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Dei delitti e delle pene
Manovre speculative in tempo di coronavirus

MANOVRE SPECULATIVE IN TEMPO DI CORONAVIRUS.

Dall’inizio dell’emergenza causata dal coronavirus, le mascherine ed i disinfettanti antibatterici sono introvabili pur se in questi ultimi giorni qualche raro cartello con “si vendono mascherine” spunta qua è la, ma si tratta di minime eccezioni.

Nella quasi totalità delle farmacie e parafarmacie, in centri grandi e piccoli, questi articoli sono esauriti. Nel frattempo, su Internet gli stessi prodotti si trovano con continuità solo occasionalmente interrotta da segnalazioni di “esaurito”, con rincari notevoli e del tutto ingiustificati.

In una situazione come quella attuale, mascherine e disinfettanti, al di là di ogni discussione sull’ efficacia preventiva delle prime, possono essere definiti beni di prima necessità. Tralasciando ogni inutile polemica, è di evidenza empirica lo scarto tra l’assenza di tali merci sul mercato reale e la loro contestuale accessibilità attraverso il commercio elettronico, ma a prezzi esorbitanti.

La Procura di Milano ha aperto un Fascicolo contro Ignoti per manovre speculative su merci (art. 501 bis c.p.) ipotizzando anche la frode in commercio di cui all’art. 515 c.p.

 La Guardia di Finanza, incaricata degli accertamenti, sta eseguendo perquisizioni presso alcune imprese attive on-line e prenderà in esame eventuali profili fiscali e tributari delle transazioni sospette. Le due ipotesi di reato di cui si sta occupando la Procura di Milano configurano delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio.

L’art. 501bis c.p. sotto la rubrica Manovre speculative su merci, punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 516 a 25.822 euro chiunque nell’esercizio di qualsiasi attività professionale o commerciale compie manovre speculative, ovvero occulta, accaparra o incetta generi alimentari di largo consumo o prodotti di prima necessità, in modo da determinarne la rarefazione o il rincaro sul mercato interno. Il secondo comma sanziona con la medesima pena chi, in presenza di fenomeni di rarefazione o rincaro sul mercato interno delle merci indicate nella prima parte e nell’esercizio delle medesime attività, ne sottrae all’utilizzazione o al consumo rilevanti quantità.

La norma è stata introdotta nell’ormai lontano 1976 allo scopo di reprimere l’accaparramento di merci di largo consumo sul mercato interno reale giacché, a quel tempo, le piazze virtuali non esistevano. Letta oggi, essa appare datata, scarsamente dissuasiva sul piano sanzionatorio e soprattutto estranea nella concezione rispetto alle enormi potenzialità del commercio elettronico, transnazionale e immediato per sua stessa natura.

Per quanto attiene alla frode in commercio di cui all’art.515 c.p., la norma punisce chiunque, nell’esercizio di un’attività commerciale, consegna all’ acquirente una cosa mobile diversa per origine, qualità e quantità da quella dichiarata e pattuita. In questo caso, non si tratta della quantità ed accessibilità della merce sul mercato, bensì della corrispondenza tra le qualità promesse e quelle realmente possedute dal bene venduto. 

Il quadro delineato dagli articoli citati appare lontano dal mondo dell’e-commerce nel quale, invece, i fenomeni denunciati si sono verificati e tuttora si verificano, se pure in misura minore. È peraltro opportuno sottolineare che l’intervento della Procura di Milano ha già avuto un primo effetto. Uno dei maggiori provider -Amazon-, è intervenuto oscurando gli inserzionisti che proponevano prezzi incrementati anche del 700% e rivolgendo un invito generale ai propri clienti-venditori a praticare prezzi più in linea con il valore di mercato delle merci, pur tenendo conto dell’attuale tensione tra l’elevata domanda e la ridotta offerta di questo tipo di prodotti.

E’ sufficiente una rapida visita alla piattaforma per verificare che Amazon è ormai quasi completamente priva di inserzioni, rispetto alle quali potrebbe essere prospettata una sua responsabilità in illeciti eventualmente contestati agli inserzionisti.

 Fino a tempi abbastanza recenti, le piattaforme Internet si sono trincerate dietro la deroga alla responsabilità degli intermediari stabilita dalla Direttiva 2000/31/CE, meglio conosciuta come Direttiva sul commercio elettronico. Nel quadro di un dichiarato indirizzo di favore per il commercio on line, la Direttiva stabilisce una deroga alla responsabilità degli intermediari (hosting-provider) che si limitino “ad un’attività di tipo meramente tecnico, automatico e passivo”. Di conseguenza, può dirsi esente da responsabilità il gestore di piattaforma che si ponga in posizione  neutrale rispetto alla transazione conclusa, in piena autonomia tra inserzionista-venditore e acquirente sulla piazza virtuale globalizzata.

 Tale posizione di neutralità assoluta è, peraltro, difficilmente riscontrabile nel complesso rapporto stabilito tra provider e venditore-inserzionista; tuttavia la deroga è stata il tradizionale baluardo difensivo degli hosting-provider.  A carico di questi ultimi la Direttiva pone, inoltre, un obbligo di vigilanza in casi specifici e il  dovere di fornire le informazioni richieste dalle Autorità nazionali “al fine di individuare e prevenire taluni tipi di attività illecite”.  Non è quindi da escludersi che l’intervento di Amazon derivi da considerazioni di autotutela connesse, sia all’obbligo di vigilanza, sia al fatto che alcune decisioni di Tribunali nazionali hanno, ormai, intaccato il principio della non responsabilità della piattaforma. In quest’ambito, una delle decisioni più celebri è stata resa - il 30 giugno 2008 - dal Tribunal du Commerce di Parigi che, nella causa intentata da alcune maisons del lusso alla piattaforma Ebay, ha condannato quest’ultima ad un risarcimento di milioni di euro per non avere vigilato, nello specifico, sulla vendita on line di capi d’abbigliamento e/o accessori contraffatti.

Avvocato Luigi Giuliano Martino, penalista del Foro di Milano

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