Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Seni e uova: un ritratto unico della femminilità nel Giappone contemporaneo

Seni e uova

Seni e uova dipinge un ritratto unico della femminilità nel Giappone contemporaneo. Mieko Kawakami racconta i viaggi intimi di tre donne mentre affrontano costumi oppressivi e incertezze sulla strada da intraprendere per scegliere liberamente il proprio futuro e realizzare il proprio benessere interiore.

Le tre protagoniste hanno un legame familiare: la protagonista trentenne Natsu, sua sorella maggiore Makiko, e la figlia di Makiko, Midoriko. Nel libro primo Makiko va a Tokyo alla ricerca di una clinica in cui possa mettere delle protesi al seno a prezzi accessibili. È accompagnata da Midoriko, che non parla con la madre da sei mesi, incapace di accettare i cambiamenti del suo corpo di adolescente e sconvolta dal desiderio della madre di modificare il proprio seno volontariamente. Il suo silenzio si rivela fondamentale per permettere alle due donne di affrontare paure e frustrazioni.

Nel libro secondo, ambientato dieci anni dopo, in un'altra calda giornata estiva, Natsu, diventata ormai una scrittrice affermata, ritorna nella sua Osaka. È ossessionata dall'idea di invecchiare da sola e inizia il percorso per diventare madre, in una clinica specializzata, scontrandosi con i pregiudizi della società giapponese e i problemi legali e fisici legati alla fecondazione assistita.

L’autrice

Mieko Kawakami

Nata a Ōsaka nel 1976, ha iniziato la sua carriera come cantante e cantautrice prima di fare il suo debutto letterario nel 2006. Con Seni e uova ha vinto il premio Akutagawa, il più prestigioso premio letterario giapponese, e ha ottenuto elogi dall’acclamata scrittrice Yōko Ogawa. Kawakami è anche autrice dei romanzi Heaven e Di tutte le notti gli amanti. Vive in Giappone.

Mieko Kawakami
 

Editore: E/O

Collana: Dal mondo

Traduzione di: Gianluca Coci

Titolo originale: Natsu monogatari

Data di Pubblicazione: agosto 2020

EAN: 9788833572475

ISBN: 8833572471

Pagine: 624

Formato: brossura

Seni e uova rigoletto
 

Seni E uova, Mieko Kawakami per edizioni E/O

 

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO SU AFFARITALIANI.IT:

Sei povero?

Quando voglio sapere se una persona è nata povera, non c’è niente di meglio che chiederle quante finestre c’erano nella casa in cui è cresciuta. Non serve fare domande su ciò che mangiava e sui vestiti che indossava. Per scoprire il grado di povertà è essenziale conoscere il numero delle finestre. Sì, proprio così, perché secondo me esiste una correlazione diretta tra povertà e finestre.

Nella maggior parte dei casi, se le finestre erano poche o addirittura assenti, è abbastanza facile intuire quanto una persona sia stata povera. Una volta mi è capitato di fare questo discorso non ricordo bene con chi e mi è stato obiettato che la mia teoria era troppo vaga e che non si poteva generalizzare così. «Mettiamo che in una casa ci sia una sola finestra» mi è stato fatto notare. «Ora, se quell’unica finestra fosse bella, enorme e desse su un magnifico giardino, potresti forse dedurre che in quella casa abiti una famiglia povera?».

Ma a mio avviso il ragionamento era sbagliato in partenza, il ragionamento di una persona che non aveva mai avuto niente a che fare con la povertà. Una grande e bella finestra che dà su un magnifico giardino? Ma che cos’è un giardino? E come è fatta una grande finestra? I poveri non hanno mai visto finestre grandi e belle, non sanno nemmeno che esistono. Per una persona povera una finestra è solo una lastra di vetro sudicia perennemente chiusa, seminascosta dietro mobili e scaffali di infima qualità accostati senza alcun criterio. Oppure è una superficie rettangolare unta di grasso rappreso accanto alla ventola di aerazione della cucina non funzionante da secoli.

Ecco perché in fondo sono convinta che soltanto i poveri abbiano il diritto di parlare di povertà. Quelli che sono poveri ora, nel presente, o che lo erano in passato. E io sono entrambi, nata povera e povera anche adesso. Forse questi pensieri mi si sono affacciati alla mente per via della bambina che mi stava seduta di fronte in treno. Era il periodo delle vacanze estive e la linea Yamanote era meno affollata del solito, la gente stava ferma al proprio posto in silenzio, chi a leggere un libro e chi a smanettare col cellulare.

La bambina dimostrava tra gli otto e i dieci anni ed era seduta tra un giovane uomo con un borsone sportivo appoggiato davanti ai piedi e una ragazza con un cerchietto sormontato da un grande fiocco nero. Sembrava sola. Carnagione scura e magra come un chiodo. Vistose macchioline chiare spiccavano qua e là sul suo viso abbronzato, forse a causa di una malattia della pelle. Indossava una gonna-pantalone corta grigia e una canotta celeste, gambe e braccia di una gracilità spaventosa.

A guardarla, lì seduta con le labbra serrate, la testa incassata nelle spalle e l’aria ansiosa, mi ricordava me da piccola e mi faceva rimbombare nella mente la parola “povertà”. La canotta celeste dallo scollo slabbrato, le scarpe da ginnastica sporche e consumate che un tempo dovevano essere state bianche… Non potevo fare a meno di pensare che se di colpo avesse aperto la bocca avrebbe messo in mostra una sfilza di denti cariati. Con sé non aveva bagagli, niente, né zaino né borse piccole o grandi. Forse aveva in tasca il biglietto del treno e qualche spicciolo.

Non avevo idea di come andassero in giro le ragazzine di quell’età quando prendevano il treno, ma il fatto che non avesse nulla con sé mi metteva a disagio. A un certo punto, mentre continuavo a fissarla, mi sono sentita prendere dal bisogno impellente di rivolgerle la parola e chiederle qualcosa. Una voglia irresistibile di fare quattro chiacchiere con lei, come quando in un angolo dell’agenda si traccia un segno che nessun altro è in grado di decifrare.

Mi sono alzata e mi sono avvicinata, arrovellandomi il cervello alla ricerca di un argomento per attaccare discorso. Magari avrei potuto parlarle dei nostri capelli, che sembravano spessi e pesanti in egual misura, tanto che neanche il vento sarebbe stato in grado di scompigliarli. Oppure avrei potuto fare riferimento alle macchioline chiare della sua pelle e tranquillizzarla dicendole che una volta cresciuta sarebbero sparite. E se invece avessi tirato in ballo la questione delle finestre? Sai, casa mia era un buco, le finestre erano ostruite da mobili e altri oggetti e non si riusciva a vedere fuori. E da te? A casa tua ci sono finestre? Quante?

Ho dato un’occhiata all’orologio: mezzogiorno in punto. Il treno sfrecciava nell’immobile calura estiva e una voce anonima e smorzata annunciava Kanda, la stazione successiva. Arrivati in stazione le porte si sono aperte con un rumore fiacco e un uomo anziano è salito a bordo vacillando; era ubriaco fradicio, nonostante l’ora. I passeggeri accanto alle porte si sono scansati per lasciarlo passare e lui ha emesso un brontolio sordo. Aveva capelli grigi simili a una paglietta metallica sfilacciata e lunghi fin quasi al petto, che ricadevano sulla logora tuta da lavoro. In una mano stringeva una busta di plastica stropicciata di un konbini e con l’altra cercava di aggrapparsi a una maniglia ad anello, barcollando a più non posso.

Intanto le porte si erano richiuse e il treno si era appena rimesso in marcia, ma della bambina di prima non c’era più traccia.

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