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Destinazione Sud
Xylella, scienziato e contadino fermeranno la peste degli ulivi

Il microscopio e la zappa alleati contro il batterio killer. Nella guerra santa che in Puglia si è sviluppata attorno alla Xylella, tra tagliatori di ulivi in forza di legge e movimenti locali e ambientalisti ostinatamente anti-ulivisezione, c’è anche spazio per una narrazione diversa.


Il professor Donato Boscia, responsabile dell'Istituto di
Virologia del Cnr di Bari

Le storie di Donato Boscia e Lucio Pisanello, scienziato il primo contadino il secondo, sembrano una riedizione de Le vite parallele di Plutarco. Di diversissima estrazione, eppure con un obiettivo in comune: combattere il Co.Di.Ro, ossia il complesso da disseccamento rapido dell’olivo. Che è poi il destino di morte riservato ai poveri alberi attaccati dal batterio della Xylella fastidiosa, che viene insinuata come un veleno nei vasi che portano linfa alla pianta e, ostruendoli con una specie di tappo, la fanno morire di sete, quasi mummificandola ramo dopo ramo. Una morte lentissima e perciò più struggente.

I nostri “guerrieri” però non si arrendono al nemico invisibile. Boscia a Bari, come responsabile dell’Istituto di Virologia del Cnr e Pisanello in fondo al Salento, nel suo uliveto di Alezio, portano avanti un tentativo che potrebbe frenare il contagio. E’ la “terza via” che forse non sconfiggerà il batterio, ma probabilmente ne ridurrà l’impatto grazie ad una semplice (e perciò rivoluzionaria) osservazione empirica: esistono varietà, tra le oltre 350 cultivar italiane e le oltre 2mila nel mondo, che offrono una maggiore resistenza agli attacchi di Xylella rispetto a Ogliarola e Cellina di Nardò, che costituiscono il 90 per cento dei 10 milioni di ulivi salentini. La speranza massima sarebbe quella di trovare almeno una varietà che sia immune. In concreto esiste la possibilità, non solo statistica, che ve ne siano diverse in grado di convivere col batterio killer.

Altra questione è la gestione dell’organismo in quarantena, là dove è già insediato e nelle zone in cui si può prevenire ed evitare l’espansione: è materia scottante del contestato Piano Silletti, legato a doppio filo con la normativa europea e nazionale.

Il professor Boscia, invece, si muove su un terreno diverso. E anche per questo maneggia le parole come fossero provette: «Non vogliamo illudere nessuno. Ad oggi – scandisce - non esiste una terapia per far stare meglio le piante». Insomma, niente miracoli della scienza. Semmai un approccio più “studiato”, come certi pugili che danzano sul ring per capire le mosse dell’avversario: «Siamo partiti al buio – confessa lo scienziato – perché avevamo bisogno di sapere con chi avevamo a che fare. Ora dopo aver identificato e caratterizzato geneticamente il batterio e scoperto con certezza il vettore, sappiamo anche che la Xylella fastidiosa che combattiamo è la sottospecie “Pauca”, diversa però da quella che in Brasile attacca gli agrumi, e con un batterio gemello in Costarica».

La fase due, dopo la “conoscenza”, è la strategia d’attacco. Un aggiramento in piena regola: «Dobbiamo avere un approccio – assicura Boscia - più concreto. Ossia trovare sistemi, metodi, trattamenti e operazioni colturali in grado di attenuare gli effetti sulle piante e consentire la convivenza col batterio. Si tratta della ricerca nel germoplasma dell’ulivo, dove stiamo cercando fonti di resistenza dirette o attraverso il miglioramento genetico». Dunque, esperimenti, tentativi, non ancora soluzioni. Con una certezza: «La pianta d’ulivo malata ci mette qualche anno per seccare. Ad oggi possiamo dire che non ci sono piante “clinicamente morte” ma una evidente compromissione della capacità produttiva, senza tuttavia alcun impatto sulla qualità dell’olio ricavato dalle parti ancora verdi». Una secchiata d’acqua, questa, sul fuoco appiccato maldestramente dal recente spot di una tv locale che, basandosi sulla distinzione tra olio “sano” e olio “malato” in base all’origine geografica, è riuscito a spaccare la Puglia in due con un muro di ignoranza: Salento contro Terra delle Gravine. Come se non vi fosse già materia su cui accapigliarsi.

Lo scienziato e il contadino, per caso e per fortuna, vanno nella stessa direzione. Anzi, la singolarità di questo strano incrocio è che sono arrivati ad una conclusione simile da due punti di partenza differenti, usando strumenti nuovi e allo stesso tempo antichi: la ricerca e l’esperienza. Appunto, col microscopio e la zappa. E ora, a distanza, si osservano con reciproco interesse. Il virologo barese, passando dalle colture in serra al campo, lavora con i suoi alleati verdi: gli alberelli di varietà Leccino. Piantati, come a lanciare una sfida epica, a due passi da piante infette tenute sotto stretta osservazione assieme all’insetto vettore (e untore), la famigerata “sputacchina”. «La varietà Leccino – sottolinea speranzoso lo scienziato - manifesta un forte contrasto al batterio e ora ne abbiamo l’evidenza scientifica, perché in essa la concentrazione di Xylella è più bassa. Però non è auto-impollinante, per cui stiamo lavorando su una decina di varietà per vedere come reagiscono e, in un anno, contiamo di arrivare a un centinaio». La salvezza, cioè, sta scritta nel patrimonio genomico degli ulivi stessi e il Leccino ne è la prova, anche a occhio nudo: basta osservare certe piccole isole verdi che spuntano nel mare rosso ruggine delle piane malate.

A questo esperimento assomiglia ciò che laggiù nel Salento, ad Alezio, stanno facendo le mani callose ed esperte del “soldato” Pisanello, innestando la stessa varietà Leccino sui tronchi degli ulivi secolari di Ogliarola salentina, ormai ridotti a "scheletri". Sembra, la sua, quasi un’operazione chirurgica, di quelle disperate tentate per salvare una vita: un’incisione rettangolare, la corteccia viene staccata e poi l’innesto del germoglio sano, abilmente fasciato per proteggerlo dal “rigetto”. «Non conosciamo certi meccanismi – ammette il professore barese – tuttavia li osserviamo con interesse. Scienza ed esperienza sul campo non si escludono l’un l’altro, anzi, qualche volta è dal caso che arrivano le soluzioni più inattese».

Lucio Pisanello innesta un germoglio di Leccino su un ulivo malato
 

Il buon senso induce a pensare che, in fondo, si sperimenta ciò che accade da sempre: l’”individuo” più forte e capace di adattarsi soppianta quello più debole. Ci vorrà tempo e pazienza per vedere come va a finire: del resto, Natura non facit saltus. Lo sanno gli ulivi, se ne sono fatti una ragione pure lo scienziato e il contadino, che conoscono l’altissima posta in palio: salvare gli ulivi – e con essi il paesaggio di Puglia - e donargli così una nuova vita. Con una prospettiva che ora alberga nel Salento ma, a saper alzare lo sguardo dal proprio ombelico, ha un respiro ampio quanto il Mediterraneo e l’Europa. Ed è questa la stessa speranza che il presidente Michele Emiliano ha riposto nella sua task force regionale di esperti, ben sapendo che «finché non riusciremo a dimostrare scientificamente che espiantare gli alberi non è necessario, dovremo adempiere agli obblighi internazionali, come stiamo facendo con il piano Silletti».

XYLELLA 26
 

Nel frattempo, lo scenario tutt’intorno si complica ancora di più. «Si stanno verificando sfondamenti anche nella provincia di Brindisi», spiega il professor Boscia scuotendo la testa e ammettendo che la Xylella ha ormai «superato i 20mila ettari colpiti». Sembra una battaglia impari perché il batterio, come ogni agente infiltrato, si nutre delle divisioni nel fronte di chi dovrebbe combatterlo. E una raffica di sentenze del Tar, del resto, può fare tante cose utili ma non ammazzare un batterio. Né può servire il via libera della Ue alla commercializzazione delle barbatelle da vite salentine, finite sotto embargo in alcuni Paesi: è una soluzione di compromesso e, per di più, condizionata a specifici trattamenti. Dunque, solo una boccata d’ossigeno, non una panacea. Per gli olivicoltori, invece, è uno stillicidio perché oltre all’insidia della Xylella, devono assorbire il colpo basso delle 70mila tonnellate di olio d’oliva tunisino che sbarcheranno nei mercati europei nel prossimo biennio, per giunta con controlli fitosanitari soft e prive di dazi, perciò con un possibile effetto deprimente sui prezzi. La Commissione Europea ha deciso, in questo modo, di aiutare il Governo tunisino a combattere il terrorismo.

Una pessima notizia che scaccia quella buona, ossia la previsione positiva per l’annata olivicola: 179mila quintali, in crescita del 45 per cento rispetto al disastro del 2014, e di ottima qualità. Il rischio vero, per la nostra regione, non è soltanto il fatto che sta perdendo i suoi ulivi ma che, in giro, si venda olio d’oliva che la Puglia non l’ha mai vista, nemmeno in cartolina.

Non resta che sperare nel professore e nel contadino, “guerrieri” silenziosi e pacifici che sanno usare il cervello e le mani. Pare di vederli, là fuori, i 60 milioni di ulivi pugliesi che, incrociando le radici, si attaccano a quest’unica flebile speranza. Nessuno li sente perché, come sa bene il commissario Silletti, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce.

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