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Buonasanità
Coronavirus, vaccino? "Macché ci vuole il cortisone". I consigli del medico

Dall'inizio della pandemia da Covid-19, nell'attesa di conoscere definitivamente le caratteristiche di questo Coronavirus ancora in fase di studio a livello mondiale, tanto è stato scritto in materia, partendo da una fase in cui era stato raccomandato di non trattare i soggetti contagiati con antinfiammatori e cortisone, giungendo allo stato attuale alla constatazione che il paziente adeguatamente curato a domicilio con i suddetti farmaci e l'aggiunta di terapia eparinica (nei casi possibili) ed antivirale riuscirebbe ad evitare le temute tromboembolie polmonari e la MOFS (INSUFFICIENZA MULTIORGANO) che si rivelano spesso letali.

Mi giungono a tal proposito le conclusioni del collega della Medicina Generale Giuseppe Chirulli, già ospitato con le sue teorie basate su quarantacinque anni di stimata professione in questo mio Blog BUONASANITÀ, che ritengo meritevoli di attenzione.

"Sono passati cinque mesi dall’inizio, ma ancora non è dato sapere quanto durerà il contagio, né se ci sarà una nuova ondata all’inizio della Fase 2 o della prossima stagione invernale. Il ricordo storico  della Spagnola, che durò tre anni, rappresenta un monito per tutti. Il terrore suscitato nell’intera popolazione mondiale dal Coronavirus è tale che in molti pensano di mantenere a tempo indeterminato i provvedimenti adottati nella prima fase della Pandemia. Si ventila addirittura l’ipotesi, assurda, che il distanziamento sociale e la necessità di circolare con cellulari, che contengano App ad esso dedicate, possano far parte per sempre della nostra vita. Appare evidente che le dimensioni della Pandemia e la virulenza del Covid-19 hanno distolto la nostra attenzione dall’aspetto principale dell’infezione, dall’unico motivo reale che sostiene la virosi: la caratteristica biologica dei soggetti infettati. 

Non può sfuggire a nessuno infatti che in ogni epidemia il numero dei soggetti contagiati è sempre lo stesso: circa il 10-15% dell’intera popolazione. Va ricordato, inoltre, che il virus non colpisce a caso: predilige, invece, i soggetti in età avanzata e i soggetti di salute cagionevole, quelli che durante la loro esistenza lottano continuamente contro le infezioni virali, le infezioni batteriche e le malattie reumatiche. Si comprende bene come questa semplice considerazione sposti radicalmente i termini della questione Coronavirus. In pratica, ad essere interessati dalla pandemia non sono tutti, perché l’ottantacinque per cento dell’intera popolazione si mantiene sano, è solo il restante quindici per cento, quello che già dall’inizio del contagio appare predestinato. La Medicina potrà confermare alla fine dell’epidemia, mediante una metanalisi sulla storia clinica di ciascuno dei soggetti deceduti, se esiste un biotipo specifico, individuabile prima che si affermi l’infezione. La ricerca, per quello che mi riguarda, darà risultati scontati. So bene, grazie alla mia esperienza professionale, che i soggetti colpiti dal Covid-19, sono affetti tutti da insufficiente produzione di cortisone endogeno. 

L’infezione si sviluppa attraverso tre fasi

La prima fase è scatenata da uno stress. Generalmente è il freddo, Ne risentono particolarmente le persone anziane. Altre cause sono gli allenamenti intensi e l’affaticamento psico-fisico. 

La seconda fase è costituita dal processo infiammatorio che si sviluppa all’interno dell’organo interessato dallo stress. Se il soggetto ha ghiandole surrenali ben funzionanti, il cortisone prodotto è sufficiente a spegnere più o meno rapidamente il processo infiammatorio. Al contrario, se il cortisone circolante è insufficiente, il processo infiammatorio perdura e si autoalimenta in un circolo vizioso che abbassa rapidamente le difese immunitarie dell’organismo.

Nella terza fase il virus, quello di turno che ora è il Coronavirus, trovando la porta aperta dal processo infiammatorio, penetra realmente nell’organismo e fa passare il paziente da semplice positivo a vero malato.

Le tre fasi si completano nel tempo massimo di 24 ore.

Ho avuto qualche remora a sostenere già nei primi due articoli pubblicati nel mese di marzo, mediante il giornale on line AFFARITALIANI, che il cortisone, somministrato tempestivamente nelle dosi e nei tempi giusti, cioè nel rispetto del suo ritmo circadiano, è l’unico farmaco in grado di vincere l’infezione. Bisogna considerare che ovunque, sia tra la popolazione, sia nel Mondo Scientifico, c’è una sorta di avversione per il cortisone: mi ricorda un pò l’Innominato della Peste Manzoniana. C’è chi lo avversa per gli effetti collaterali, chi per l’influenza negativa sulla protidogenesi e sulla risposta anticorpale. Ora che molti Medici, operativi in prima linea nella battaglia al Coronavirus, hanno potuto verificare l’utilità del cortisone nel controllo dei processi infiammatori e nella conseguente sopravvivenza dei pazienti, provo finalmente soddisfazione per la fondatezza delle mie tesi. In realtà, il Cortisone non agisce in concorrenza con la produzione anticorpale, che è propria della malattia in fase avanzata; agisce, invece, molto prima impedendo addirittura lo sviluppo dell’infezione. 

Gli anticorpi e il vaccino sono propri delle fasi più avanzate della malattia. Per quanto riguarda, poi,  il Covid-19 il vaccino sembra addirittura un’utopia. Allo scopo basti considerare che le stesse immunoglobuline specifiche contro il Coronavirus, presenti in soggetti che hanno già superato l’infezione, scompaiono rapidamente dal sangue lasciando il paziente in balia di una nuova reinfezione.

Come si può sperare che il vaccino contro il Covid-19 possa immunizzare efficacemente? Per esempio, nessuno si è mai sognato finora di realizzare un vaccino contro il raffreddore.

Il fabbisogno di cortisone aumenta progressivamente durante la malattia perché il processo infiammatorio con le conseguenti alterazioni anatomopatologiche è crescente. Ne deriva la necessità di un uso tempestivo. Un uso tardivo e insufficiente dello steroide conduce a morte o a malattie autoimmuni che perdurano tutta la vita".

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