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Covid-19 e imprese, attenzione ai rischi penali ex dlgs 231

Quando si ragiona d’imprenditori e imprese e rischi da infezione da virus Covid-19, a venire in emergenza, a ben guardare, sono tanto rischi diretti quanto rischi indiretti.

I rischi diretti sono quelli che incidono sul bene giuridico protetto salute e sicurezza sul lavoro.

Come noto, la necessità di contrastare l’emergenza epidemiologica in essere ha condotto Governo, INAIL e parti sociali a varare specifiche misure igienico-sanitarie che i datori di lavoro, nella loro qualità di garanti dell’integrità fisica dei lavoratori ex art. 2087 c.c., sono (stati) necessariamente tenuti ad attuare.

Se a ciò s’aggiunge, per un verso, che il Governo ha inteso varare significative disposizioni anche sul versante previdenziale e, per l’altro verso, che l’art. 42 comma 2  d.l. 17 marzo 2020, n. 18,  conv. in l. 24 aprile 2020, n. 27, è stato fatto oggetto di recepimento da parte dell’INAIL, il quadro d’insieme, per quanto riguarda i rischi diretti appare chiaro.

Nessuno dubita che il datore di lavoro sia il primo responsabile della salute e sicurezza sul lavoro.

Parimenti, nessuno dubita che, per questa ragione, il datore di lavoro sia  titolare d’una posizione di garanzia rilevante ex art. 40 comma 2 c.p. e che, proprio in virtù della stessa, ben possa il medesimo essere chiamato a rispondere in sede penale per violazione degli artt. 590 c.p. laddove un lavoratore-dipendente dovesse contrarre l’infezione da virus Covid-19 a causa d’omissioni a lui imputabili con riguardo alla mancata adozione delle misure antinfortunistiche previste ex lege.

V’è, però, da dire che, anche laddove si ragioni di lesioni personali colpose/omicidio colposo derivanti da infezione da virus Covid-19, per poter essere destinatari d’imputazione in sede penale ex artt. 590 e 589 c.p., dovranno pur sempre sussistere vuoi la colpevolezza vuoi il nesso causale.

In quest’ottica, mentre colpevolezza significherebbe qui colpa, per affermare l’esistenza di nesso causale, il pubblico ministero dovrà necessariamente dare vita a rigorosi accertamenti in grado d’escludere che, nel caso di specie, sussistano fattori causali alternativi.

Se volessimo ragionare a contrario, potremmo dire che, allorquando a venire in emergenza sono i rischi diretti da infezione da virus Covid-19, per scongiurare la propria responsabilità penale, il datore di lavoro dovrà semplicemente includere specificamente la valutazione degli stessi nel documento di valutazione dei rischi e osservare, con scrupolo e rigore,  le specifiche misure igienico-sanitarie varate da Governo, INAIL e parti sociali.  

A differenza di quanto accade in ambito assicurativo, infatti, in ambito penale, imperando il principio della presunzione di non colpevolezza ex art. 27 Cost., per affermare la responsabilità del datore di lavoro non si può ricorrere a presunzioni, né si possono porre in essere accertamenti basati sulla mera possibilità che il comportamento doveroso omesso, qualora tenuto, avrebbe impedito l’evento.

Il vero problema, in quest’ottica, è semplicemente quello di distinguere tra procedimento penale e processo penale: mentre le indagini preliminari, figlie del procedimento penale, s’appalesano sempre doverose per il solo fatto che un lavoratore-dipendente abbia contratto l’infezione da virus Covid-19 in occasione di lavoro, parimenti doveroso, in questo caso, non sarà, però, il processo penale.

Lo stesso, anzi, non s’aprirà nemmeno ove, all’esito delle investigazioni condotte dalla polizia giudiziaria, dovesse emergere che non vi sono state negligenze proprie del datore di lavoro in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

In questo caso, infatti, il pubblico ministero, ritenendo infondata la notizia di reato, ne chiederà l’immediata archiviazione al giudice per le indagini preliminari.

Sotto altro profilo, allorquando a venire in emergenza sono i rischi diretti da infezione da virus Covid-19, per scongiurare la propria responsabilità para-penale, le imprese dovranno semplicemente adottare il modello organizzativo e gestionale ex d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, premurandosi d’ivi indicare dettagliatamente le modifiche (già) inserite nel documento di valutazione dei rischi.

Che l’unico vero scudo penale per le imprese, sotto questo profilo, passi di qui, d’altro canto, non è revocabile in dubbio: è pacifico, infatti, che, nella denegata ipotesi in cui le misure igienico-sanitarie fossero obliterate, ad essere punibili, in sede para-penale, sarebbero altresì le società, passibili di subire le gravi sanzioni, interdittive e pecuniarie, previste dall’art. 25 septies d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231.

La conclusione che precede – preme osservare – non può e non deve stupire.

Come posto in luce dalla stessa Corte di cassazione a sezioni unite, infatti, varando il d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, il legislatore ha voluto porre a carico delle aziende «l’obbligo di adottare le cautele necessarie a prevenire la commissione di [reati]»; ciò mediante adozione e efficace attuazione di un modello organizzativo e gestionale inteso esso alla stregua di un documento «che individua i rischi e delinea le misure atte a contrastarli».

Cristalline, in questo senso, le conclusioni proprie dei giudici di legittimità: «[n]on aver ottemperato a tale obbligo», non avere cioè adottato e efficacemente attuato, in ambito aziendale, un modello organizzativo e gestionale, «fonda il rimprovero» sostanziantesi in quella «colpa in organizzazione» che è posta a base del sistema ex d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 e che schiude la via alla irrogazione, da parte del giudice penale, delle menzionate gravi sanzioni, interdittive e pecuniarie, a carico dell’azienda «disorganizzata».    

Come osservato anche in dottrina, dunque, se l’azienda non ottempera all’anzidetto obbligo e, nel non ottemperarvi, «ricava interesse e vantaggio», essa potrà essere chiamata a rispondere ex 25 septies d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 anche nell’eventualità d’infortuni sul lavoro per contagio da virus Covid-19.   

A differenza del tema della responsabilità penale degli imprenditori, però, quello della responsabilità para-penale delle imprese – questo è il punto – non s’esaurisce avendo esclusivamente riguardo agli anzidetti rischi diretti perché, come detto, accanto agli stessi, in subiecta materia, insistono altresì rischi indiretti – intendendosi per rischi indiretti quelli che, a partire dalle contro-misure organizzative adottate dalle aziende nelle more dell’emergenza epidemiologica in essere, incidono su altri beni giuridici protetti.

Tra questi, a titolo meramente esemplificativo, si possono qui ricordare i rischi legati allo svolgimento d’attività in modalità smart ovvero quelli connessi all’accesso a finanziamenti e agevolazioni pubbliche previsti a sostegno dell’economia in occasione della pandemia.

Supponiamo che, a causa dell’inevitabile crollo di fatturato e conseguente crisi di  liquidità, un’azienda, che, nella “normalità”, non è solita accedere a finanziamenti e agevolazioni pubbliche, decida d’accedervi.

Se si ragionasse unicamente di rischi diretti da infezione da virus Covid-19, ovviamente, nulla quaestio.

Se, però, si ragiona anche di rischi indiretti, la partita oggettivamente cambia; e cambia perché, in quest’ipotesi, a venire in emergenza sarebbero rischi destinati ad incidere, come detto, su beni giuridici protetti diversi rispetto a quello della salute e sicurezza sul lavoro.

Supponiamo, per stare all’esempio che precede, che la “nostra” azienda, anche alla luce della frenetica produzione legislativa che quotidianamente “cambia le carte in tavola”, nel fornire i dati/i documenti necessari per accedere agli anzidetti finanziamenti pubblici, indichi requisiti/condizioni societarie differenti rispetto a quelli reali, con ciò inducendo in errore l’ente pubblico chiamato a erogare il contributo.

Se ciò accadesse, ad essere violato sarebbe l’art. 24 d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, con conseguente, potenziale, responsabilità para-penale della società e conseguente, potenziale, irrogazione, in danno della stessa, di gravi sanzioni, interdittive e pecuniarie.

Se ciò accadesse, insomma, un meccanismo pensato per risollevare la “nostra” azienda si tramuterebbe immediatamente in un’impasse potenzialmente in grado di affossarla definitivamente.

È esattamente quanto accaduto, a mero titolo d’esempio, nell’affaire definito, con sentenza n. 34900, dalla Corte di cassazione – sezione VI penale –, nell’ambito del quale i giudici di legittimità ebbero modo d’osservare che «la responsabilità [dell’ente] sussiste anche quando, perseguendo il proprio autonomo interesse, l’agente obiettivamente realizzi anche quello dell’ente. In definitiva, perché possa ascriversi all’ente la responsabilità per il reato, è sufficiente che la condotta dell’autore di quest’ultimo tenda oggettivamente e concretamente a realizzare, nella prospettiva del soggetto collettivo, anche l’interesse del medesimo» .

In quello specifico caso, in altre parole, l’azienda fu chiamata a rispondere, in sede para-penale, del delitto commesso dall’organo amministrativo per il semplice fatto d’aver tratto oggettivo vantaggio dall’anzidetta condotta criminale.

In tutte queste ipotesi, considerato che a venire in emergenza sono appunto rischi indiretti, per scongiurare la responsabilità para-penale delle aziende, non sarà più sufficiente che le stesse adottino un modello organizzativo e gestionale ex d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, semplicemente premurandosi d’ivi indicare dettagliatamente le modifiche (già) inserite nel documento di valutazione dei rischi, perché il bene giuridico protetto che verrebbe qui in emergenza non sarebbe (più) quello della salute e sicurezza sul lavoro.

Proprio per queste ragioni, in queste ipotesi, sarà necessario che l’anzidetto modello passi specificamente in rassegna i nuovi rischi – quelli indiretti appunto –, conseguenti alle contro-misure organizzative adottate, sterilizzando gli stessi mediante previsione di procedure ad hoc in grado di scongiurare la commissione d’inediti reati occasionati da inediti – e potenzialmente (solo) transitori – assetti organizzativi.

In quest’ottica, sempre per stare all’esempio che precede, proprio per evitare quanto accaduto nell’affaire definito, con sentenza n. 34900, dalla Corte di cassazione – sezione VI penale –, la società avrebbe dovuto creare, nell’ambito del modello organizzativo e gestionale ex d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 già adottato, un proprio sistema di controllo interno che fosse in grado d’intercettare il rischio indiretto di commissione di reati – ovvero e per quel che qui importa, la falsità degli elementi indicati in sede di richiesta di finanziamento –; e ciò prima che il contributo venisse erogato e che il reato, dunque, giungesse a consumazione.

In quello specifico caso, a mero titolo esemplificativo, l’anzidetto controllo interno avrebbe potuto sostanziarsi nella scrittura d’apposita procedura ad hoc che prevedesse un controllo incrociato da parte di diverse funzioni aziendali, nonché da parte d’un consulente esterno, preliminare, esso controllo incrociato, alla presentazione della richiesta di finanziamento.

In entrambi i casi ovviamente, di fondamentale importanza sarà l’operato dell’organismo di vigilanza.

Infatti, se, sul versante rischi diretti, l’anzidetto organismo dovrà necessariamente curare il bi-direzionale flusso informativo esistente con organo amministrativo, responsabile del servizio di prevenzione e protezione, medico competente e addetti a primo soccorso e gestione delle emergenze, richiedendo informazioni circa le misure concretamente adottate, nonché circa l’effettivo rispetto delle stesse da parte dell’impresa, sul versante rischi indiretti, il medesimo dovrà continuare a svolgere la propria opera, prestando, però, particolare attenzione alle inedite tipologie di rischi e, dunque, alle inedite tipologie di reati (potenzialmente) conseguenti alle contro-misure organizzative adottate dalle aziende nelle more dell’emergenza epidemiologica in essere.

 

L'articolo è stato scritto in collaborazione con il focus team 231 di SC Avvocati Associati e il team Compliance di SCnet Compliance&Corporate.

Si ringrazia Altalex per la disponibilità concessa.

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