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Privacy: primi in qualcosa!

Il portale di informazione finanziaria FInbold ha analizzato, di recente, il database delle sanzioni “GDPR Enforcement Tracker”, riuscendo ad estrarre informazioni di sicuro interesse per chi opera nel campo della data protection.

A poco più di due anni dall’entrata in vigore del Regolamento 679/2016, difatti, pare che all’Italia debba riconoscersi un preoccupante primato, quello delle “punizioni”: su un totale di 60 milioni e 181 mila euro di sanzioni erogate, la nostra Autorità Garante ne ha comminate – da sola – un corrispettivo pari a circa 45,6 milioni.

Italia prima in tutta l’eurozona, quindi, e per distacco. Anzi, Italia primissima.

È pur vero che il database da cui provengono i dati non risulta attendibile al centesimo, poiché non tutte le sanzioni vengono rese pubbliche dalla UE, ma è difficile immaginare che il risultato definitivamente corretto si discosterebbe molto dalla fotografia scattata da Finbold.

L’importo complessivo delle sanzioni, peraltro, non è l’unico dato si cui riflettere.

Una più attenta lettura dei dati suggerisce anche una certa attitudine della nostra Autorità a muoversi con mano piuttosto pesante rispetto alle altre sorelle europee. Oppure, volendo ragionare a contrario, si dovrebbe dedurre la propensione delle nostre imprese a compiere irregolarità sensibilmente più gravi rispetto a quelle emerse all’estero.

Basti pensare, a tal proposito, che nel nostro paese sono state sufficienti 13 sanzioni per raggiungere il totale poc’anzi citato di 46,5 milioni di euro. In Spagna, per rendere l’idea del confronto, sono state elevate 76 sanzioni, ma l’“incasso” complessivo è stato inferiore ai 2 milioni di euro.

Una media di circa 3,5 milioni di euro a sanzione per l’Italia, contro quella di circa 26 mila euro in Spagna.

Nota di colore: una sola multa è stata comminata nel territorio della sempre ligia Germania.

Una riflessione a parte merita, infine, la causa più ricorrente delle sanzioni nostrane: “basi giuridiche insufficienti per il trattamento dei dati”. E questo, in realtà, è un dato che non stupisce più di tanto.

L’art. 6, appunto dedicato alle basi giuridiche del trattamento, rappresenta senza dubbio un perno centrale dell’intero impianto del GDPR. Prima di comprendere come un Titolare del trattamento possa utilizzare i dati in suo possesso e quali facoltà gli spettino, difatti, è senz’altro indispensabile porsi il problema di come quei dati siano stati precedentemente acquisiti.

Ogni irregolarità presente nella fase di raccolta non può che inficiare la legittimità di qualunque operazione successiva, ed è la presenza di questi vizi d’origine che la nostra Autorità nazionale pare aver rilevato e severamente punito.

Appare necessario, ancora una volta, che l’attenzione dei Titolari del trattamento e dei loro Responsabili si appunti su concetti evidentemente considerati di fondamentale importanza. Si tratta di comprendere, solo per porre qualche esempio, quali limiti incontri il consenso degli interessati e se siano rispettate le condizioni di liceità per la sua raccolta, oppure di inquadrare correttamente un istituto scivoloso come il bilanciamento degli interessi.

Non esiste una sola base giuridica, tra quelle indicate alle lettere a) - f) dell’art. 6 del Regolamento, che presenti confini privi di zone d’ombra.

Proprio dentro quelle zone d’ombra cercano di muoversi, con una certa malizia, gli operatori economici più spregiudicati, e sempre al loro interno inciampano, evidentemente quelli più distratti o impreparati.

La nostra Autorità Garante, tuttavia, ha dimostrato chiaramente di non essere particolarmente propensa a soprassedere, tanto verso i primi, quanto nei confronti degli altri.

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