Café Philo

di Angelo Maria Perrino e Virginia Perini

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regole del sudore
 

C'è un luogo in cui, più che in altri, il cammino verso la "felicità" diventa realizzabile. E' il campo da basket. Ex giocatore, il filosofo della scienza Giovanni Boniolo nel libro Le regole del sudore (Cortina) mostra come le regole sportive possano portare alla piena soddisfazione e realizzazione dell'individuo: attraverso il sudore, la foga agonistica, lo spogliatoio, gli schemi e gli allenamenti, l’amicizia e il movimento del corpo.

Quali esperienze e quali riflessioni l'hanno portata a scrivere questo libro?
Erano anni che volevo fare questo libretto, ma ero sempre impegnato in altro e non riuscivo a trovare il tempo giusto. Intanto leggevo qui e lì e appuntavo. Poi un'estate, spinto soprattutto dai figli, mi son creato lo spazio e l'ho finito. Da un punto di vista intellettuale mi ha mosso la voglia di vedere se fosse possibile scrivere "filosoficamente" di sport in modo leggero e di là delle riflessioni etiche che usualmente accompagnano il doping. In effetti, anche a livello internazionale, quando si parla di filosofia dello sport si pensa soprattutto alla dimensione etica. Questa è certamente importante, ma ritengo, come ho cercato di mostrare nel libretto, che "oltre all'etica c'è di più", per parafrasare un passo di una canzoncina di moda tempo fa. Poi c'era la sfida di scrivere di filosofia a un livello appetibile anche a chi non l'ha mai esercitata né pensato di farlo. E qui mi riferisco soprattutto a tutti quegli sportivi, amatori o professionisti, e a quei tifosi (a quelli non stupidamente irrazionali) che mai han considerato ciò che praticano o amano quale oggetto di riflessione filosofica.

Quale tesi sostiene in essa?
Il libretto è costruito in una serie di sette lettere, indirizzate ai figli o a degli amici, e ognuna affronta un tema. Tuttavia la tesi principale è l'enfasi sulle regole e sul loro ruolo nel mondo dello sport (e della società). Relativamente agli altri contenuti, nella prima lettera ho cercato di vedere come fosse possibile caratterizzare lo sport differenziandolo dal gioco: un tema affrontato nel passato da autori ormai classici come Roger Caillois e Johan Huizinga. Nella seconda lettera, sulle regole, pongo il tema del libretto riflettendo su che cosa esse siano e sulla loro convenzionalità e necessità, utilizzando - ovviamente direi - autori come Ludwig Wittgenstein. La terza affronta il problema del doping e quindi, certamente, quello dell'etica dello sport ma anche del libero arbitrio e della libertà di scegliere la vita che più piace anche a costo di morirne. Nella quarta, dedicata al sudore e all'allenamento, tratto del tema della necessità di applicarsi per raggiungere uno scopo. Qui ho discusso pure della peack experience che un atleta di livello riesce a raggiungere, divertendomi però a dileggiare un poco coloro che non sapendo che cosa sia e come sia possibile raggiungerla all'"occidentale" si danno a pseudo-guru che parlano di oriente, di zen, di satori o cose del genere. Il tema della solidarietà e della complicità è affrontato nella lettera dedicata allo spogliatoio: momento importante nella vita di un atleta, specie se fa sport di squadra. Poi vi è una lettera sulla bellezza del corpo e del movimento. Qui mi son impegnato nel tentare di mostrare come la capacità di riconoscere quale 'bella' una rappresentazione (di un corpo o di gesto atletico) sta nella conoscenza dei canoni relativi e contestualizzati della bellezza. Infine vi è una lettera sulla senescenza, dove propongo qualche riflessione sul trascorrere del tempo, sull'invecchiare e sul ritrovarsi con un corpo (anche e specie quello dell'atleta) che "non è più quello di una volta". Il tutto però è condito da ricordi di quand'ero un giocatore professionista di basket e da rimandi a passi di testi letterari. Ma in modo leggero, perché volevo che il risultato fosse leggero, esattamente come quello di un gesto atletico: tanto allenamento dietro, ma apparentemente senza fatica, apparentemente "naturale".

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Che cosa c'è di filosofico in un campo da basket?
Forse niente, forse tutto, come in ogni momento della vita che viviamo. E' errato pensare che la filosofia stia solo nella riflessione su enti astratti: la filosofia sta anche in ogni riflessione sul significato di ciò che stiamo vivendo - e nel fare sport viviamo, anche se in modo speciale soprattutto per chi lo pratica ad alto livello. In un campo di basket c'è il significato profondo di regola, l'esito di un processo di allenamento faticoso come lo è qualunque processo di formazione culturale, la solidarietà fra i componenti di una squadra, il ruolo dell'arbitro-giudice e della punizione (si pensi alle bellissime pagine di Friedrich Nietzsche, in Genealogia della morale, sul concetto di punizione), c'è l'implementazione di canoni estetici, c'è il tempo dell'esistenza sportiva che scorre e che si mostra finito, c'è la riflessione sui limiti, c'è la grandezza e la meschinità, il coraggio e la codardia, la capacità di essere uomo libero e di essere servo. Insomma c'è la vita, o meglio, se mi è concesso, c'è la vita in vitro.

Storie di basket, storie di vita, storie di regole di convivenza che ricordano quelle che governano o dovrebbero governare la società civile, che cosa ne pensa?
Certo, proprio questo. Più di un amico, nel parlare del libretto, ha commentato che ho scritto (molto poco senza saperlo) un testo di filosofia del diritto. Lo sport senza le sue regole non è nulla, come non lo è una società che vuole continuare a prosperare: le regole di convivenza sono necessarie per vivere assieme e per esprimere al massimo la propria libertà individuale senza recare danno a terzi. Lo sport senza merito non è nulla, come lo è una società che non vuole premiare chi merita ma cede a clientelismi di tutti i generi (paradossalmente, ma non molto, in Italia lo sport è forse l'unico momento in cui vi è ancora un premio al merito e alla fatica). Lo sport di squadra senza solidarietà fra atleti risulta essere un fallimento, come accade a una società che abbandona chi è meno fortunato nella lotteria della vita. E così si potrebbe andare avanti.

Lo sport non è mai stato "studiato" particolarmente dalla filosofia nonostante abbia molte affinità con essa, come mai?
In effetti, è stato studiato poco anche per un erroneo e stupido snobismo di molti filosofi, o pseudo-tali, che han pensato il corpo solo negativamente come ricettacolo del ben più importante spirito o anima, o come qualcosa che è destinato a putrefarsi e che non può reggere il confronto con la cristallinità e l'imperitura durata del pensiero (soprattutto il loro).

E il basket in particolare?
Sul basket non conosco molti libri a contenuto filosofico. Per me, usando un gergo filosofico, è un token personale di un type (lo sport in particolare e la vita in generale) su cui riflettere esistenzialmente.

Ci racconta qualche aneddoto della sua vita sportiva che l'ha fatta particolarmente riflettere?
Molti aneddoti ci sarebbero, ma temo che un ex-atleta possa diventare patetico a raccontare sempre le stesse storie che ha vissuto. Menziono solo quello spareggio per andare in serie A. Una partita infernale gestita da tifosi esecrabili e che si concluse con un quasi linciaggio, evitato dal fatto che riuscimmo a uscire dal palazzetto solo grazie ai cellulari della polizia, peraltro arrivata troppo tardi e che così non evitò che fossimo presi a pugni, calci e sputi, oltre alle solite ingiurie. Lì ho avuto la prima esperienza reale e diretta di che cosa potesse essere l'irrazionalità e la stupidità di molte persone, nonché la pericolosità di una massa inferocita senza motivo importante e cieca nella sua follia. Lì ho avuto una paurosa (letterale) esperienza della ferocia del branco e della sua codardia, ma anche una chiara comprensione in vivo di fenomeni aberranti come lo sono gli estremismi di qualunque forma politica (nazismo, fascismo, comunismo, leghismo) o religiosa (fondamentalismo cristiano o islamico). Molti uomini e donne sono veramente irrazionali e stupidi nel loro appartenere al branco e non si può, da un lato, non temerli e, dall'altro, non tentare ogni modo per renderli innocui, visto che parlare loro con i lumi della ragione non serve a nulla.

Giovanni Boniolo
Dipartimento di Scienze della Salute
Università di Milano
&
Biomedical Humanities Unit
Dipartimento di Oncologia Sperimentale
IEO - Milano

Tags:
basketgiovanni boniolo
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