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di Angelo Maria Perrino e Virginia Perini

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Ecco che cosa significa vivere da teologo. Anna Gioeni racconta...

Di Francesco Bricolo

"Nella chiesa, anzi nella società occidentale tutta, la teologia e i teologi sono divenuti oggi un tema di rilevanza pubblica e insieme di accesa discussione". E' l'incipit, le prime tre righe, del libro dell'allora Cardinal Joseph Ratzinger: Natura e compito della teologia: il teologo nella disputa contemporanea, (Jaca Book 1993). Sono passati più di vent'anni, quasi 25, dalle parole di Joseph Ratzinger e che il teologo oggi sia "un tema di rilevanza pubblica" può sorprendere. Chi è il teologo, qual è il suo compito? Che ruolo svolge? Sono queste alcune delle domande che ho voluto rivolgere ad Anna Gioeni, una teologa.

Teologa vuol dire che insegna teologia?
Studiare teologia e insegnamento non sono due dimensioni conseguenziali. Nessuno ha la certezza che aver conseguito tutti i titoli accademici previsti dia la possibilità di accedere all'insegnamento. Il contesto accademico è ancora prettamente clericale e fra una laica e un sacerdote, anche a disparità di titoli, viene scelto il sacerdote.

Dunque ci si laurea in teologia come in veterinaria o in legge?
Potrei accettare la provocazione, precisando che ci si deve augurare che un teologo, un veterinario o un avvocato siano accomunati dal desiderio di   raggiungere un'ottima preparazione e vivere tale scelta con un forte spirito di servizio. La differenza è la lunghezza del percorso. Studiare teologia vuol dire investire almeno dieci anni: 5 per conseguire il baccalaureato, 2 per la specialistica e altri 2 per il dottorato, anche se quest'ultimo livello di studio può durare da un minimo di 3 anni effettivi a tempi lunghissimi e non sono pochi  i dottorandi che non  arrivano a conseguire il titolo.

Ma le università di teologia sono tutte appartenenti a religioni o anche laiche?
In Italia la facoltà di teologia non è presente nelle università statali, come accade in altri parti dell'Europa e del mondo e questo impoverisce la possibilità di confronto e spesso relega la teologia a riflessione autoreferenziale.

Ma a chi insegna?
Sono tre le possibilità: istituti superiori scienze religiose, studi teologi e facoltà teologiche. Altra opzione sono i seminari, quelli che optano  per una  formazione interna, in questo periodo, per fare un esempio, insegno storia della filosofia ai seminaristi. E' ovvio che i contenuti vengono offerti anche nell'ambito di convegni, conferenze o corsi formazione

Come si fa a diventare teologi?
Si presuppone intanto che un teologo abbia uno studio di base completo; ma la preparazione non basta, il passaggio indispensabile sta nell'impegno ad intraprendere un cammino di approfondimento costante che si esprima anche attraverso pubblicazioni, dibattiti, conferenze, convegni.

Avete anche voi un esame di abilitazione?
Non esiste un esame di abilitazione, ma la fatica del dottorato è segno del raggiungimento di una maturità nel cammino di studio. Il dottorato di ricerca nelle facoltà statali è un cammino di approfondimento pagato dallo Stato, nel nostro ambito è l'ultima fase di studio che ha come finalità la produzione di una tesi non compilativa, ma che dimostri una originalità di pensiero dello studente

Ma a cosa serve uno teologo o una teologa?
Dall'inizio del mio cammino ho sempre distinto tre tipi di impegno. Il primo quello del teologo da "cattedra", cioè che ritiene il proprio ruolo limitato all'ambito accademico e alle pubblicazioni. Il secondo quello del teologo divulgativo, che riesce a tradurre in parole "semplici" la complessità della riflessione teologica. Il terzo mi piace definirlo il teologo di strada, che non ha paura di svalutare o banalizzare il proprio ruolo provando a riflettere sulle istanze della vita di tutti i giorni, partendo dalle problematiche dei giovani, delle coppie, dell'essere umano in generale, affrontando le questioni che coinvolgo il cristiano ogni giorno. Ho fatto esperienza di tutti e tre gli ambiti, ma non nascondo che il terzo è quello che amo di più. Poter consegnare la ricchezza del pensiero cristiano, liberandolo da incrostazioni, luoghi comuni o opinioni banali è un impegno faticoso, ma alla fine molto gratificante. Dimostrare che il cristianesimo non è quello "bastonato" dai media, o che respiriamo nelle tradizioni locali, o che viene mediato da chi non conoscendolo intraprende lotte contro i mulini al vento. Non possiamo ignorare  che spesso anche il clero alimenta tali modi di vedere.

Come ci si sente ad essere "professionisti di Dio"?
Non si è professionisti di Dio, ma cercatori costanti della mediazione giusta per consegnare una dimensione indispensabile nella vita dell'uomo, cioè il rapporto con Dio. Nella società odierna ci troviamo davanti a fenomeni grotteschi, si rifiuta Dio, ma allo stesso tempo si cercano surrogati che possano saziare il bisogno di spiritualità, di un "Altro" che non sia immanente. Ne è la dimostrazione il diffondersi del satanismo, nelle sue forme più crude e insensate, o le tante pratiche di strane religiosità, capitanate e inventate da leader decisamente "eclettici".

Ma lei può dire il suo pensiero teologico liberamente anche quando e se non è conforme alla linea dello studio teologico?
Il teologo non può non tener conto che fa parte di una grande realtà  che c'era prima di lui e che  continuerà ad esserci anche dopo. Il teologo non è un'isola, ma fa parte di un grande corpo che si chiama Chiesa. Immaginare però che sia solo un ripetitore automatico di contenuti sarebbe ridicolo e riduttivo. Quindi equilibrio e riflessione anche in "divenire" devono essere due facce della stessa medaglia. Un compito che non dovrà mai tralasciare, secondo me, è la lotta contro le ombre della Chiesa, scegliendo di schierarsi sempre dalla parte del bene e non del più forte. Ciò, è evidente, comporta in alcuni casi conseguenze poco piacevoli.

Vuole dire che tra teologhi non c'è competizione e non vi fate le scarpe uno con gli altri come succede nelle altre discipline?
Più che competizione spesso si verificano altri fenomeni, come la svalutazione e la delusione. Svalutazione, quando mostri di voler percorrere un cammino diverso e trovi ostacoli assurdi e ingiusti e delusione quando ti accorgi che, riguardo l'assegnazione di ruoli di vario genere, non sempre al primo posto c'è un curriculum e la preparazione, ma una scelta fondata su criteri  poco oggettivi e per quanto riguarda specificatamente il mondo femminile, misogini e carichi di pregiudizi

Professoressa, ci racconta come le è venuto in mente di diventare una teologa?
Mi ritengo strana, infatti nella vita ho fatto sempre un percorso diverso da quello classico, sia per gli studi che per le scelte personali. Sposata ad una età che oggi sembrerebbe scandalosa e mamma a 18 anni, ho dedicato la prima parte della mia vita all'amore per la famiglia e per la letteratura. Un incontro fortunato con un sacerdote, che si distingueva per cultura e testimonianza di vita mi ha fatto capire che il cristianesimo non era una pratica religiosa impregnata di riti e superstizioni, ma qualcosa di più. Ho iniziato il percorso degli studi teologici per sfida e poi tutto si è trasformato in scelta di vita e amore per una figura straordinaria, Gesù Cristo, che non "un omino buono" che faceva miracoli, come viene spesso presentato, ma il personaggio più assurdo e rivoluzionario della storia, e chi lo incontra non può non cogliere la sua straordinarietà


Anche negli studi teologici è difficile per una donna o almeno lì ci sono meno problemi per voi donne?
Per quanto riguardo lo studio in se stesso no. Se una donna opta per iniziare un percorso cosi lungo e particolare, sicuramente avrà una determinazione e una motivazione granitica, che quasi sempre corrisponderà a risultati brillanti. Non sono i quasi novanta esami e le tre tesi ad impedire una meta scelta, il problema nasce dopo, quando inizi il percorso dove ogni giorno devi dimostrare preparazione e capacità superiori per ottenere una piccola percentuale di quello che con facilità consegue un sacerdote con meno fatica, meno titoli e un curriculum "normale"

Lei fa riferimento spesso ai giovani perchè?
Quando ho concluso gli studi pensavo di aver fatto la fatica più ingente della mia vita. Poi ho iniziato ad insegnare in un istituto privato e l'incontro con gli studenti ha rivoluzionato il modo di vedere il mio futuro di teologa. Con il loro stile diretto e sincero hanno messo in discussione le mie "certezze" e mi hanno chiesto di riflettere sulle loro "incertezze" e da li è iniziato il mio cammino di teologa, che non rinnega la cattedra e l'insegnamento ma che vuole stare per strada, parlare semplice delle cose complesse e lottare contro la prosopopea di chi pensa di essere detentore della Verità e la reputa un tesoro geloso da non condividere. Empatia, confronto e credibilità sono stati gli strumenti ho da sempre privilegiato, tanto faticosi quanto vincenti.

Cosa pensa del teologhese?
La mia posizione è abbastanza critica. Ritengo che spesso non riuscendo a mediare la grande ricchezza cristiana, perchè effettivamente non è facile da conoscere e porgere agli altri, ci nascondiamo dietro linguaggi difficili che annoiano gli stessi "addetti ai lavori" o a facili pratiche e devozioni che permettono l'effetto di coinvolgere le masse, ma non certamente determinano una vera adesione al cristianesimo.

Qual è il suo sogno?
Vedere una comunità ecclesiale meno diffidente e gerarchica e più unita nel raggiungere l'unica metà da condividere, l'incontro con Cristo. Dobbiamo mettere in gioco i talenti di tutti e non fermarci davanti a pregiudizi e piccolezze che  rallentano il nostro cammino e demotivano chi crede ancora in un futuro dove l'uomo possa vivere in una realtà fondata sull'amore e sul rispetto dell'altro a prescindere dal sesso, religione, razza.....

 

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teologiachiesa
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