossici della comunità e quello che era stato tenuto nascosto per tanti anni iniziò a venire a galla.

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