Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

A- A+
Il rigoletto
Umberto Veronesi, Il mio professore: Rossana D’Antona racconta il suo tumore

Il mio professore

Una diagnosi di cancro al seno a quarantotto anni, all'apice della carriera: l'annuncio, lo smarrimento, la caduta di tutte le certezze. E un incontro con un uomo speciale: il professor Umberto Veronesi che, oltre a salvargliela, la vita gliela cambierà. Lei è la paziente 0 , la prima paziente dello IEO, operata mentre ancora fervono i lavori di completamento di quella struttura d'eccellenza nella cura dei tumori che sta sorgendo alla periferia sud di Milano. Rosanna guarisce e la riconoscenza, oltre alla vicinanza intellettuale con l'uomo che l'ha curata, la convince a farsi coinvolgere in molte delle campagne civili che in quegli anni il Professore intraprende.

Ne nasce un rapporto solido di stima reciproca che non può prescindere però dal momento in cui tutto è cominciato, la circostanza del primo incontro. Chi meglio di lei allora può raccontare Veronesi dalla prospettiva delle pazienti? Ognuna di loro possiede un pezzo del Professore, ognuna di loro ne conserva un ricordo particolare e lo considera "suo" per ciò che le ha dato e lasciato durante la cura della malattia. E Rosanna si fa portavoce di tutte queste storie per ricostruire quella di un grande uomo, prima che un grande medico.

L’autrice

Rosanna D’Antona

rosanna d'antona
 

Nata da genitori pugliesi ma milanese d'adozione, si è laureata in lingue a Milano e ha studiato comunicazione e relazioni pubbliche alla Boston University. Imprenditrice, ha fondato la sua prima società di consulenza di comunicazione nel 1975. Nel 1987 crea la sua seconda società, che ha venduto negli anni successivi a un gruppo americano. Nel 2003 nasce la sua terza agenzia di comunicazione corporate, che lascia a fine 2019 per dedicarsi a tempo pieno a Europa Donna Italia, il movimento di advocacy per la prevenzione e la cura del tumore al seno di cui è Presidente dal 2010. Vive a Milano, ha tre figli e quattro nipoti. Il mio Professore è il suo primo libro.

Editore: Piemme

Data di Pubblicazione: ottobre 2020

EAN: 9788856677447

ISBN: 885667744X

Pagine: 192

Formato: rilegato

Il mio Professore, Rosanna D’Antona per Piemme Edizioni

 

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO SU AFFARITALIANI.IT:

Il mio professore veronesi d'antona rigoletto
 

Prefazione

Di Paolo Veronesi

Ho letto il manoscritto di Rosanna la mattina stessa che me lo ha inviato: inizialmente solo per dare un'occhiata, poi con attenzione sino alla fine, senza staccarmi dalle quasi duecento pagine. E così ho rivissuto gli ultimi venticinque anni della mia vita attraverso gli occhi di una paziente, di un'amica, ma soprattutto ho rivissuto gli ultimi venticinque anni di vita di mio padre Umberto, almeno per quanto riguarda il suo impegno nel lavoro, nella politica, nel terzo settore. Percorso che mi sono trovato a condividere per larga parte, avendo fatto la scelta, tanti anni fa, di svolgere la sua stessa professione.

La lettura non è stata priva di emozione, culminata ovviamente nella descrizione del momento in cui lui ci ha lasciati. E così ho ripercorso l'inizio dell'attività dell'Istituto Europeo di Oncologia, cui mio padre ha dedicato tutto il suo impegno, dall'idea, al progetto, al successo. E Rosanna ne è stata una delle prime testimoni.

Portare avanti il programma di Senologia e la chirurgia senologica di questa struttura di avanguardia è per me la più grande soddisfazione personale. Ma anche la nascita di Europa Donna, di cui Rosanna ora ha il timone, grazie alla quale le centinaia di migliaia di donne con tumore della mammella hanno oggi maggiori tutele e diritti e grazie alla quale, inoltre, il nostro Paese è uno dei primi se non il primo al mondo per qualità e risultati delle cure.

E infine, la nascita della Fondazione che porta il nome di mio padre, che presiedo dalla sua nascita e che ogni mattina mi ricorda l'eredità culturale ma soprattutto etica che papà ci ha lasciato.

Il mio Professore, frase che ho sentito ripetere centinaia di volte per quella capacità innata di papà di far sentire ogni paziente "unica", è un volume che si legge di un fiato, che ci emoziona e ci arricchisce e che alla fine ci lascia con un ricordo sempre più vivo di un uomo che ha impresso un segno profondo nella cultura del nostro Paese ma soprattutto nell'anima di migliaia di donne.

1, L’inizio

Quando tutto va alla grande

Ero all'apice del mio percorso professionale, avevo due figlie di cui ero molto orgogliosa e che riuscivo a mantenere bene, nonostante fossi separata, e con le quali riuscivo a comunicare malgrado i turbolenti conflitti dell'adolescenza. Abitavo a Milano, avevo un cane, in casa c'era una tata che mi dava una mano. Funzionava tutto alla perfezione.

Ero, e sono tuttora, una persona organizzata: per questo motivo, nella mia routine avevo inserito un controllo periodico di screening mammografico da effettuare una volta all'anno, su indicazione del mio ginecologo.

Il controllo doveva essere periodico perché il tumore al seno mi aveva portato via una zia e colpito mia madre (poi vissuta ancora per molti anni).

Nel 1994 il mio controllo era fissato per il 15 giugno alle 17: si incastrava male nella mia agenda perché avevo altro da fare, ma tant'è. In generale, degli appuntamenti per la mia mammografia non mi ricordavo mai. Li facevo per routine, erano in agenda e stavano lì fermi, fino all'anno successivo. Di solito.

Sulla mia agenda, invece, c'era un gran viavai di appuntamenti con clienti, aziende, giornalisti e associazioni di consumatori. Avevo una mia società di relazioni pubbliche, con cui gestivo i rapporti tra le aziende e le Istituzioni, la stampa e i consumatori: l'avevo fondata anni prima e, dal 1991, un grande gruppo americano aveva rilevato parte delle mie quote perché credeva nello sviluppo economico del nostro Paese e nel bisogno di reputazione delle imprese italiane nel contesto internazionale.

Con il mio team (quasi tutte donne) eravamo in grande fermento per mantenere il passo con l'impegno che avevamo preso con gli investitori e con le opportunità che presentava il nostro Paese, ancora lontano dal sentore della crisi che sarebbe arrivata nel decennio successivo.

In quegli anni la mia agenzia aveva a che fare con il mondo ben rappresentato dal famoso slogan "Milano da bere": apparire è più importante che essere. Era un susseguirsi di eventi e feste ma, contemporaneamente, iniziava l'ondata di "Mani pulite". L'era Craxi stava concludendosi e il mercato poneva molta fiducia nella ripresa con la "Seconda Repubblica". La voglia di trasparenza serviva a tutti e la mia società si occupava di marchi importanti che cercavano nel nostro Paese riconoscimento, reputazione e un buon governo del sistema delle relazioni con i media, con gli opinion leader e con coloro che erano in grado di influenzare l'opinione pubblica. La mia agenzia faceva proprio quello.

Il 15 giugno stavo lavorando alla presentazione di un piano di comunicazione importante per un grande gruppo alimentare svizzero, con consegna l'indomani; non avevamo ancora terminato il documento e sull'agenda il mio controllo al centro diagnostico spezzava il pomeriggio. Allora non era facile lavorare da remoto, non c'erano connessioni, quindi si procedeva ancora con gli appunti e la ribattitura delle cartelle. Non avrei avuto il tempo per lasciare l'ufficio, fare la mammografia e tornare per chiudere il documento. Così, con Maria, l'amministratore delegato della mia società, decidemmo di andarci insieme. Avrei staccato un attimo per l'esame, ma intanto che aspettavo il mio turno avremmo potuto darci da fare.

Lavorare per me non è mai stato un peso, anzi. Ho sempre amato la mia professione e ho sempre avuto la fortuna di trovare persone con la stessa visione per il lavoro, la famiglia, la vita. Finire il documento in sala d'attesa era una cosa che ci poteva capitare e così Maria e io lasciammo l'ufficio — io in taxi, lei con il suo inseparabile motorino — dandoci appuntamento al centro diagnostico. Dovevo aspettare una buona mezz'ora prima che toccasse a me: un bel passo avanti nella stesura del nostro documento. Perfetto.

Arriva il mio turno: passo il fascicolo a Maria, così lei potrà continuare il progetto durante la mia assenza, e mi avvio. Entro nella sala visite, mi spoglio, conosco già il rituale: le istruzioni del tecnico, poi la macchina investigatrice, un po' invasiva, schiaccia i miei seni per vedere bene fino in fondo se c'è qualcosa da ispezionare. Mi fa male ma non importa: quel che conta è finire alla svelta. Fuori dalla porta c'è un bel progetto che mi attende nelle mani di Maria e voglio raggiungerla al più presto. Il mio pensiero è oltre la parete, non è con questo grande abbraccio di metallo di colore giallo-ocra, un po' freddo, scomodo e con quell'appendice che proietta su uno schermo le immagini del mio seno al radiologo dal lato opposto del vetro. Il mio corpo, il mio seno fanno parte della diagnosi, la mia mente è da un'altra parte.

Sto pensando a tutto, ma non al significato vero di ciò che sto facendo, all'indagine che qualcuno sta svolgendo sul mio corpo. Non mi sfiora nemmeno l'idea che da quelle ispezioni possano arrivare brutte sorprese e da lì conseguenze negative. Leggerezza? Sì, forse un po'. Incoscienza? Anche. Pensiero positivo? Senz'altro. Perché io veda il bicchiere mezzo vuoto deve esserci veramente solo una goccia!

Finita la mammografia, mi rivesto e torno in fretta nella sala d'attesa da Maria. Dobbiamo stare lì ancora un po' finché non mi comunicheranno quando potrò ritirare l'esito degli esami e fissare il prossimo appuntamento, tra un anno.

Il radiologo tarda a uscire: non ci faccio caso, tanto sto già parlando con Maria per capire quanto tempo dovremo dedicare ancora alla chiusura del documento.

«Signora, si fermi un attimo...»

Si apre la porta. Esce il radiologo: "Bene," penso "adesso ritiro e possiamo andare! ". Invece mi dice: «Signora, si fermi un attimo, dobbiamo fare un ulteriore controllo...».

Guardo Maria negli occhi e capiamo in un lampo che il radiologo non vuole solo fare due chiacchiere con me. È una doccia gelata: il suo volto non è teso o preoccupato, ma è chiaro che quel suo «si fermi un attimo» non si può discutere e che c'è qualcos'altro da fare. È quello il momento in cui entro finalmente in contatto con il centro diagnostico, con il motivo per il quale sono lì, con il significato di quell'indagine ulteriore, mentre il documento da completare passa in decima posizione. Prima devo fermarmi un attimo.

«Maria, vai pure, io devo restare qui.» Lei era solita eseguire senza discutere; era sempre d'accordo con me, avevamo la stessa visione del nostro lavoro e forse mi dava credito per i 15 anni di esperienza in più che avevo rispetto a lei. E così, anche quella volta, accolse il mio invito senza tante parole. Ma ricordo ancora perfettamente il suo incedere lento mentre scompariva dietro la porta a vetri. Il suo corpo indicava con chiarezza che stava camminando verso l'uscita, ma che questa volta non mi avrebbe voluto assecondare: avrebbe preferito restare con me.

Ed eccomi davanti al medico per l'ulteriore controllo: non ricordo nulla di quel colloquio se non che avrei dovuto obbedirgli perché doveva approfondire ciò che gli sembrava di intravedere. Un'altra indagine... — captavo parole — ... da un'ecografia si può vedere meglio. Vedere cosa? Non lo sapevo, non lo immaginavo, non capivo.

La seconda indagine la feci subito. Mi spogliai di nuovo e mi adagiai sul lettino. La sonda, il gel, su un seno e poi sull'altro. Scomodo, fastidioso, non volevo stare lì. Volevo andare a casa, dove le mie figlie mi stavano aspettando per la cena. Si stava facendo tardi. Quando mi alzai e mi rivestii per uscire, nella sala d'attesa non c'era più nessuno. Ricordo le ultime parole del radiologo: «Faremo avere il referto al suo ginecologo entro una settimana. Buona serata».

Uscii. Un taxi mi aspettava, salii in macchina e mi diressi verso casa.

È strano, ma non ho il più vago ricordo delle sensazioni provate in quei momenti. Quel «buona serata» mi lasciò un vuoto che non sapevo giudicare o attribuire. Non ricordo ansia né preoccupazione, né paura: avevo solo, appunto, un gran senso di vuoto. Ero come sospesa in una realtà che non sapevo decifrare. Stavano esaminando e approfondendo per verificare se quelle macchie che avevano identificato potessero essere il segnale di un cancro. Ma io non stavo partecipando a quell'indagine: ero distaccata, distante, in osservazione. Avevo scelto di non farmi coinvolgere.

Venticinque anni fa non si sapeva granché di questa malattia, se non che era un "male incurabile". E io, a conferma di questo, sapevo solo che quando ero ragazzina mi aveva portato via una zia amatissima e che nel 1991 aveva strappato dalla vita una donna meravigliosa di 51 anni, Ricki, moglie di mio fratello e mamma di due ragazzini adolescenti. Ma, nonostante questo, avevo deciso di non pensarci fino al giorno del referto.

Tornai a casa. Rientro solito: feste del cane, «Ciao ragazze!», «Ciao mamma».

Francesca e Anna in camera, una a giocare, l'altra a leggere. Un bacio e poi subito in cucina a riscaldare la cena che la tata, la mitica Vittoria, aveva preparato. E poi a tavola, noi tre. Facevamo sempre un gioco: a turno, dalla più piccola alla più grande, dovevamo raccontarci nell'ordine la cosa brutta, la cosa media e la cosa bella della giornata. Io quella sera dissi che la cosa più bella era il fatto di essere noi tre insieme a cena. Non feci accenno alla visita.

Ma la sera, a letto, feci fatica a dormire. Ripensavo al documento per la presentazione del giorno dopo: non ero soddisfatta, i pensieri si rincorrevano, insieme ai frammenti confusi di piccole emozioni mentre osser­vavo, dal balcone della mia camera da letto, le luci della città e ascoltavo il silenzio della notte.

 

 

Loading...
Commenti
    Tags:
    umberto veronesirossana d'antonapiemme edizionipiemmeil mio professoreil mio professore come l'incontro con un grande uomo può salvarti e cambiarti la vitaieotumore al senoeuropa donna italia
    Loading...
    in evidenza
    Fedez spiega la mascherina Siffredi come metterlo nel...

    Coronavirus vissuto con ironia

    Fedez spiega la mascherina
    Siffredi come metterlo nel...

    i più visti
    in vetrina
    Grande Fratello Vip 5, ELISABETTA GREGORACI CAOS PER LA FRASE A DAYANE MELLO. Gf Vip 5 News

    Grande Fratello Vip 5, ELISABETTA GREGORACI CAOS PER LA FRASE A DAYANE MELLO. Gf Vip 5 News


    Zurich Connect

    Zurich Connect ti permette di risparmiare sull'assicurazione auto senza compromessi sulla qualità del servizio. Scopri la polizza auto e fai un preventivo

    casa, immobiliare
    motori
    Arriva la nuova Fiat Panda: più eco, più tecnologica e più divertente

    Arriva la nuova Fiat Panda: più eco, più tecnologica e più divertente


    RICHIEDI ONLINE IL TUO MUTUO
    Finalità del mutuo
    Importo del mutuo
    Euro
    Durata del mutuo
    anni
    in collaborazione con
    logo MutuiOnline.it
    Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

    © 1996 - 2020 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

    Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

    Contatti

    Cookie Policy Privacy Policy

    Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.