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Internet non è un paese per bambini

Secondo l'UNICEF, ogni giorno oltre 175.000 bambini si connettono ad internet per la prima volta – due bambini al secondo; nel mondo 1 utente su 3 è un bambino: i giovani rappresentano il gruppo di età più connesso (a livello mondiale il 71% è online).

Gli ultimi dati diffusi da Audiweb confermano l’aumento generale della popolazione che accede a internet con maggiore frequenza e continuità. Fenomeno che si riscontra in particolar modo tra gli under 18, spostati sul computer per navigare e studiare a distanza a causa della pandemia, aumentando su questo device, quindi, del 137% nel caso del segmento 2-12 anni e del 106,4% nel caso del segmento 13-17 anni.

Secondo Guido Scorza, componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali, già avvocato cassazionista, la rete non è un posto per bambini, l’atroce e straziante morte della bambina di Palermo, vittima qualche mese fa – pare – di un gioco sui social è solo un campanello d’allarme, non di certo la totalità del problema che abbraccia anche le baby star del web e i loro profili social.

Lei ha recentemente dichiarato, proprio ospite di Dialoghi, che internet non è stato pensato a dimensione di bambini, cosa intende?

«Internet non è stata disegnata, progettata e implementata e men che meno si è sviluppata nella sua dimensione commerciale per essere utilizzata da bambini e adolescenti e, quindi, è intrinsecamente pericolosa per questi ultimi.

Dobbiamo fare lo sforzo, purtroppo divenuto innaturale per colpa di prassi e cattive abitudini che abbiamo lasciato si affermassero, di immaginare la dimensione digitale come un enorme parco dei divertimenti – pur consapevoli che, per fortuna, è più di questo – nel quale esistono attrazioni per tutte e attrazioni riservate ai più grandi, alle persone alte almeno un metro o che abbiano almeno quattordici anni.

Se chi non ha l’età o non ha l’altezza sale su un’attrazione disegnata per i più grandi o per i più alti, per quanti sforzi possa fare chi l’accompagna o chi gestisce la giostra non c’è modo di rendere quell’esperienza sicura.

La stessa cosa accade con i servizi e le piattaforme digitali.

Ce ne sono alcuni – molti – che semplicemente non sono disegnati per i più piccoli e dai quali i più piccoli vanno tenuti fuori.

Non è Internet in sé, naturalmente, a essere pericoloso, né l’ecosistema digitale che, anzi, può rappresentare una straordinaria opportunità di crescita per i nostri figli ma l’uso di una serie di servizi che ne fanno parte ma che non possono essere utilizzati in sicurezza dai più piccoli.

E, quindi, verificare che i più piccoli non accedano a certi servizi o piattaforme lungi dal limitare la loro libertà o impedire loro di approfittare delle straordinarie opportunità offerte dal digitale è il modo migliore per fare in modo che possano coglierle limitando – perché in una certa misura sono ineliminabili – i rischi».

C’è un’espressione molto ricorrente: “nativi digitali”, perché ritiene che sia da mettere al bando?

«Perché persuade grandi e bambini della circostanza che chi è nato con lo smartphone in mano sia una sorta di anfibio, capace indistintamente di vivere con la stessa naturalezza nella dimensione fisica e in quella digitale.

Non è così.

I nostri figli per quanto, ormai, conquistino a tre o quattro anni l’abilità di spolliciare su uno smartphone o su un tablet non sanno nulla o sanno poco delle opportunità e delle insidie della dimensione digitale, non sanno approfittarne e non sanno prevenirle.

Guidarli nella scoperta di quella dimensione tocca a noi.

La pandemia, da questo punto di vista ha peggiorato enormemente le cose e ha semplicemente creato l’effetto che si crea lungo i nostri litorali nella prima domenica di sole: una massa di persone che credendo di saper nuotare senza aver mai nuotato si butta in acqua dando un gran da fare alle donne e agli uomini del soccorso in mare.

Oggi abbiamo davanti quella stessa emergenza: più o meno la metà della popolazione del Paese che fino a un anno fa non usava internet se non saltuariamente vive immersa nella dimensione digitale senza conoscerla e, tra loro, milioni sono bambini».

Stando ai numeri quella che era nata come un’infrastruttura per usi militari è oggi una megalopoli di dimensioni globali. La megalopoli di internet, ad oggi, è regolamentata in maniera adeguata?

«Neppure le nostre megalopoli fisiche, forse, sono regolamentate in maniera adeguata almeno se si risponde alla domanda partendo dall’osservazione dei problemi e delle patologie che le affliggono.

Ma, al tempo stesso, sarebbe sbagliato pensare che siano sufficienti nuove regole per risolvere i problemi che ci sono.

Serve piuttosto, nelle nostre megalopoli fisiche come in quelle digitali, più educazione al rispetto reciproco, più cultura dei diritti del prossimo».

Ha fatto scalpore la notizia, pubblicata da Forbes, dell’acquisto, da parte della Youtuber Boram di sei anni, di un grattacielo da 8 milioni di dollari in un esclusivo quartiere di Seul. Il fenomeno dei kid o baby influencer è in crescita. Come si coniuga, dal suo punto di vista, le possibilità di business, spesso costruite dai genitori, con l’esposizione dei minori per motivi commerciali e la tutela di quest'ultimi su internet, principalmente sui social?

«La seconda dovrebbe semplicemente prevalere sulla prima. I bambini vengono prima, prima dei soldi, prima degli interessi egoistici dei loro genitori che dovrebbero amministrare la loro privacy nel loro esclusivo interesse.

Non si può trasformare un bambino in un fenomeno da baraccone mediatico senza pensare alle conseguenze che questo può produrre per la sua crescita.

È un equilibrio difficile ma l’impegno di un bambino in un’attività artistica è un conto se ha particolari doti e senza che affrontarlo comprometta il suo sviluppo naturale e il suo diritto a vivere le sue età, sovraesporlo mediaticamente semplicemente perché produca denari è un altro: si svende il diritto all’identità personale del bambino e si decide per lui semplicemente a caccia di profitto».

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