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Compliance café
Un caffè con... Sergio Bommarito

Sergio Bommarito, Executive Chairman del Gruppo Fire, racconta all’Avvocato Vittorio Colomba, fondatore di SC Avvocati Associati, la gestione della compliance con l’arrivo dell'emergenza Covid, dalle prime fasi, con l’istituzione di un Comitato ad hoc, la gestione del passaggio al lavoro agile per preservare la continuità operativa, fino ai giorni d’oggi, con una situazione in continuo divenire che richiede velocità, capacità di adattamento e flessibilità organizzativa.

L'emergenza Covid-19 ha imposto alle aziende l'esigenza di mantenere un'adeguata continuità aziendale, a condizioni operative radicalmente modificate quasi dalla sera alla mattina. il Gruppo Fire, da questo punto di vista, ha rappresentato un modello virtuoso. Come ci siete riusciti?

«È una questione di approccio, in primo luogo culturale, ai temi della compliance e della gestione del rischio. Serve una ferrea consapevolezza, anche nei momenti di fisiologia, che esiste un rischio ineliminabile di interruzione del business, legato al verificarsi di eventi imprevedibili, e che tale rischio dev'essere risolto attraverso la predisposizione di adeguati piani di intervento. L'emergenza si affronta quando si verifica, ma il modo in cui farlo dev'essere oggetto, in anticipo, di una attenta pianificazione. È un lavoro di progettazione complesso che richiede tempo, sforzo organizzativo e investimenti tecnologici. Ruoli, responsabilità e processi devono essere precisi e correttamente attribuiti alle diverse funzioni aziendali. Per questo motivo, studiamo costantemente i rischi che può correre la nostra impresa con un lavoro di ricerca e un sano approccio ai punti di miglioramento che man mano emergono. Approccio che impone di non cedere mai alla tentazione di negarne l'esistenza e la pericolosità».

Quali decisioni avete intrapreso per assicurare totale compliance alle vostre committenti, e quindi la cosiddetta business continuity, con l’accelerazione del lavoro da remoto?

«Da sempre investiamo sulla compliance, non solo quando ci troviamo a dover gestire un'emergenza, lavoriamo in termini di progettazione e non di reazione. Il nostro è un approccio sistematico costruito sulla base di un sistema consolidato e per mezzo di procedure, annualmente certificati da un ente terzo. Tutte le norme che incidono sul nostro settore sono, previamente alla loro applicazione, identificate e monitorate per mezzo di una matrice che individua rischi e correlati fattori di mitigazione. I nostri consulenti telefonici fanno circa 170mila chiamate ogni giorno, mentre i consulenti domiciliari oltre 800 visite. Con questi numeri, non possiamo permetterci di lasciare nulla al caso. In più, facciamo un mestiere molto delicato. Avevamo trasformato la nostra infrastruttura tecnologica svincolandola da un’architettura fisica già nel 2019, con un importante progetto di innovazione tecnologica, la cosiddetta “iperconvergenza”, mappiamo le diverse operazioni di switch verso modalità alternative in caso di emergenza, scegliendo sempre nel rispetto delle regole e dei nostri clienti, senza alcun compromesso sulla salute e sicurezza dei nostri collaboratori che viene sempre al primo posto. Anche adesso che la normativa prevede la possibilità di lavorare in presenza, in molte situazioni incoraggiamo le nostre persone a lavorare da casa. Mentre per chi lavora in ufficio, il set di regole e comportamenti da seguire è ferreo. Sono fornite istruzioni sotto il profilo privacy per coloro che lavorano da casa in modo da garantire i necessari presidi nella gestione dei dati».

La situazione d'emergenza non solo non ha bloccato l'azienda quindi ma è stata vissuta anche come un'occasione, è corretto?

«Seppur sia difficile trovare qualcosa di positivo nella situazione che stiamo vivendo, sono un inguaribile ottimista e quindi provo a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Diciamo che abbiamo avuto modo di testare scenari che prima erano solo simulazioni. Per realizzare un’organizzazione a prova di disastro, abbiamo lavorato costruendo nel tempo processi, competenze e funzioni che avrebbero dovuto entrare in gioco se quel disastro si fosse davvero realizzato, in modo da sapere esattamente cosa si sarebbe dovuto fare per tornare operativi secondo tempistiche definite. Tutto questo, restando snelli e flessibili per non “ingessare” l’operatività. Le prime settimane di pandemia sono quindi state un banco di prova dal quale imparare moltissimo».

A proposito di evoluzione, provando a guardare avanti, senza scomodare slogan stucchevolmente retorici tipo "ne usciremo migliori", come vede il futuro, nella vostra attività e non solo?

«I dati sull’emergenza sanitaria e su quella economica che ne sta conseguendo non sono incoraggianti. Questo vuol dire che siamo tutti chiamati, ognuno per la propria sfera di competenza, come cittadini e come professionisti, a resistere, a rimanere lucidi in un contesto imprevisto e sicuramente non facile. Ci aspettano ancora mesi difficili. Chi si occupa di credit management come noi, ha un ruolo sociale molto importante. Supportare chi ha erogato del credito nel trovare le migliori soluzioni per mantenere un equilibrio fra le proprie necessità - parecchie, visto il contesto normativo sempre più stringente in materia di credito bancario, ad esempio - e quelle di privati, famiglie e imprese che stanno risentendo della crisi da Covid-19. Il credit management del futuro dovrà essere sempre più sostenibile, alla ricerca di soluzioni win-win, calate nel contesto. Non so dirle se ne usciremo migliori. Al momento so che ne usciremo diversi e di solito il cambiamento porta con sé il miglioramento. Voglio sperare che sia così anche in questo caso».

A chi è ancora indeciso sull'adozione di strumenti di compliance cosa si sente di consigliare visto il vostro mindset aziendale?

«Spesso l’azienda che progetta la reazione a situazioni viste come lontane dal realizzarsi, in assenza di una reale emergenza, è “etichettata” come più costosa e meno agile. In realtà si tratta di una diversa percezione e quindi cultura del rischio. Se ci fosse una consapevolezza diffusa del fatto che esistono tanti rischi capaci di interrompere il business, forse più aziende sarebbero incoraggiate ad investire in compliance, considerandolo un costo necessario, sicuramente minore di quello di una eventuale remediation in caso di eventi avversi che impattano non solo la continuità di business in sé ma anche la reputazione e la credibilità nel mercato di riferimento. Agli indecisi quindi auguro prima di tutto una presa di coscienza, dalla quale far scaturire scelte consapevoli e responsabili nei confronti dei propri stakeholder».

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