Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Vita da capo del Protocollo. L’uomo di Conte non fa cerimonie

Dove c’è’ Giuseppe Conte, c’è lui, come un’ombra. Anzi, lui arriva prima, in avanscoperta. Per organizzare tutti i dettagli delle uscite pubbliche del presidente del Consiglio.

Perché lui è il responsabile dell’ufficio del Cerimoniale di Stato e per le Onorificenze. E in quanto tale prevede e provvede con cura previa e meticolosa, ad ogni particolare  delle trasferte del premier. Enrico Passaro, classe 1958, campano di Cava dei Tirreni. Giornalista pubblicista, già direttore di giornali locali, attore teatrale e anche bassista in un gruppo musicale. Una vita da civil servant: dal 2009 si occupa di attività protocollare presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.

A Roma "Non facciamo cerimonie!" il libro, edito da Editoriale Scientifica Napoli, si potrà trovare nelle seguenti librerie:

- Feltrinelli, Galleria Sordi in Piazza Colonna
- Libreria Forense, Via Marianna Dionigi 26
- Medichini Lex, Viale Giulio Cesare 51/f
- Medichini Lepanto, Via Marcantonio Colonna, 68/70
- Lbreria La Sapienza, Viale Ippocrate 158 - Lbreria Medical Information, Viale Regina Margherita 300
- Le Storie, Via Giulio Rocco, 37/39.
Il volume può essere anche acquistato direttamente dal sito https://www.editorialescientifica.com/shop/catalogo/fuori-collana/edizioni-fuori-collana/non-facciamo-cerimonie-detail.html, su AMAZON e sui maggiori portali di editoria online

E ha fatto da cerimoniere per sei presidenti, nell’ordine Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Giuseppe Conte.

Ora ha deciso di condividere la sua straordinaria esperienza diretta di fatti e retroscena della vita pubblica dei maggiori esponenti del Potere esecutivo nazionale accumulata negli ultimi venti anni, raccontando tutto con una penna delicata ma profonda,  in uno straordinario libro di storia patria, ironico e intrigante sin dal titolo: “Non facciamo cerimonie!” e sottotitolo: “A spasso nelle vicende del protocollo di Stato”(Editoriale Scientifica,256 pagine, 16 euro).

Un lavoro nell’ombra di grande responsabilità e sacrificio quello di Passaro. Ma un lavoro da privilegiato, si spiega in premessa. Poiché attraverso gli occhiali del cerimoniale e il protocollo di Stato si attraversa e si ripassa la storia, si risveglia la memoria, si valorizzano gesti simbolici che sono alla radice dei sentimenti e dell’identità di un popolo, si gira l’Italia e il mondo, si interagisce coi grandi della terra, si conoscono e si apprezzano valori e motivazioni di altri universi  e di altre civiltà.

Quattro le sezioni del libro che si snoda attraverso brevi capitoletti esaurienti, affreschi realistici e meticolosi che possono far piangere o sorridere, ma sempre istruiscono e inducono  a riflettere su quanto le forme siano spesso sostanza.

Nella prima sezione, una sorta di ripasso di educazione civica vissuta, intitolata  “Tra regole e prassi, cerimoniando e protocollando” si raccontano riti e tradizioni istituzionali consolidate, come il passaggio della campanella tra premier uscente e premier entrante, le procedure per  l’insediamento di un nuovo governo, l’uso corretto e pertinente della bandiera e delll’inno nazionale, ma anche le battaglie tra vip per il “piazzamento” e la conquista dei posti migliori nelle cerimonie ufficiali, ad uso della storia ma anche dei fotografi.

Copertina 2
 

Nella seconda parte, quella più ufficiale, “Dentro la Storia e le tradizioni - Cerimoniando nella memoria”, si ripercorrono episodi di vita vissuta di eventi, anniversari e celebrazioni ufficiali, tra l’Altare della Patria, i balconi storici e le feste nazionali, dalla cerimonia annnuale alle Fosse Ardeatine alla raccapricciante vicenda umana dell’erore antimafia Placido Rizzotto, dal rapimento e assassinio di Aldo Moro, ai tanti terremoti iirrisolti, dalla caduta del Ponte di Genova, al bottto dell’Expo a Milano, dalla cultura  a Matera alle manifestazioni rievocative. a Ventotene per l’Europa o al Binario 21 alla stazione centrale di Milano,con i ricordi devastanti delle deportazioni naziste raccontate da Liliana Segre. Il tutto sempre arricchito da Passaro con aneddoti e. retroscena, citazioni dotte e preziosi rimandi storici e bibliografici.

La terza parte, ”Protocollo ma non solo-Cerimoniando in allegria”, è la più’ spassosa e  divertente. Rivela episodi imbarazzanti e gaffe inevitabili dentro un rigoroso e talora inevitabilmente parossistico formalismo da manuale, tra regole sedimentate e condivise maniacalmente da colleghi urbi et orbi, come ad esempio il divieto delle gambe accavallate nel corso degli incontri ufficiali (norma per decenni rigorosissima ma ultimamente in disuso) o l’onnipresenza a volte rumorosa e invasiva nei vertici mondiali  di tablet e smartphone.

IMG 20200911 WA0006Enrico Passaro
 

Il pamphlet si chiude con un’appendice attualissima e inevitabile su “Usi, costumi e cerimoniale al tempo del coronavirus“ e con il racconto dell’incontro con una polmonite batterica sofferta personalmente e superata senza danni dal Passaro stesso (non senza grande apprensione ai piani alti di Palazzo di Chigi).

Due gli estratti del libro che Affaritaliani.it ha scelto e propone ai suoi lettori, per gentile concessione dell’autore. Rappresentano le due anime del libro, quella etico-politica e quella ironica.

Si svolgono entrambi su importanti teatri internazionali. Un grande vertice sull’immigrazione con il premier Giuseppe Conte: “Per la Libia e per un mondo migliore”. Drammatico è altamente istruttivo.

E una missione all’estero, negli USA,  con il premier Matteo Renzi in visita di Stato alla Casa Bianca, invitato solennnemente  da Barack Obama, nella sua ultima uscita pubblica prima del ritiro. "The Good, The Bad and The Ugly". Un racconto esilarante e quasi fracchiesco.

Bella l’epigrafe messa da  Passaro in apertura: ”Ho visto Presidenti affrontare orde inferocite e placarle, lavoratori sull’orlo della disperazione che sigillavano disperate riunioni col Capo del governo chiosando: ”Ci facciamo un selfie?” e ho visto umani miti e timorati di Dio col volto infuocato urlare: ”Lei non sa chi sono io!”. Le raffiche di vento ci ripuliranno o ci spazzeranno via, le piogge scroscianti ci purificheranno o annegheremo nelle loro acque gelide. Le nostre vite torneranno ad essere piane e lente...ma ora, è tempo di Cerimoniale”.

Sintomatica  dello stile e della personalità dell’autore la conclusione: ”Non intendo dimenticare, infine, un ultimo ringraziamento: Grazie ai miei affetti! questo lavoro mi costringe a privarli troppo spesso della mia presenza e chissà, forse me ne sono grati“.

IMG 20200911 WA0005Enrico Passaro
 

Ecco il capitolo "Per la Libia e per un mondo migliore"

Siamo nel 2018, Samir ha 14 anni e vive a Zuara, nella Tripolitania. La città è più vicina al confine con la Tunisia che alla capitale libica e si trova sul mare. È tristemente famosa per i suoi campi di concentramento. Per la verità non si chiamano esattamente così, sarebbero “centri di detenzione” dei migranti clandestini, ma, a quanto pare, di veri campi di concentramento si tratta. Qui si usa violenza su esseri umani disperati: torture sugli uomini, stupri interminabili sulle donne.

È parte dell’inferno della Libia degli anni dieci di un secolo che avrebbe dovuto essere senza conflitti e con più diritti umani, diverso e più maturo rispetto al secolo precedente, quello delle grandi guerre. La Libia di oggi è terra di contrapposizioni, apparentemente insanabili. Una volta c’era il generale Gheddafi che, volenti o nolenti, li teneva tutti uniti, oggi imperversano le fazioni, un complesso sistema di alleanze fra tribù. Fra le fazioni principali c’è un Consiglio presidenziale del Governo di riconciliazione nazionale (“riconciliazione”, sembra una presa in giro); c’è l’Alto Consiglio di Stato; c’è la Camera libica dei Rappresentanti (Rappresentanti?); c’è il Nuovo Congresso nazionale. Imperversano sigle incomprensibili: CP/GAN, HOR, HSC, LNA. E poi le alleanze internazionali: Egitto, Emirati Arabi, Francia, Russia, da una parte; Qatar, Sudan e Turchia da un’altra; Regno Unito e ONU da un’altra parte ancora; e così via. Confesso di non capirci molto e forse anche qualche navigato diplomatico che ci lavora da anni ha le idee confuse.

Neanche Samir ha capito granché di quello che sta accadendo nel suo Paese. Sa soltanto di aver perso la mamma per un colpo di mortaio, che il papà qualche anno fa ha raggiunto l’Italia su un barcone, rischiando la vita e ora vende calzini, calzettoni e fazzolettini di carta per le strade di Roma, è malato di diabete e riesce a mandare 50 euro al mese a casa per cercare di sostenere gli studi del figlio. Samir vive coi nonni e ogni mattina percorre 5 chilometri per andare a scuola. Ogni mattina, all’andata e al ritorno, volge lo sguardo verso il mare. Lì, oltre l’orizzonte c’è Pantelleria, poi la Sicilia, poi il resto dell’Italia e l’Europa. Forse anche il suo destino è lì… Forse! Intanto s’impegna a studiare, perché il suo papà glie lo ripete sempre quando si collega attraverso Skype: “Studia, studia tanto, avrai una vita migliore”… Forse! Samir oggi guarda con più intensità verso il mare. Ha saputo che in questi giorni, fra il 12 e il 13 novembre a Palermo, lì a due passi, rappresentanti di numerosi Paesi del mondo e di importanti organizzazioni internazionali sono riuniti in un elegante albergo della città per discutere della Libia. “With Libia, For Libia”, recita lo slogan della manifestazione… Hai visto mai!

Nell’elegante albergo palermitano si agita un migliaio di persone. Un numero esorbitante. Ma è sempre così quando si muovono i grandi leader. Alcuni Paesi sono sobri, noi italiani compresi, ma altri, in Africa come in Europa si portano dietro un codazzo interminabile. Non ho mai capito in anni di cerimoniale quali siano i compiti assegnati ad ognuno. Sono convinto che qualcuno non ne abbia affatto ed in quelle giornate novembrine è lì a godersi il sole della Sicilia. Tutti costoro comunque fanno parte di ben 42 delegazioni. 20 provengono dal continente africano, 16 dall’Europa, 6 dal resto del mondo. Con loro e intorno a loro tanta stampa accreditata da ogni parte del pianeta. Lo show è assicurato, attraverso gli scatti dei fotografi, le luci e le riprese dei cameraman, i resoconti dei giornalisti.

Il sistema di sicurezza è imponente, come si addice ad un evento di questo tipo e come una città attrezzata ed addestrata come Palermo è ben capace di fare.

Il cerimoniere, anzi decine di cerimonieri, si affannano per cercare di dare un senso e un ordine a tutto ciò che accade. Non è per niente facile. C’è tutto da fare e tutto è particolarmente complicato. Non si riesce fino all’ultimo a stendere un programma definitivo; non si ha una pianificazione completa degli orari, dei partecipanti, dell’utilizzo delle sale; non si quantifica il numero definitivo dei componenti delle delegazioni e il loro ruolo; non c’è un bilancio conclusivo dei badge di riconoscimento da produrre; non c’è fine al traffico di auto, van e bus da noleggiare e spostare dall’aeroporto al centro città; non si riesce a fare una previsione dei pasti da assicurare a pranzo e a cena; non hanno termine i cambiamenti e gli spostamenti nell’assegnazione delle camere e degli uffici; si moltiplicano, poi si smentiscono, poi ancora si riproducono i propositi di incontri bilaterali e multilaterali.

Sì, non è per niente facile la vita del cerimoniere in questi casi. Lo scarico di responsabilità è una pratica nota e riconosciuta nelle organizzazioni complesse, siano esse pubbliche che private, nella pubblica amministrazione in particolare. Le decisioni da dover prendere sono continue e impegnative e nel panorama di “leoni” in cui ci si trova ad agire, la maggior parte degli addetti ai lavori si defila con brillante disinvoltura.

Fioccano le domande, alcune molto stupide. Chi partecipa alla conferenza stampa? Qual è l’ordine di interventi nella riunione plenaria? Si fa la foto di famiglia? E quella tal persona può partecipare ai colloqui? E le bandiere sono messe bene (ma pensa al tuo lavoro, verrebbe da rispondere, che alle bandiere ci pensiamo noi!)? Chi siede accanto al premier? E il regime linguistico dei colloqui? Inglese e arabo? O anche il francese? Traduzione simultanea o consecutiva? Ci sono gli interpreti (e no, e con chi le faremmo le traduzioni!)? Che si fa per recuperare il ritardo? Chi entra ad avvisare che la riunione sta durando troppo? A che ora apriamo il buffet? Ma si può avere un caffè? Dove sono i bagni? Dove possiamo tagliare, che il Presidente deve partire? Perché non funziona l’acqua calda in camera? Quali documenti avete messo nelle cartelle? Perché questa penna non scrive? Come mai i giornalisti hanno una pedana così alta? E perché quella del palco è così bassa? Ma quante sedie avete sistemato in sala? Vedete che manca una sedia (manca sempre una sedia, non sarà che qualcuno si è infilato nella riunione non essendo autorizzato?)! Vi siete accorti che il microfono non funziona? Perché facciamo questo percorso? E così via. È necessaria una risposta pronta ed adeguata ad ogni quesito. Una risposta che può dare solo il cerimoniere, con buona dose di pazienza e self control, è inutile chiedere aiuto o comprensione ad altri, troverete il deserto.

Per non parlare delle pretese, delle prepotenze, della sfacciataggine che si riscontrano nelle richieste delle delegazioni: dai 30 badge in più, perché “noi ne abbiamo bisogno” (e gli altri no?), alla stanza d’appoggio più bella e grande per la delegazione, magari con vista mare (“siamo a Palermo, non ci fate vedere il mare?”); da quel tale che assolutamente deve partecipare ai colloqui, perché è persona di fiducia del leader (lui sì, lui deve esserci!), alle scorte che invadono tutti i corridoi e non si smuovono alla richiesta di spostarsi per non bloccare il transito, guardandoti anche male; da quelli che non vogliono subire i controlli dei metal detector, ai colleghi stranieri che ti chiedono fino allo sfinimento di far parlare per primo il loro leader. E i leader? I cosiddetti capi delegazione? Ebbene sì, alcuni sono vere e proprie prime donne, star hollywoodiane. Guai a non essere accolti con il dovuto riguardo, anche oltre quelle che sono le spettanze protocollari; attenzione a non farli sedere accanto a quel tale altro leader, a posizionarlo male nella foto di famiglia (secondo lui), a farlo aspettare più del dovuto.

In alcuni casi è una vera e propria saga dei capricci, con gente che va via all’improvviso, per poi ritornare inaspettatamente, con altri che minacciano “gravi conseguenze” ed altri ancora subito pronti a scrivere note verbali di protesta. Alcuni pretenderebbero di essere compresi e assecondati, perché da ciò dipenderebbe il successo delle trattative. È il cerimoniere e nessun altro a dover decidere in pochi secondi, cercando di evitare il cosiddetto incidente diplomatico, combattuto tra il moto di dignità e l’esigenza di salvare l’esito dei colloqui, la tentazione del “vaffa” e il falso sorriso di circostanza. E allora il cerimoniere pensa ai propri figli, all’educazione che ha loro impartito, a quanto ha dovuto prodigarsi nel crescerli per distinguere tra reali esigenze e pretestuosi capricci, a quanto ha dovuto combattere con rigore per sopprimere quei capricci e per farli diventare esseri umani migliori. Qui dobbiamo invece rinunciare al ruolo di educatori, non è questo che ci viene richiesto, valgono le supreme esigenze diplomatiche, la salvaguardia dei buoni rapporti, la necessità di condurre in porto il risultato senza urtare le suscettibilità. E intanto si assiste allibiti alle esuberanze di qualche leader, rappresentante del suo popolo: da quello che pretende la suite, perché la junior suite gli risulta riduttiva ed offensiva, all’altro che prende a noleggio per i suoi spostamenti una modesta Porsche, salvo poi farsela rubare davanti all’albergo.

Nella fiera delle vanità e delle assurde pretese ci si siede con buona volontà e generosità (?) intorno a un tavolo per discutere del futuro della Libia, nel supremo impegno di assicurare un futuro libero e dignitoso al popolo (???). Si dibatte per ore ed il risultato sarà pressappoco una dichiarazione di dover proseguire nella ricerca di un assetto di pace e democrazia. Fino al prossimo vertice, ai prossimi bilaterali, ai prossimi piazzamenti calibrati, ai prossimi cedimenti di fronte alle richieste di bambini viziati.

Intanto Samir, dall’altra parte del Mediterraneo, tornando a piedi da scuola, guarda di nuovo il mare verso nord e spera in un futuro migliore, di poter riabbracciare il papà, di vivere una vita dignitosa. Spera di vivere!

Ecco il capitolo "The Good, The Bad and The Ugly"

Il Genio italico mi ha salvato. Sarebbe stato difficilissimo uscire indenne dalla grave trasgressione al protocollo in cui sono incappato se non avessi avuto il supporto di uno dei più grandi geni della musica in circolazione. Solo Ennio Morricone poteva intenerire i cuori e tirarmi fuori dall’impaccio, o forse un’aria cantata da Luciano Pavarotti; magari, hai visto mai, un “Gelato al cioccolato” di Pupo, chi lo può dire. Ma quella volta fu Morricone a salvarmi.

Casa Bianca, ottobre 2016: Matteo Renzi, prima di lanciarsi a capofitto nella volata finale della campagna elettorale per il referendum costituzionale, vola con la sua delegazione a Washington, ospite del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Evento di enorme rilievo e prestigio. Obama sceglie il Presidente del Consiglio italiano per l’ultimo incontro ufficiale prima di lasciare la guida del suo Paese dopo otto anni. Col senno di poi, l’incontro non propiziò buona sorte né al partito democratico americano né al leader del PD italiano. Di lì a poco sarebbe arrivato l’uragano Donald Trump e il Matteo nostrano avrebbe perso malamente la battaglia referendaria e si sarebbe dimesso104. Ma questa è un’altra storia.

L’arrivo nella capitale degli Stati Uniti nei giorni precedenti, per noi che ci rechiamo in anticipo a curare gli aspetti organizzativi, inorgoglisce gli animi. Il Tricolore è dappertutto, lungo i viali principali, nei negozi, addirittura un bandierone gigante bianco, rosso e verde, affiancato a quello stelle e strisce, copre un piano intero dell’edificio che ospita gli uffici della Casa Bianca. Gran bella accoglienza! Per non parlare della solennità dei festeggiamenti nel parco interno della White House105. Tutto bellissimo.

D’altro canto, l’evento era stato preparato nei minimi dettagli. I due cerimoniali si erano incontrati avevano analizzato ogni aspetto, ogni passo, ogni particolare. Ad esempio, nessuno, neanche i Capi di Stato e di Governo, neanche l’uomo più potente del mondo, può entrare nel famoso Studio Ovale in occasione di un colloquio ufficiale, portando con sé il cellulare106. E quel mobiletto nell’anticamera, con gli appositi scompartimenti dove depositare il proprio smartphone, è sistemato lì apposta per consentire ai leader, agli ambasciatori, ai portavoce, ai consiglieri economici, politici e militari e financo a cameraman e fotografi ufficiali, di costituirsi volontariamente e compiere più o meno spontaneamente il doloroso gesto di staccarsi, seppure temporaneamente, dalla propria appendice elettronica. È così: non si entra nei palazzi governativi armati, non possono neppure le sicurezze più ravvicinate; e non si accede nella sala ovale della Casa Bianca “armati” di cellulare. È la regola, una giusta regola. Chi può dimenticare la diretta-pirata trasmessa da Radio Radicale dell’incontro di maggioranza del Governo Prodi, tenutosi nel gennaio del 2007 a Caserta?107 Intero Esecutivo e rappresentanti della maggioranza si erano riuniti a porte chiuse all’interno del Centro residenziale della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (oggi si chiama Scuola Nazionale dell’Amministrazione - SNA), edificio annesso alla Reggia. Tra gli altri c’era anche Marco Pannella, che non seppe sottrarsi alla tentazione: accese il suo cellulare e si collegò in diretta con Radio Radicale. I colloqui riservati di quell’incontro finirono nell’etere, seppure con qualche imperfezione di segnale. Poco male, qualcuno si arrabbiò, ma il buon Giacinto detto Marco è un’icona politica e può godere di indulgenza protocollare. Il suo cellulare è potuto entrare impropriamente in un consesso politico riservato; ma alla Casa Bianca no, proprio non si può!

Ed allora, non essendo previsto che il sottoscritto possa mettere piede sul nobile parquet (o moquette? Non ricordo bene, ero confuso!) della sala ovale, mi tengo ben conservato nella tasca dei pantaloni il mio telefonino. Finché il collega del cerimoniale americano mi dice: «Dai, entra con me, mi dai una mano a sistemare le delegazioni». E già, ora anche le orme delle mie scarpe lasceranno una traccia del loro passaggio sul pavimento (parquet o moquette? Mah!) della mitica sala a forma (indovinate un po’?) ovale, immortalata in migliaia di foto di decine di Presidenti degli Stati Uniti. Entro. Mentre facciamo accomodare i delegati accade l’imponderabile: il mio telefono squilla. Neanche il silenziatore avevo messo! Sarebbe bastata almeno la vibrazione, che pure può essere percepita dagli altri se c’è silenzio, ma magari tra le chiacchiere di circostanza prima di iniziare i colloqui, non se ne sarebbero accorti. E invece parte a pieno volume la splendida colonna sonora de “Il buono, il brutto e il cattivo”. La mia suoneria preferita! Rimango di ghiaccio. Oltre all’inconfondibile suonata del mitico western, nella prestigiosa sala c’è silenzio totale dei presenti. Il tempo rimane sospeso. Finché alle mie spalle parte una sonora, aperta, incantevole risata dalla bocca di Obama. E pronuncia alcune parole che non riesco a cogliere alla perfezione, perché troppo impegnato a cercare di tacitare l’infame strumento che continua a suonare, palpeggiando goffamente il tessuto dei calzoni (manco fossi un maniaco!). Riesco solo a cogliere: «The Good, The Bad and The Ugly… Beautiful… Sergio Leone… Ennio Morricone!». E giù risate. Se ride il Presidente degli Stati Uniti ridono tutti, non ci si può esimere. Ride Obama, ride Renzi. Man mano ridono anche le due delegazioni, quella guidata dal Segretario di Stato americano e quella che accompagna il nostro Presidente del Consiglio, guidata dal Ministro degli Affari Esteri. Si associano tutti in un riso generale e liberatorio. Liberatorio soprattutto per me, che riesco a farla franca.

Uscendo a testa bassa, ma tutto sommato avendo conquistato la simpatia generale, faccio due profonde riflessioni. La prima: nelle specifiche costruttive di questi maledetti cellulari o nel software installato (apple o android è lo stesso) deve essere previsto un comando occulto che determina di tanto in tanto le chiamate nei momenti meno opportuni (in chiesa, in una camera ardente, in camera da letto nell’attimo cruciale, al 96’ di Real Madrid-Juve, mentre l’arbitro sta per concedere il rigore agli spagnoli; oppure in una Sala Ovale!); la seconda: che bella persona questo Barack Obama, che può sfoggiare nel suo bagaglio culturale un’appropriata conoscenza del cinema italiano d’autore, ma soprattutto la giusta ironia per sdrammatizzare un momento potenzialmente fatale e irredimibile per un povero addetto al cerimoniale.

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