I blog riportano opinioni degli autori e non necessariamente notizie, in ossequio al pluralismo che caratterizza la nostra Testata.
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Compliance café
I know (Io so)

È settembre; e il mondo sta seppur lentamente ri-partendo.

Nell’aria si respira stanchezza, ma anche oggettiva voglia di progettare e fare. 

Certamente, le attuali situazioni politica e economica non aiutano; ma è un fatto che, soprattutto nel presente momento storico, numerosi professionisti/lavoratori autonomi e numerosi imprenditori abbiano iniziato a ri-visitare le proprie impostazioni mentali e, conseguentemente, organizzative, avendo compreso o recentemente iniziato a annusare il fatto che il mondo è cambiato e sta cambiando a sempre più elevata velocità. 

Sotto questo profilo – l’affermazione, a ben guardare, è solo apparentemente paradossale –, Covid-19 ha certamente rappresentato la classica “cosa buona”. 

Fu Vittorio (Colomba, co-autore del presente blog) a sottoporre alla mia attenzione l’intervista nella quale l’insigne politologo americano Edward Luttwak aveva definito Covid-19 alla stregua di «virus della verità».

Attraverso l’anzidetta, lucidissima, definizione, Edward Luttwak intendeva semplicemente dire che Covid-19 non aveva e non avrebbe cambiato nulla; aveva e avrebbe semplicemente fatto sì che importanti nodi già esistenti – che, evidentemente, si preferiva non vedere – venissero infine al pettine. 

E così è stato.

Dal punto di vista politico: l’immediato lockdown del Parlamento non è certamente stato frutto di Covid-19, ma della flessione del tradizionale modello democratico parlamentare che sicuramente non contrassegna fenomeno recente.

Dal punto di vista sociale: le dis-uguaglianze sociali e le correlative difficoltà subito emerse in conseguenza del lockdown non sono certamente state frutto di Covid-19, ma della mancanza generalizzata d’anima sociale che sicuramente non contrassegna fenomeno recente.

Dal punto di vista professionale: l’immediato lockdown di tribunali e corti non è certamente stato frutto di Covid-19, ma d’una visione della giustizia sempre più vista e vissuta alla stregua di servizio non essenziale che sicuramente non contrassegna fenomeno recente.

Dal punto di vista economico: le flessioni a livello di business e le correlative difficoltà subito emerse in conseguenza del lockdown non sono certamente state frutto solo di Covid-19, ma anche della mancanza di visione che troppo spesso pare affliggere una classe imprenditoriale non più (sempre) capace di prevedere il futuro.

Eppure, nella mia esperienza d’avvocato, m’è capitato sovente di colloquiare con imprenditori importanti che non mancavano di ricordare e di ricordarmi che il vero imprenditore è colui che sa, non cosa accade oggi, ma cosa accadrà tra cinque anni.

Cosa stia accadendo oggi è chiaro a tutti: il mondo, come detto, è cambiato e sta cambiando a sempre più elevata velocità. 

Non sta flettendo, a ben guardare; semplicemente è cambiato e sta cambiando.

Eppure, a voler essere intellettualmente onesti, s’è portati a ritenere che fletta molto più di quanto non si sia portati a accettare che è cambiato e sta cambiando. 

Sotto questo profilo, il mio sospetto, per usare qui il classico eufemismo, è che ciò dipenda dal fatto che pochi di noi, a livello istituzionale, corporativo, categoriale, associativo o anche solo singolo, sono disposti a vedere ciò.

Perché, mentre ammettere il cambiamento imporrebbe cambiamenti – in primis, di mentalità; il che, da che mondo è mondo, oggettivamente spiazza e spaventa –, ipotizzare la flessione è cosa che, paradossalmente, ma non troppo, permette d’attendere e semplicemente di sperare – sperare in cosa peraltro? Nella ri-partenza che cade dal cielo a mo’ di manna? –.

Io non so – lo ignoro; né sarebbe serio ipotizzarlo – cosa accadrà tra cinque anni.

Ma so che, nell’immediato futuro, ben prima di cinque anni, il mondo non sarà più il mondo che abbiamo conosciuto e che ha conformato, sovente drogandole, le nostre mentalità e cultura.

Volendo ragionare, essendo io avvocato, di servizi legali e di compliance, ad esempio, so che gli avvocati dovranno sempre più mettere al centro della propria scena le effettive necessità e gli effettivi interessi propri del cliente e che le aziende, nel gestire i rischi propri della loro attività (rischi legali compresi), dovranno sempre più imparare a ragionare in termini, non già re-attivi, ma pro-attivi – pro-attiva essendo quell’impostazione, anche concettuale, che sola consente alle imprese di percepire anticipatamente le tendenze e i cambiamenti futuri e, su queste basi, pianificare nel tempo e per tempo le più opportune azioni –.

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