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I nuovi reati tribuatari alla prova del MOG 231

Come noto, la recente riforma in materia di reati tributari – introdotta con l. 19 dicembre 2019, n. 157 di conversione del d.l. 26 ottobre 2019, n. 124 (c.d. decreto fiscale) – ha interpolato altresì il d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, introducendo nel corpo dello stesso il nuovo art. 25 quinquiesdecies.

Come è stato correttamente osservato, la citata novella – che, così strutturata, sembrerebbe impattare sull’IRES e sull’IVA e non anche sull’IRAP (Cass. pen., sez. III, 28 luglio 2017, n. 37855) – s’inserisce nell’ambito d’un più ampio contesto di costante estensione della responsabilità para-penale delle società che affonda le proprie radici, da un lato, nelle spinte di matrice europea (si veda, in proposito, la direttiva UE 17/1371) e, dall’altro lato, nel sempre più crescente rigore (anche) italiano contro i cc.dd. “grandi evasori” (M. Borgobello).

Penetranti, anche in questo caso, le “nuove” sanzioni: infatti, se, sotto il profilo pecuniario, s’oscilla tra le cinquecento quote previste per la violazione degli artt. 2 comma 1 (dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti), 3 (dichiarazione fraudolenta mediante altre artifici) e 8 comma 1 (emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti) d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 e le quattrocento quote previste per la violazione degli artt. 2 comma 2 bis (dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti), 8 comma 2 bis (emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti), 10 (occultamento o distruzione di documenti contabili) e 11 (sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte) d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 – in entrambi i casi, aumentate d’un terzo in caso di profitto di rilevante entità –, sotto il profilo interdittivo, risultano applicabili le sanzioni interdittive previste dall’art. 9 comma 2 lett. c) (divieto di contrattare con la pubblica amministrazione), d) (esclusioni da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi) ed e) (divieto di pubblicizzare beni e servizi)  d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231.

A ciò s’aggiungano, per un verso, la confisca, anche per equivalente, del prezzo o del profitto del reato ex art. 19 d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 e, per l’altro verso, le “ordinarie” sanzioni tributarie.

Da quanto precede discende che, rebus sic stantibus, tutti i modelli organizzativi e gestionali ex d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 che non tengano conto, nelle parti tanto generale quanto speciale, della “novità” in parola possano – e debbano – essere considerati inidonei, con conseguente responsabilità para-penale della società nell’ipotesi di commissione, da parte della persona-fisica, d’uno di detti reati tributari nell’interesse ovvero a vantaggio dell’ente.  

Ciò implica la necessità per le imprese che ancora ne risultino prive di progettare/realizzare procedure aziendali che, traendo le mosse dalla “storia fiscale” dell’impresa e snodandosi attraverso la puntuale mappatura di processi e sotto-processi e, più in generale, delle attività (per loro natura) esposte a rischio-reato (nel caso di specie: predisposizione delle dichiarazioni IRES e IVA, gestione della contabilità, tenuta e custodia della documentazione obbligatoria e delle scritture contabili, gestione/acquisiti di beni e servizi, gestione/vendita di beni e servizi, etc.), risultino atte a scongiurare la commissione (anche) di questi “nuovi” reati-presupposto della responsabilità para-penale della società.

Ciò implica altresì la necessità d’informare e formare in merito i propri dipendenti, nonché di definire/implementare i flussi informativi verso l’organismo di vigilanza – chiamato, anche in questo caso, ad eseguire puntuali verifiche di conformità –.

Nell’attualità, infatti, appare sempre più anacronistico che un’impresa che intenda operare nella “legalità” possa esimersi dal confrontarsi con il sistema ex d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231; ciò tanto più in ambito penal-tributario, ove sovente accade che l’Amministrazione finanziaria formalizzi contestazioni che le aziende ritengono infondate ovvero contesti operazioni in sé certamente lecite, ma foriere d’indiretti vantaggi fiscali per l’impresa.

In quest’ottica, non sembra dunque revocabile in dubbio che un corretto sistema di prevenzione del rischio derivante dalla commissione, in ambito aziendale, di reati tributari transiti in primis attraverso un efficace sistema di gestione e di controllo che investa l’intero organigramma aziendale.

Contrariamente a quanto s’è soliti credere, peraltro, sistemi consimili possono essere efficacemente adottati anche nell’ambito delle piccole-medie imprese ove, alla luce dell’intersezione tra titolarità, controllo e amministrazione, il semplice individuare precise regole organizzative contribuisce sovente a svolgere una fondamentale funzione formativa in vista dell’elevazione dello standard comportamentale di titolare e suoi collaboratori.

Di qui, soprattutto per le piccole-medie imprese, l’opportunità d’adottare, d’intesa con i consulenti esterni della società e sotto la puntuale “regia” degli stessi, modelli organizzativi e gestionali ex d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 “sostenibili” – vale a dire praticabili –, che consentano, in quanto tali, d’introdurre nella quotidiana vita aziendale regole che lo specifico ente è concretamente in grado d’ottemperare, senza “inseguire” più complessi sistemi di compliance che la struttura dell’ente non sarebbe in grado di supportare.    

 

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