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FASE 2 E TRATTAMENTO DI DATI PERSONALI: OPPORTUNITÀ E RISCHI PER LE IMPRESE

Alla vigilia della cd. “Fase 2” ogni attenzione è comprensibilmente incentrata sulle possibili soluzioni mirate a controllare la (ahimè) necessaria futura convivenza con il Covid-19, allentare le rigorose misure ancora in vigore, rimettere in moto l’economia e, prima di ogni altra cosa, evitare il rischio di ricaduta dovuto ai cosiddetti contagi da ritorno. 

La Task Force guidata da Vittorio Colao, unitamente al Comitato Tecnico Scientifico, a Palazzo Chigi e all’insieme – forse ipertrofico – di tecnici, specialisti ed esperti a vario titolo coinvolti, dovrà delineare – settore per settore – i modelli organizzativi che scandiranno le modalità di riapertura e il ritorno in attività, intensamente richiesto, di ogni operatore economico e commerciale. 

La conclusione di questo complicato lavoro non è allo stato prevedibile, ma c’è un aspetto di non secondaria importanza che è facile mettere a fuoco fin da ora: qualsiasi direzione prenderanno le scelte tecnico-normative, le imprese saranno spinte a strutturare una intensa attività di trattamento di dati personali, vuoi dei propri lavoratori, vuoi dell’ampio ventaglio di pubblico che verrà in contatto con la loro attività.

Dovranno lavorare sui dati personali per rispettare le prescrizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, ma dovranno anche imparare ad utilizzarli per sviluppare un business destinato ad accelerare la transizione verso modelli digitali e telematici.

Sotto il primo profilo, già sappiamo che il distanziamento sociale continuerà a fare affidamento sullo smart working, mentre la riapertura delle attività produttive imporrà probabilmente uno screening periodico delle condizioni di salute dei lavoratori (ad esempio per mezzo di termoscanner per la misurazione della febbre) nonché una diversa organizzazione degli orari e dei turni, allo scopo di ridurre il numero di persone contemporaneamente presenti sul luogo di lavoro. 

Alcune imprese non hanno atteso gli input governativi e si sono già dotate di procedure di autoregolamentazione all’avanguardia[1]; altre saranno presto chiamate a compiere sforzi del tutto simili.

E allora attenzione: con la diffusione del lavoro agile, nel solo mese di marzo si è registrato un incremento del 26% di attacchi cyber rispetto allo stesso mese dello scorso anno, sono già state commercializzate nel deep web oltre 500 mila utenze di Zoom – la nota piattaforma di videoconferenze – ed un recente sondaggio ha dimostrato come solo il 10 % delle imprese abbia seriamente riflettuto sulle iniziative da mettere in campo per prevenire le minacce informatiche conseguenti all’incremento dello smart working dei propri dipendenti.

È chiaro – e perfino comprensibile – che in fase emergenziale le imprese abbiano gettato il cuore oltre l’ostacolo e si siano preoccupate di garantire continuità al proprio business, senza troppo curarsi degli aspetti tecnici e della compliance normativa dei propri processi; è altrettanto chiaro, tuttavia, che le “nuove” procedure sopravviveranno alla fase emergenziale e dovranno – auspicabilmente presto – beneficiare di un consolidamento strutturale.

Anche perché, come prima si accennava, la gestione del dato potrà rivelarsi molto utile, nell’immediato futuro, per consentire alle imprese l’apertura di nuove aree di business.

Si pensi all’attenzione che dovranno avere i gestori di locali aperti al pubblico, chiamati ad approntare un efficace sistema di prenotazioni, che impedisca ogni forma di assembramento e consenta di incrementare il più possibile le consegne a domicilio.

Per non parlare delle imprese che investiranno nell’e-commerce o nella gestione “social” dei rapporti con la propria clientela.

Si tratta di procedure, quelle appena descritte, destinate a produrre risultati positivi proporzionati al quantitativo di informazioni che le imprese saranno in grado di raccogliere e processare. 

I rischi di una cattiva gestione, in quest’ottica, non saranno legati unicamente alle onerose e ormai ben note sanzioni previste dalle normative di riferimento, GDPR in primis; potrebbero invece produrre gravi inefficienze organizzative che le imprese non possono proprio permettersi, soprattutto in una fase in cui il desiderio comune sarà correre il più veloce possibile per recuperare il terreno perduto.

 Ecco che le prescrizioni normative in tema di protezione dei dati personali, in questo contesto, potrebbero davvero esprimere il meglio di sé: trasformare la compliance in opportunità ed il costo in efficienza.

 

 

([1]) Su tale fronte sono d’esempio le Linee Guida tempestivamente adottate dai vertici della Ferrari. In tal senso si veda Savelli F., Covid-19, il codice Ferrari per tornare a lavoro: ingressi scaglionati, kit per le trasferte e termoscanner, in Corriere della Sera, 15.04.2020 (https://www.corriere.it/economia/aziende/cards/covid-19-codice-ferrari-tornare-lavoro-ingressi-scaglionati-kit-le-trasferte-termoscanner/team-crisi-dedicato_principale.shtml). 

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