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Infortuni sul lavoro, riduzione di costi e responsabilità (para)penali

Con sentenza datata 22 gennaio 2021 [Cass. pen., sez. IV, 22-1-2021, n. 179], la Corte di cassazione rigettava il ricorso proposto da una società di costruzioni condannata, in primo e secondo grado, per violazione dell’art. 25 septies d.lgs. 8-6-2001, n. 231.

Nel caso di specie, infatti, era accaduto che, «nel corso di lavori di rifacimento della copertura del tetto della stazione ferroviaria di [x]», il lavoratore D., «privo di cintura di sicurezza o di qualsivoglia sistema di trattenuta», fosse precipitato «attraverso un varco che si era improvvisamente aperto per il cedimento strutturale della soletta».

Dopo avere premesso che la responsabilità ex d.lgs. 8-6-2001 marca una «fattispecie complessa» che prevede, da un lato, la commissione d’un fatto-reato da parte della persona fisica e, dall’altro lato, la colpa organizzativa della società, i giudici di legittimità hanno osservato che, nelle ipotesi che qui c’occupano, a rispondere in sede (para-)penale dell’anzidetto fatto-reato è anche la società.

Questo a meno che la società stessa non provi d’aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto-reato da parte della persona fisica, un modello organizzativo e gestionale «idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi».

Nel caso di specie, secondo i giudici di legittimità, l’interesse della società a violare le misure prevenzionistiche in materia doveva essere identificato nel risparmio di spesa che, omettendo di montare «il ponteggio necessario per lo svolgimento del lavoro in quota», la società stessa aveva realizzato.

In quest’ottica, insomma, secondo i giudici di legittimità, a cogliere nel segno era la tesi già sostenuta e dal tribunale di Modena e dalla corte d’appello di Bologna, in base alla quale «la condotta negligente del rappresentante legale della società […] non [doveva essere considerata frutto di] semplice sottovalutazione del rischio», ma doveva essere ascritta a «consapevole scelta volta al risparmio dei costi».

E ciò, appunto, a vantaggio della società stessa.

Come già osservato nella nota sentenza Thyssenkrupp [Cass. pen., sez. un., 18-9-2014, n. 38343], d’altro canto, in ambito imprenditoriale, «profitto» significa e «vantaggio che si concreta […] nella mancata adozione di qualche oneroso accorgimento di natura cautelare» e «vantaggio che si concreta […] nello svolgimento di una attività in una condizione che risulta economicamente favorevole, anche se meno sicura di quanto dovuto».

Nel caso di specie, se nessuno dubita che la persona fisica – i.e.  legale rappresentante della società – «non vole[sse] il verificarsi dell’evento morte […] del lavoratore», è però vero che la stessa «[abbia] consapevolmente agito allo scopo di conseguire una utilità per la persona giuridica».

La qual cosa accade, come noto, ogni qual volta come, nel caso di specie, «la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l’esito non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi di impresa».

Di qui, nell’ottica della Corte di cassazione, il corretto riferimento, dirimente in subiecta materia, a quella che è la politica propria d’ogni singola impresa.

Allorquando emerga, infatti, che la politica propria della singola impresa è «disattenta alla materia della sicurezza del lavoro» e, più in generale, è improntata a ottenere «una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa» ovvero e detto altrimenti, una «massimizzazione del profitto»,  è semplicemente corretto che a rispondere, in sede (para-)penale del fatto-reato commesso dalla persona fisica, sia altresì la società, passibile, così impostata la questione, di subire le penetranti sanzioni, interdittive e pecuniarie, previste dal d.lgs. 8-6-2001, n. 231.

Questo – è bene ribadire ancora una volta – a meno che la società stessa non provi d’aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto-reato da parte della persona fisica, un modello organizzativo e gestionale «idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi».

   

 

 

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