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Le FAQ del Garante: poteri e facoltà del datore di lavoro in tema “vaccini”

articolo scritto con il contributo della Dott.ssa Giorgia Benatti

Con l’implementazione della campagna vaccinale si è parallelamente intensificato il dibattito in seno alla dottrina su poteri e facoltà esercitabili dal datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti.

Le imprese si chiedono se in qualche modo sia possibile rendere obbligatorio il vaccino per la generalità o per determinate categorie di dipendenti o per lo meno chiedere conferma dell’avvenuta vaccinazione. Ciò per un’efficace protezione contro i rischi derivanti da esposizioni ad agenti biologici durante la prestazione lavorativa. Ricordiamoci, infatti, che la Direttiva (UE) 2020/739 del 3 giugno 2020 classificando la SARS-CoV-2 come patogeno per luomo del gruppo di rischio 3, ha esteso al Covid-19 le misure di prevenzione previste dalla Direttiva 2000/54/CE. Coerentemente sul territorio nazionale il D.L. 7 ottobre 2020, n. 125 (convertito con modificazioni dalla L. 27 novembre 2020, n. 159), è intervenuto in chiave modificativa sull’allegato XLVI (Elenco degli agenti biologici classificati) del D.lgs. 81/2008, inserendo il Covid-19 tra i rischi biologici che il datore di lavoro è chiamato a valutare e prevenire.

In dottrina vi sono posizioni che optano per una risposta positiva ai dubbi avanzati dal mondo delle imprese. Tali orientamenti fondano le proprie radici nell’articolo 2087 del Codice civile, nota norma “di chiusura” della legislazione in materia di sicurezza sul lavoro, e nelle misure speciali di protezione, fra cui anche la messa a disposizione di vaccini previste dall’art. 279 del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro. Non mancano, tuttavia, posizioni opposte che, facendo perno sull’art. 32 della Costituzione, evidenziano come in mancanza di specifiche disposizioni in tal senso, non sia possibile sostenere o prospettare l’obbligatorietà di un trattamento sanitario, quale il vaccino.

In tale contesto si inserisce l’apporto del Garante per la protezione dei dati personali che il 17 febbraio scorso ha pubblicato sul proprio sito istituzionale delle FAQ con il preciso intento di indirizzare imprese, enti e amministrazioni pubbliche verso un pieno rispetto della disciplina sulla protezione dei dati personali nell’approccio al tema dei vaccini «anche al fine di prevenire possibili trattamenti illeciti di dati personali e di evitare inutili costi di gestione o possibili effetti discriminatori».

 

Nelle FAQ il Garante pone tre domande: 

Il datore di lavoro può chiedere conferma ai propri dipendenti dellavvenuta vaccinazione?

Il datore di lavoro può chiedere al medico competente i nominativi dei dipendenti vaccinati?

La vaccinazione anti covid-19 dei dipendenti può essere richiesta come condizione per laccesso ai luoghi di lavoro e per lo svolgimento di determinate mansioni (ad es. in ambito sanitario)?

Le parole dell’Autorità garante sottolineano ancora una volta il ruolo “marginale” del datore di lavoro nell’ambito del trattamento dei dati relativi alla salute dei propri dipendenti: il datore non può acquisire, neanche con il consenso del dipendente o tramite il medico compente, i nominativi dei vaccinati ovvero la copia delle certificazioni vaccinali. Una tale affermazione è coerente con la normativa in materia di data protection, perché lo sappiamo (il GDPR lo dice chiaramente al Considerando n. 43), nel particolare – e poco equilibrato – rapporto datore-dipendente il consenso di quest’ultimo non può costituire un valido presupposto legittimante il trattamento dei suoi dati. Il datore di lavoro può acquisire i soli giudizi di idoneità alla mansione specifica redatti dal medico competente, il solo a poter trattare i dati sanitari dei lavoratori, nell’ambito della sorveglianza sanitaria e della verifica dell’idoneità alla mansione specifica. Un eventuale trattamento da parte del datore di lavoro non sarebbe consentito nemmeno dalla disciplina in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro né dalle disposizioni sull’emergenza sanitaria.

Con riferimento all’ultima questione toccata dalle FAQ, il Garante si rimette ad un (probabilmente necessario) intervento del legislatore nazionale che eventualmente dichiari la vaccinazione anti Covid-19 quale condizione per lo svolgimento di determinate professioni, attività lavorative e mansioni. Al contempo, l’Autorità individua una soluzione immediatamente esperibile nei casi di esposizione diretta ad agenti biologici”, come nel contesto sanitario. In tali contesti devono essere applicate le disposizioni vigenti sulle misure speciali di protezione” previste per tali ambienti lavorativi direttamente dal Testo Unico in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro (art. 279). Anche in tali casi, tuttavia, rimane centrale la figura del medico competente che, in un ruolo di raccordo fra il sistema sanitario nazionale o locale e il contesto lavorativo, «può trattare i dati personali relativi alla vaccinazione dei dipendenti e, se del caso, tenerne conto in sede di valutazione dell’idoneità alla mansione specifica».

Il Garante, ancora una volta, fornisce un contributo fondamentale nella gestione dell’emergenza: da un lato rinnova la posizione già espressa in merito al trattamento di dati relativi alla salute dei dipendenti da parte del datore, ma dall’altro lato pare non escludere aperture verso il tema di un possibile “passaporto vaccinale” applicato al mondo lavorativo.

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