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Café Philo/ Cristrina Zaltieri (Università di Milano): "Donne e filosofia, un rapporto difficile..."

di Virginia Perini

Le donne sono escluse dalla filosofia, salvo rarissime eccezioni. Cristina Zaltieri, docente di filosofia al Liceo Classico "Tito Livio" indaga con Affari le cause di questo fenomeno antico come il mondo.

La donna è mai stata oggetto di riflessione in filosofia? Esiste un filone filosofico femminile?
"Non si può riconoscere nella nostra tradizione di pensiero un filone filosofico dedicato esclusivamente alla donna. La donna paga una duplice esclusione. Una originaria e una derivata. La prima è avvenuta agli albori dell'occidente, con l'affermarsi del Logos. Nel processo che Derrida chiama 'fallologocentrico' viene tolta ogni centralità alla figura femminile così presente nelle civiltà arcaiche del Mediterraneo. La seconda è invece un'esclusione  che ha reso la donna invisibile agli occhi del filosofo, come oggetto di indagine e inoltre ha tolto alla donna la possibilità di accedere alla pratica della  filosofia".

Cristina Zaltieri insegna storia della filosofia contemporanea all’Università (dal 1991 al 2001) e filosofia ai Liceo (dal 1982).  Tra le pubblicazioni: Il secolo della conoscenza, Guerini , Milano, 2001 e Felicità e bene comune. Etica e politica nel tardo NovecentoMimesis, Milano, 2004

Cos’ha generato questa esclusione, a livello concettuale?
"Credo che sia stato una reazione maschile al potere creativo della donna, potere già inscritto nella radice etimologica di 'femmina' che secondo il linguista Benveniste indica "colei che allatta, nutre" ed  è da unificare a 'fertile' e 'felix' indicando una produttività originaria. Purtroppo quando la filosofia parla delle donne spesso perde la dignità del pensiero scadendo nel senso comune: ciò accade nel Fedone di Platone dove Socrate esclude le donne (in quanto incapaci di controllare le emozioni) e accade anche nelle invettive misogine di Schopenhauer e del grande Nietzsche".

Come si cade in questa contraddizione filosofica?
"L'errore è vincolare il femminile alla componente biologica del corpo, all'  incapacità di superare la sensibilità, alla schiavitù  nefasta  della passione ( da sempre attribuito squisitamente  femminile). Accade che tale ancoraggio  alla sfera del corpo, della sensibilità, sia sempre stato considerato una debolezza rispetto alla forza trascendente dell'intelletto, letta quale prerogativa eminentemente  maschile. In realtà siamo da tempo entrati in un'epoca che dovrebbe ripensare tale dualismo. Infatti,  il logos edificato nei secoli di dominazione maschile della nostra società si è mostrato crudele nei confronti di ogni alterità, intollerante verso la molteplicità, verso la natura multiforme, poliversa della realtà".


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