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di Angelo Maria Perrino e Virginia Perini

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WhatsApp e i social network uccidono la lingua? L'analisi del filosofo

WhatsApp è il vero fenomeno del momento. Tutti lo usano, tutti lo preferiscono ormai alla telefonata. La messaggistica istantanea, con le sue abbreviazioni, le emoticon, i modi di dire, è la forma di comunicazione più usata e in alcuni casi supera addirittura quella verbale, per tempo e quantità. I grandi intellettuali come i capi di stato comunicano così. Ma la cosa non passa inosservata a semiologi e linguisti che ora hanno un tema importante di cui occuparsi: come reagirà la lingua a questo deep impact? Che cosa resterà della cultura divulgata attraverso lunghi testi e opere, cultura in cui il lungo discorso ben articolato è arte e la subordinata è sempre stata considerata un vezzo?

Lo storico e filosofo della scienza Stefano Moriggi sceglie Affaritaliani.it per spiegare come cambiano i sistemi di comunicazione nell'era del web.

Gli SMS non sono una minaccia per l'ortografia

Uno studio condotto su 4524 messaggi composti da 19 adolescenti ha dichiarato che non vi è alcuna relazione tra gli SMS e gli errori di ortografia. A svilupparla sono stati il Centre de Recherche sur la Cognition et l'Apprentissage (CNRS/Université de Poitiers/Université François-Rabelais Tours), et des chercheurs de l'Université Paris Ouest Nanterre et de l'Université Toulouse II - Le Mirail. "SMS e messaggistica istantanea non costituiscono una minaccia per l'ortografia insegnata a scuola, ma al contrario una nuova e ulteriore possibilità di praticare la scrittura", dicono i ricercatori.

Si è aperto un dibattito su WhatsApp, non ucciderà la lingua con le sue forme abbreviate e le caratteristiche del linguaggio che veicola?

Spesso quando si parla di tecnologia si perde il "senso della misura", in tutti i sensi. Per esempio, pensando anche a Twitter, dove sta scritto che la profondità di una riflessione sia direttamente proporzionale alla lunghezza o alla forma della sua esposizione?  Se così fosse, ogni grafomane - in quanto tale - dovrebbe essere anche un apprezzato filosofo. Il che, al di là delle apparenze, non corrisponde necessariamente a verità. E' indubbio che la riduzione dello spazio disponibile rende più difficile l'articolazione di un significato complesso. Ma difficile, non vuol dire impossibile. Certo, bisogna essere capaci. Ma questo è un altro discorso. Dopotutto, non accade qualcosa di simile anche in poesia? Le faccio un esempio emblematico: "Si sta come / d'autunno / sugli alberi le foglie". Solo cinquanta caratteri (virgolette comprese!) per esprimere come pochi altri hanno saputo fare la precarietà esistenziale (oltre che fisica) dei Soldati al fronte".

Però per secoli siamo stati abituati in un certo senso a identificare il sapere con la complessità. Come reagiremo a questa "svolta"?

Dovremmo reagire anzitutto cogliendo la complessità là dove si trova, e non facendone un alibi (o addirittura un idolo) della nostra angoscia di fronte a un mondo in evoluzione. Invece di essere "psicologicamente tolemaici" in un mondo "culturalmente copernicano", sarebbe quindi più utile e sensato affrontare la complessità della tecnologia intuendo - nello specifico della comunicazione - lo stile che ciascun mezzo richiede. Quella che manca, in molti casi, è una sensibilità estetica nell'utilizzo dei media: il senso dello spazio disponibile, della velocità e dunque del ritmo specifico di ogni mezzo di comunicazione - oltre che dei potenziali destinatari. Considerazioni che, a mio modo di vedere precedono, quelle relative all'oggetto della comunicazione in sé. Dunque, il vero rischio di "riduzione del pensiero" lo corre piuttosto chi non è in grado di modulare opportunamente i contenuti nelle forme proprie del mezzo che decide di utilizzare. E la mia esperienza di comunicazione della scienza in televisione con E se domani (Rai 3), da questo punto di vista, è stata  (e continua a essere) particolarmente istruttiva.

Secondo lei siamo di fronte a un cambiamento epocale che riguarda il linguaggio e la cultura o WA, come Facebook o Twitter è solo uno dei tanti strumenti che si affiancano al linguaggio tradizionale?

La comunicazione non è disincarnata rispetto agli strumenti che la rendono possibile, e alle loro peculiari potenzialità espressive. Come dicevo, in alcuni critici manca ancora una "sensibilità estetica" nei confronti delle più recenti tecnologie, una lacuna che non consente loro di cogliere l'efficacia propria di uno stile comunicativo altro rispetto a quelli più tradizionali. Certo, la messaggistica rappresenta una nuova opportunità espressiva che non si sostituisce alle altre, semmai si aggiunge. La differenza la fa piuttosto l'individuo in grado di scegliere, di volta in volta, i modi, i tempi e dunque le forme in cui veicolare informazioni e contenuti".

Allargando il discorso anche alle altre innovazioni tecnologiche, tipo Cloud, secondo lei siamo pronti per certi cambiamenti e per le loro implicazioni filosofiche e sociologiche?

Il fatto è che non siamo mai pronti di fronte alle novità, tecnologiche e non. Altrimenti non sarebbero novità. Bisognerebbe preferire un atteggiamento critico tanto a una diffidenza refrattaria quanto a un entusiasmo inconsapevole. Di questi tempi parlare di Cloud è quasi una moda, ma non ho la sensazione che ci sia ancora una altrettanto diffusa consapevolezza dello strumento e di non poche questioni - per esempio di natura giuridica - che, inevitabilmente, si verranno a porre come nuovi orizzonti di riflessione in una società costantemente ridisegnata nella struttura e nelle relazioni dalle offerte tecnologiche che la ricerca e il mercato rendono sempre più disponibili. Sarebbe certo il caso di incentivare una più mirata riflessione sulla tecnologia, ma - per carità - lontana da certa anacronistica "filosofia della tecnica"...

La tecnologia sta superando noi, le nostre abitudini e il nostro sistema legislativo. Riusciremo a "dominare" e "governare" i nuovi strumenti o loro metteranno sotto scacco l'umanità?

Per "governare" una fase di transizione o addirittura una rivoluzione (non solo scientifica o tecnologica, ma anche politica) non sono mai serviti i profeti di sventura. Non vedo come potrebbero aiutarci oggi. Piuttosto sarebbe auspicabile riuscire a  intuire cause e dinamiche degli eventi in corso e agevolare la discussione pubblica in merito. Arroccarsi in un passato troppo spesso idealizzato e lanciare strali sul mondo che verrà mi sembra un atteggiamento che - almeno secondo i dati auditel - può funzionare al più come pittoresco contorno di un Festival della canzone italiana. Ma  di ragazzi della via Gluck... uno basta e avanza.

Stefano Moriggi (Milano 1972): storico e filosofo della scienza, si occupa di teoria e modelli della razionalità, di fondamenti della probabilità, oltre che di pragmatismo americano con particolare attenzione al rapporto tra evoluzione culturale, semiotica e tecnologia. Già docente nelle università di Brescia, Parma, Milano e presso la European School of Molecular Medicine (SEMM), attualmente svolge attività di ricerca presso l'Università di Milano Bicocca e Università degli Studi di Bergamo. Esperto di linguaggi e comunicazione della scienza, da due anni conduce su Rai 3, al fianco di A. Zanardi, la trasmissione E se domani. Quando l'uomo immagina il futuro. Tra le sue pubblicazioni si ricordano: Le tre bocche di Cerbero. Il caso di Triora. Le streghe prima di Loudon e Salem (Bompiani, 2004); con P. Giaretta e G. Federspil ha curato Filosofia della Medicina (Raffaello Cortina, 2008). Più recentemente (con G. Nicoletti) ha pubblicato Perché la tecnologia ci rende umani. La carne nelle sue riscritture sintetiche e digitali (Sironi, 2009) e  con A. Incorvaia, School Rocks! La scuola spacca, (San Paolo, 2011).

di Virginia Perini

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