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Affari Europei
Non solo crescita. Le grane di Renzi. Dal rapporto con gli Usa a Kiev

Mentre la nebbia della crisi economica sembra diradarsi con lentezza dall’Eurozona e all’indomani di elezioni europee che hanno dato libero sfogo al malcontento degli europei, l’Italia avvia il semestre di Presidenza del Consiglio dell’Unione.  Un momento tutt’altro che facile in cui le sfide interne all’Ue si sommano a quelle che si accalcano alle sue porte. Le sfide interne riguardano principalmente la capacità di puntare a politiche di crescita e occupazionali e di completare la riforma della governance economica europea. Quelle esterne riguardano invece le aree di vicinato che sono diventate i principali punti d’origine del disordine internazionale. La crisi in Ucraina, i rapporti sempre più tesi con la Russia, l’instabilità ormai endemica dei paesi della sponda sud del Mediterraneo e del Medio Oriente (dalla Libia, alla Siria, all’Iraq) e l’emergenza dell’immigrazione chiamano continuamente in causa l’incapacità europea ad agire in maniera efficace in ambito internazionale.
 
Il successo della Presidenza Italiana non potrà misurarsi sulla base della capacità o meno di affrontare tutti questi problemi. Sarebbe una cosa del tutto impossibile, non solo perché ci sono solo sei mesi a disposizione, ma anche perché i poteri del Presidente di turno sono piuttosto limitati, anche più che in passato quando comprendevano anche la Presidenza del Consiglio Europeo , per cui esiste ormai una carica ad hoc.
 
Allora, con buona dose di realismo, il metro di paragone potrebbe essere rappresentato dalla capacità del Premier Renzi di definire con chiarezza l’ordine delle priorità sia sul fronte interno sia su quello esterno e di individuare alcuni risultati concreti che si intendono conseguire. Da questo punto di vista, si possono identificare due scenari possibili:
 
a) Il ritorno dell’Italia: se i risultati del recente vertice di Ypres-Bruxelles si concretizzeranno in effettivi margini di manovra per il Governo Italiano, ciò andrà visto come un segno tangibile del cambio di passo in Europa: non più – e non solo – austerità ma anche crescita e occupazione. Ovviamente a patto che si convincano i paesi del Nord dell’Europa, facendosi trovare pronti nel procedere a tappe forzate alle riforme strutturali da troppo tempo promesse dall’Italia.
 
Da questo punto di vista, risulterebbe inutile chiedere il rafforzamento della Youth Guarantee se le Regioni Italiane non sono ancora riuscite ad utilizzarla, e se il Jobs Act dovesse seguire un iter troppo lento in Parlamento. Risultati decisamente più positivi si potranno avere in un vertice europeo sul lavoro (spostato a ragione da luglio all’autunno) quando l’Italia potrà mostrare di aver già fatto i propri “compiti a casa”. Sempre sul piano interno, il governo Renzi dovrà monitorare strettamente l’avvio dell’unione bancaria (prevista proprio per fine anno), che rientra perfettamente tra gli interessi nazionali italiani. Sul piano della politica estera il Presidente dovrà guardare sia a Est (Russia e Ucraina) che a Sud (Mediterraneo e Medio Oriente) adoperandosi il più possibile per far emergere una posizione comune nell’ambito del Consiglio. Inoltre bisognerà puntare al rafforzamento di Frontex (trovando le risorse nel bilancio Ue), riconoscendo però che difficilmente si potrà fare molto di più dati i vincoli dei Trattati e degli accordi esistenti. Il raggiungimento di questi obiettivi interni ed esterni all’Unione è ovviamente legati anche alla questione delle nomine. In uno scenario di successo, anche a prescindere da chi sarà il nuovo Commissario agli Affari Economici (ovviamente meglio se italiano o di un paese sud dell’Eurozona) sarà opportuno riequilibrare il potere all’interno della Commissione stessa, da alcuni anni eccessivamente sbilanciato verso la DG Ecfin. Allo stesso modo, sul piano della politica estera, sarebbe opportuno legare la nomina del nuovo Alto Rappresentante ad un documento programmatico che definisca anche le linee guida per il prossimo futuro.
 
L’Italia in questo scenario sfrutterebbe quindi appieno il proprio Semestre di Presidenza riconquistando credibilità internazionale e agevolando un nuovo percorso di integrazione europea, seppur “a Trattati costanti”.
 
 
 
b)  La crisi (ancora) dietro l’angolo: ci sono vari eventi che possono complicare, non di poco, il Semestre di Presidenza italiana, rendendo difficile il perseguimento degli obiettivi interni ed esterni sopra presentati. Per indicarne solo alcuni:
 
- un’ulteriore revisione al ribasso della crescita dell’Eurozona (attualmente all’1.2% secondo le ultime stime della Commissione), anche per cause non strettamente legate all’Ue ma, ad esempio, a un rallentamento dell’economia globale;
 
- la vittoria dei separatisti scozzesi nel referendum di settembre che potrebbe portare anche a richieste di referendum simili in vari altri paesi (dal Belgio alla Spagna) se non addirittura ad un anticipo di quello sull’abbandono dell’Unione europea da parte della Gran Bretagna;
 
- il mancato avvio dell’Unione bancaria (o un suo posticipo) a fronte di risultati negativi degli “stress test”, cui potrebbe fare da corollario un ritorno delle crisi bancarie e un ulteriore inasprimento del “credit crunch”;
 
- il fallimento dei negoziati sull’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, i cui effetti andrebbero ben oltre l’ambito strettamente economico-commerciale, rischiando di compromettere la già traballante partnership transatlantica;
 
- l’esplosione di nuove rivolte in Ucraina (con una crescente tensione con Mosca) e/o un ulteriore peggioramento della crisi nel Mediterraneo e Medio Oriente (ad iniziare da Siria e Iraq).
 
 
 
Al verificarsi anche solo di uno o due di questi eventi è evidente che il compito della Presidenza italiana non potrebbe che essere quello di modificare le priorità e puntare, con maggiore forza, alla identificazione di una posizione comune europea in seno al Consiglio.

(http://www.ispionline.it)

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