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Dietro la politica
Coronavirus, Regionali 2020 a luglio? L'unico voto che garantiva il non voto

Lo diceva pure il grande Gaber. Le elezioni sono una cosa bellissima. La partecipazione, il sentirsi uniti e utili, decisi e decisivi. Ma oggi se facessimo un sondaggio tra tutti gli italiani quanti vi direbbero che non vedono l'ora fra due mesi e mezzo circa di esercitare il loro sacrosanto diritto di scegliere chi guida la loro Regione? E quanti invece si chiedono se, quando e come usciremo dalla cosiddetta fase 1 della lotta senza tregua al virus combattuta rimanendo rigorosamente a casa? E quanti si chiedono come si vivrà nella fase 2 insieme al virus mentre tentiamo di rimettere in moto la nostra vita che di normale (per come la intendevamo prima) avrà poco? E ancora quanti invece pensano ai bambini e al loro desiderio e bisogno e diritto di tornare a scuola? E quanti (tanti tantissimi) pensano a come ricostruire una vita lavorativa e professionale o un'impresa? 

Eppure a tutte queste domande alcuni  Presidenti di Regione hanno dato una risposta chiara e in queste settimane hanno armato una azione di sfondamento per arrivare a convincere il Governo di una loro certezza assoluta. Dalla Puglia, dalla Campania, dalla Liguria e dal Veneto i 4 cavalieri della par condicio perfetta (2 alfieri del centrodestra e 2 del centrosinistra) hanno combattuto una battaglia ideologica a difesa del diritto di voto dei loro cittadini a luglio e della partecipazione elettorale estiva come prima assoluta priorità da garantire in un'epoca buia e incerta. Aggiungendo in forma chi più chi meno convinta anche la teoria di una certissima riduzione del pericolo di contagio sotto il sole e dell'ancora più certo ritorno della pandemia con la fine dell'estate. Risultato di questa azione è stata la decisione del Governo guidata dal Ministro della Salute Roberto Speranza di indire le elezioni della primavera 2020  universalmente  nel periodo tra settembre e dicembre di quest'anno proprio perche' non esiste alcuna certezza che si possa garantire a luglio un regolare svolgimento delle elezioni e a maggio e giugno una normale campagna elettorale quando non è neanche certo che a maggio si sia raggiunto il picco della pandemia che stiamo combattendo. La guerra dei 4 cavalieri della democrazia bipartisan ci è conclusa con una firma esplicita sulla santa alleanza su una lettera inascoltata mandata per chiedere una deroga specifica proprio per loro in nome sempre del sacro diritto di voto. 

L'Italia che ha le priorità che dicevamo e che conosciamo se ne farà una ragione e, come i giornali, releghera' questa vicenda nel capitolo delle cose che neanche si notano o di sicuro si ricordano. Ma può essere utile fare almeno tre considerazioni sulle ragioni possibili di questa battaglia persa dai 4 presidenti uscenti e ricandidati delle Regioni che dovevano votare questa primavera. 

Prima ragione possibile, dimostrata prima di tutto dai sondaggi sul Presidente del Consiglio Conte, in questa fase di gravissima emergenza i cittadini si stringono intorno a chi sta guidando le istituzioni, in particolar modo se lo fa con decisione e senso della leadership che si sposa nel caso delle Regioni in oggetto anche con risultati ad oggi positivi nei numeri nella lotta contro la diffusione del virus (in particolare se confrontati con la Lombardia). Le elezioni a luglio rappresentavano quindi una chiave di volta per portare questo clima istituzionale a tradursi in clima elettorale in un tempo così breve da risultare invisibile il confine tra i due momenti. 

Seconda possibilità della battaglia. La partecipazione. Quella difesa come diritto sacro dai 4 Presidenti è sicuramente quella meno possibile con il voto tentato a luglio. Ovvero se si fosse andati in quella direzione avremmo avuto cittadini così concentrati ancora sulle misure di sicurezza da seguire per ridurre al minimo il rischio di infettarsi che non solo avrebbero evitato qualsiasi iniziativa di campagna elettorale (che comunque saranno meno partecipate anche con il voto autunnale) ma soprattutto avrebbero evitato in una probabile maggioranza assoluta l'esercizio del voto. E anche in questo caso il "combinato disposto" del clima a favore delle istituzioni e degli amministratori in carica in questa fase di emergenza con la probabile riduzione del numero dei votanti avrebbe potuto consolidare una posizione di forza degli uscenti sia nelle regioni elettoralmente più in bilico che in quelle già più avviate in teoria verso una riconferma. 

Infine una terza e ultima ipotesi per giustificare una alleanza così complessa e una battaglia così controcorrente finita anche male. La crisi economica più grave della storia dell'ultimo secolo. Affrontare le elezioni regionali a settembre/ottobre significa trovarsi al voto nel pieno di una fase complicatissima per lavoro ed economia e per le ansie e la disperazione di tantissime famiglie e cittadini con numeri che non sono di previsioni (come quelli che vediamo oggi) ma di realtà. E con la responsabilita di chi governa le Regioni di gestire quella crisi e quelle ansie. Altrettanto forti in due regioni abituate a numeri dell'economia con il + come in due regioni che combattono da tempo con il -. Votare a luglio voleva dire affrontare la campagna elettorale sul bilancio della gestione dell'emergenza sanitaria e sulle prime azioni per favorire la ripartenza dell'economia e la visione sulla sua  ricostruzione di lungo periodo. Un altro indubbio vantaggio per gli uscenti. 

Sono naturalmente ipotesi e non certezze come nessuno (compresi i 4 governatori della santa alleanza per il voto a luglio) può avere certezze in questo momento. Ipotesi che possono offrire qualche indizio per interpretare il senso della battaglia bipartisan più fuori tempo di questa drammatica emergenza, quella per il voto che con maggiore probabilità garantiva il non voto.

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