Café Philo

di Angelo Maria Perrino e Virginia Perini

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Il dibattito sul terrorismo al cinema. Tutti pazzi per Clint Eastwood

Le mitragliate parigine, le lacrime, le folle di manifestanti riportano l'attenzione su un grande dibattito. Dibattito dai mille risvolti, che ha coinvolto attori, politici, filosofi e sul quale ogni cittadino, dall'11 settembre in poi, si sente chiamato a riflettere. Riflessione che non si interrompe neanche sulle poltroncine del cinema, almeno per tutti coloro che hanno scelto di vedere il film campione di incassi American Sniper, di Clint Eastwood.

La storia di un cecchino chiamato leggenda perché non manca un bersaglio, disposto a veder morire bambini e donne pur di salvare gli Usa dalla minaccia terroristica riapre quesiti che sono prima ancora filosofici che geo politici. E' una nuova forma di guerra quella che l'Occidente si trova a combattere contro il terrorismo transnazionale di al-Qaeda? Il targeted killing è un modo legittimo per difendere la democrazia a fronte di un nemico che mira a destabilizzare non solo gli USA, ma tutto l'assetto internazionale? Qualcuno sostiene che le posizioni del regista (criticato più che mai per questo lavoro "filoamericano e inneggiante alla violenza") siano proprio queste e celino una critica ad anni e anni di riflessioni da parte di intellettuali come Derrida o Badiou, che hanno inserito la guerra al terrorismo nelle categorie dei conflitti classici senza rendersi conto che, come ha scritto Simone Regazzoni nel super attaccato Stato di legittima difesa, "dopo l'11 settembre il mondo è entrato in una nuova era, quella del 'conflitto armato del terzo tipo' che eccede le categorie del conflitto armato internazionale e non-internazionale".

Affaritaliani.it intervista il filosofo Alessandro Alfieri, autore di Cinema, mass media e la scomparsa della realtà, libro in cui si parla proprio del cinema di Eastwood dopo l'attacco alle Torri Gemelle.

E' nelle sale l'ultimo film di Clint Eastwood, proprio ora, quando il dibattito sulla lotta al terrorismo è un tema caldissimo. Dall'11 settembre in poi che cosa caratterizza il suo cinema?
"Come ho avuto modo di sostenere in un mio libro del 2012, tutto il cinema di Clint Eastwood dall’11 settembre in poi risente di questa cesura storica per la cultura dell’Occidente, in maniera più o meno esplicita; oltre al tema strettamente collegato al terrorismo, diversi elementi tipici dell’immaginario post-11 settembre caratterizzano la sua produzione. Pensiamo a come l’idea di “morte” sia mutata profondamente, essendosi intrisa del senso di imprevedibilità legata all’insicurezza da quando ci siamo scoperti tutti obiettivi dei terroristi, e non a caso un film come Hereafter del 2010 è tutto dedicato alla morte e all’al di là (quasi fosse un tentativo di elaborazione di questa scoperta angosciante), oppure pensiamo al concetto di interculturalità e integrazione come viene affrontato da Gran Torino del 2008. Pensiamo ancora a come, tanto Mystic River quanto Flags of our fathers, pur ambientati nel “prima 11 settembre”, siano film che mettono in evidenza come l’11 settembre presupponga sì la dimensione di evento inteso come svolta epocale, ma anche come tale evento presupponga una continuità rispetto a dinamiche culturali e tendenze proprie dello spirito americano già da decenni. L’epoca del terrorismo è una degenerazione e un’implosione di questo spirito occidentale, non si tratta del conflitto tra due mondi contrapposti".

Eastwood è sempre stato considerato icona di un pensiero di destra. Crede che oggi potrebbe diventare, dopo questo film, regista simbolo della lotta al terrorismo? O già lo è?
"La migliore definizione dell’Eastwood regista è stata la seguente: “Il regista di destra più amato da quelli di sinistra”; data l’intelligenza del personaggio, non si può parlare di un artista al servizio delle derive pericolose dei Teocon. Eastwood è un regista conservatore, senza dubbio, e il suo conservatorismo è sofisticato perché non si riduce a posizioni reazionarie, esso si manifesta nel mantenimento della logica binaria della narrazione tradizionale: quando non è 'politically correct' inverte lo schema 'Bene Vs Male' ma lo lascia intatto. Il suo 'destrismo' è proprio in questo schema, nel fatto che i suoi film ammettano sempre dei buoni contro dei cattivi, ripeto, magari invertendo lo schema perché non è certo ingenuo; in questa logica però si dimostra il suo ideologismo, anche il suo 'classicismo di genere'".

Crede che il successo di questo film dimostri uno spostamento delle masse verso posizioni più "interventiste"?
"Come stavo dicendo, Eastwood già oggi può essere ritenuto un regista profondamente americano e capace di sintonizzarsi sulla linea del pensiero della cittadinanza americana, e spero che il suo pubblico non si fermi allo schema astratto “Bene Vs Male” che a ben vedere può appartenere al cinema, ma non certo alla realtà. Anche se non promuove esplicitamente una posizione interventista ritengo che il suo cinema possa però contribuire a tale convincimento collettivo: se si resta nella logica di genere dei buoni contro i cattivi, e valutando il valore essenziale che il cinema ha sull’immaginario collettivo nella ridefinizione del pensiero e delle categorie morali, il passo all’indomani di un attacco subito sotto casa è immediato".

Che riflessioni sul terrorismo crede siano importanti in questa fase storica?
"E' importante capire che, come ha ben messo in evidenza Baudrillard all'indomani dell'11 settembre, non si tratta dello scontro tra due modelli o blocchi, quanto di un conflitto generato all'interno del cuore del capitalismo globale stesso. L'uniformità totale dell'Occidente ha generato al suo interno le condizioni stesse della sua disintegrazione. Zizek parla appunto di "McJihad", perché le tecniche, le ideologie, le modalità del nuovo terrorismo sono tutte manifestazioni della cultura occidentale. Più che di conflitto parlerei di cancro, o meglio ancora di autolesionismo della cultura globalizzata".

Da dove bisogna partire per ragionare su quanto successo a Parigi?
"Per quanto le indagini siano in corso, è indubbio che l'Isis possieda caratterizzazioni specifiche che la distinguono anche da Al Qaeda. Gran parte dei membri dell'Isis sono giovani nati e cresciuti in Occidente che sviluppano una forma di rancore e rabbia nei confronti della loro stessa identità. Questo è tipico della complessità psichica e del rapporto che ognuno ha col proprio thanatos. Gli attentati di Parigi sono una forma di masochismo, una ferita che l'Occidente e gli attentatori si sono autoinflitti. Si tratta della dialettica e dei paradossi irrisolvibili della libertà e della laicità, che, la storia insegna, possono sempre capovolgersi in barbarie e anarchia. La cosa più ardua è ammettere che la barbarie non viene da fuori ma è interna, ci vive accanto, e combatterla significa dover compiere una sorta di amputazione".

 

Alessandro Alfieri è un saggista, filosofo, critico di cinema e di musica pop. E’ Dottore di ricerca in Filosofia e Scienze Sociali presso l’Università di Roma “Tor Vergata” e Cultore della materia in Estetica presso l’Università La Sapienza, dipartimento di Filosofia. Conduttore radiofonico e giornalista pubblicista, collabora con diverse testate cartacee e online; autore di numerosi saggi pubblicati su riviste specializzate anche in lingua straniera, tra i suoi libri “Vasco, il Male. Il trionfo della logica dell’identico”- con Paolo Talanca (Mimesis 2012); “Frammenti della catastrofe. Ricognizione filosofia di fenomeni e disgrazie dell’oggi” (Noubs 2013) e “Cinema, Mass Media e la scomparsa della realtà. Immagini e simulacri dell’11 settembre” (Alboversorio 2013).

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