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I piaceri della carne
Il dilemma etico di chi lavora con la carne

Quand’ero bambino desideravo fare l’etologo. Questo desiderio è stato il più certo che abbia mai avuto in vita mia. Ero fermamente convinto di studiare gli animali; volevo percorrere una vita a contatto con loro perché sentivo di amarli. In realtà non ero attratto proprio da tutti gli animali: insetti, molluschi e gran parte dei pesci mi lasciavano indifferente, se non impaurito. Potrei dire che amavo in particolare i mammiferi e gli uccelli. Il mio sentimento era puro, pienamente sentito e autentico. Leggevo tanti libri sugli animali e sognavo di portarmeli a casa, di stare con loro.

Oggi faccio un mestiere che comporta indirettamente l’uccisione di miriadi di mammiferi, che sono le mucche.

Naturalmente non sono più il bambino di dieci anni che voleva fuggire nei boschi, sono cambiato, sono vicino ai cinquant’anni e sono un’altra persona. Ma gli animali li amo ancora: non magari in maniera viscerale, non da viverci insieme, ma desidero sempre il loro bene.

Come si concilia, allora, il fatto di rispettare un animale e allo stesso tempo partecipare a un mercato, quello della carne, che vive e persevera uccidendo inermi creature?

Ciò che mi accingo a scrivere è molto personale, e dunque riguarda esclusivamente il mio pensiero.

Credo che il rispetto per gli animali e il loro abbattimento ai fini del mercato non siano conciliabili. Ho provato a trovare un compromesso filosofico o etico, ma non ci sono riuscito. È proprio questa incongruenza, ricca di pathos, di incertezza e di sensazioni contrastanti che permea la mia attività. “Gioia e dolore hanno il confine incerto”, cantava De Andrè.

Nella mia vita tante cose sono inconciliabili: per esempio la voglia di fare un weekend insieme alla famiglia e l’impegno di lavorare, il desiderio di fare sport e la necessità di riposare, guardare un film la notte e dovermi svegliare presto la mattina, suonare la chitarra il pomeriggio e dover andare a prendere i figli a scuola, eccetera.

Questo perenne stato di precarietà, il non riuscire a fare tornare i conti, caratterizza la mia vita. Non è, com’è stato un tempo, un dramma, anzi: è un aspetto positivo dell’esistenza. Quando porto a compimento un progetto, quando concludo qualcosa di buono, ho sempre una piccola sensazione di malinconia, di vuoto. Finché mi adopero per un progetto, per fare andare bene le cose, seppur con difficoltà e ansia per la riuscita, mi sento stimolato, mi sento vivo. Quando tutto va al suo posto, invece, mi trovo spaesato, provo solamente gioia effimera.
Se però cerco di mettere insieme due cose che non ne vogliono sapere l’una dell’altra avverto una tensione, che definirei poetica e vitale. Ho una visione molto letteraria dell’esistenza e affronto l’affanno di trovare strade sicure in modo romantico. Quell’affanno è l’essenza propositiva che nutre la mente.

Sono capace di vivere situazioni in bilico, intellettualmente parlando, e sono capace di accettare di non avere risposte. La vita non ne ha. Credo nel concetto di mistero, che è l’elemento più educativo dell’esistenza, cioè accettare di non avere assiomi per essere liberi di crearne e disfarne di nuovi.
È naturalmente il mio punto di vista, ma mi sono abituato a non avere le idee chiare sulle cose e questo lo trovo un bene.

Torniamo allora agli animali e alla loro mattanza.
Quando penso agli esseri che ci circondano, in verità non saprei definirli: io non so dire che cos’è un animale. L’essere umano è qualcosa che mi appartiene, uomo per me è uguale a persona, sento intimamente che è sacro, che è un valore immenso. Capisco di cosa è fatto.
Se invece vedo una mosca che si appoggia sul tavolo dove sto mangiando, non ci penso due volte a ucciderla con lo straccio, e lo stesso vale per la zanzara che mi ronza nell’orecchio di notte. Non me ne faccio una ragione, non ne ho più voglia. Credo semplicemente che non sia un peccato. Quell’essere malcapitato è un’entità sconosciuta. D’altro canto non darei mai una bastonata a un cane, col quale avverto un rapporto qualitativo. Non amo per esempio andare a pescare, perché mi sembra di provocare dolore gratuito ai pesci e mi dispiace. Se però devo tagliare a metà col coltello un astice vivo non mi fa né caldo né freddo, anche se le prime volte sì. Quando le mie adorate e affettuosissime gatte moriranno, non credo che soffrirò, eppure godo a coccolarle e a rendergli la vita felice.

Sono fatto così, non sono tutto d’un pezzo. Non ho risposte, ma amo cercarle e trovarle, consapevole che non saranno mai definitive, e questo mi consola. Mi piace la ricerca.

Quando cammino in montagna e incontro le mucche al pascolo vado vicino ad accarezzarle. Io trovo che i bovini siano animali bellissimi, mi piacciono tanto. Quando sono a tu per tu con una mucca, però, attraverso i suoi occhi non scorgo niente. Per me è come se fosse un albero che si muove… Con tutto il rispetto e l’amore per l’albero: io, per esempio, non inciderei mai col coltello una corteccia, perché mi sembrerebbe di far soffrire la pianta. Se però mi chiedessero cosa ne penso del mercato dei mobili o del carbone che implica l’abbattimento di alberi, in quel caso non sarei contrario, a meno che non ci sia in gioco un ecosistema da tutelare.

Quando schiaccio uno scarafaggio, che uccido per ribrezzo, mi sincero che sia morto perché mi dà fastidio vederlo agonizzare.

L’idea di dare la morte a un animale non mi infastidisce quanto quella di dargli sofferenza. È giusto? Forse no, ma io non riesco a farne una questione etica. Non vorrei mai arrecare dolore alla bellissima mucca che incontro in montagna, ma se scoprissi che il pastore deve macellarla, anche se provo del bene per lei, sicuramente la notte dormirei tranquillo. Se sapessi invece che la vuole incatenare e costringerla a stare in una gabbia stretta ci penserei con sofferenza.

Uccidere un animale per mangiarlo, non credo sia sbagliato. Ma come in tutto il discorso che sto cercando di argomentare, ci sono situazioni differenti che nel mio caso non rientrano in una logica precisa: il gamberone va bene ucciderlo ma un leone no, a prescindere che si tratti di cibarsene, va bene il veleno per i topi ma mai e poi mai per i cani. Ci sono animali di cui aborro l’idea che vengano ammazzati e altri che mi sono indifferenti. Se vedo un bambino che pesca una rana non faccio nulla, se vedo un bambino che spara piombini a un gatto lo redarguisco. Ai miei figli rimprovero, per esempio, la gratuità di alcuni gesti: se si spaventano per una gatta pelosa che da un albero cade sulla cartella e la uccidono, lo trovo normale. Se vanno sotto l’albero a dar fuoco o a schiacciare tutte le gatte pelose che sono cadute li sgrido, perché non lo trovo giusto, perché lo trovo un gesto gratuito.

In questo sono molto autoreferenziale e non esiste una sintesi efficace. La gratuità del gesto la decido io di volta in volta.

Tornando al concetto di uccidere animali per cibarsene, l’unica discriminante particolare che sento di fare mia è la sofferenza inflitta. La discriminante generale è invece la sofferenza creata agli ecosistemi e al pianeta.
Per quanto riguarda me e il mio mestiere, il nodo della questione è proprio il tema della sofferenza. A volte accetto più il mio dolore che quello degli altri, compresi gli animali.

Uccidere un salmone selvaggio per mangiarlo, lo trovo meno crudele che farlo vivere allevato in vasche sovraffollate dove non riesce nemmeno a muoversi.
Ripeto però che non vale per tutti: accetto l’uccisione di una mucca o di un pollo e non quella di un cane o di un delfino. Ci sono esseri che ritengo sacrificabili e altri no. È una questione sia culturale che istintiva tutta mia e che non rientra in una regola precisa.

Concentrandomi sui capi da macello però, ciò che non sopporto è l’abuso, lo sfruttamento senza pietà.
Chi fa il mio mestiere, chi lavora coi macelli, non è nella condizione di fare speculazione filosofica, ma dovrebbe invece occuparsi e preoccuparsi del benessere animale.  Questo lo trovo sensato e opportuno.

La questione etica di chi lavora con la mattanza di esseri viventi non dovrebbe riguardare il concetto stesso di uccisione, perché altrimenti porrebbe gli “addetti” del settore al di fuori di esso. Ma siccome coloro che lavorano in quest’ambito qualcosa di buono lo possono fare, sarebbe sterile vincolarli a un dibattito morale e filosofico complesso come quello sull’opportunità di uccidere animali per cibarsene.

Se però non ho idee chiare sull’opportunità di uccidere animali da macello, le ho invece chiare sul fatto che non debbano soffrire finché sono in vita.

Forse non è, e mai sarà, evitabile il cibarsi di animali, ma sicuramente è evitabile lo sfruttamento spietato. Noto che se ci si confronta su un tema enorme riguardante il concetto dell’uccidere per mangiare non si arriva a un dunque: subentra la morale, la religione, il giusnaturalismo, la selezione naturale e così via.
Se si discute invece di benessere animale, aggirando il precedente discorso, si arriva quasi sempre a una conclusione, ossia che non è giusto infliggere sofferenze.

Gli allevamenti intensivi provocano grandi dolori agli animali, sia fisici sia di stress. Per fortuna, dal piccolo osservatorio che è il mio ristorante di carne, noto che sempre più persone cercano la qualità, si interessano del benessere dei bovini e sono anche curiose di sapere l’età dell’animale e di cosa si è nutrito. Questo va anche al pari di una spesa maggiore, in termini di costi, per degustare una buona bistecca. Io lo trovo un dato positivo nell’ottica di mangiare meno e meglio. Il futuro del mercato della carne deve essere quello di una migliore qualità e minore quantità. Far vivere bene un bovino, però, costa di più sia all’allevatore che al consumatore finale.

Attenzione: gli allevamenti intensivi sono anche il prodotto di una richiesta di mercato. Non è facile abituarsi a “spendere” per mangiare quando si è sempre riusciti a farlo con cifre modiche: la qualità spesso non fa breccia su chi si è abituato alla quantità. Dire “meno ma meglio” è più semplice sulla carta che nella realtà!
Un panino col prosciutto è più comodo di una parmigiana, la cotoletta del bambino già pronta presa al supermercato toglie il pensiero al genitore di cosa cucinare. Non c’è solo la teoria, purtroppo, ma c’è anche la pratica.

L’industria si muove sulla richiesta della clientela: mangiare carne spendendo poco è allettante, si veda il successo dei fast food di hamburger. Abbassando i costi il mercato si allarga, ma ciò implica allevamenti intensivi con animali sfruttati, alimentati malamente e macellati giovani per abbassare i costi di gestione.

Come dicevo, esiste anche una frangia di persone interessate alla qualità che riscoprono il gusto, per esempio, dell’animale vecchio (che alla fine è il più buono!), che si accorgono che l’alimentazione migliore offre carne migliore, che non mangiano la bistecca se non in certi ristoranti dove trovano selezioni particolari. E questa frangia è sempre più corposa! Ciò mi fa ben sperare per il futuro.

Io porto avanti questa filosofia e cerco sempre di selezionare carni di animali che abbiano vissuto degnamente. C’è però un secondo discorso che si lega al benessere animale, ossia il benessere degli ecosistemi: gli impianti industriali, anche quelli degli allevamenti, gravano molto sull’ambiente. In alcuni casi accelerano la deforestazione, vi è un consumo enorme di acqua, il territorio viene sfruttato per colture indirizzate ai foraggi, c’è chi parla di sprigionamenti di gas, eccetera. Purtroppo non ho conoscenze tanto approfondite per capire se tutto ciò che si dice e scrive sia vero in toto, ma credo che l’altra frontiera di chi lavora con il mercato degli animali sia quella di chiarire davvero quanto gli allevamenti intensivi impoveriscano l’ambiente (e forse anche certe popolazioni). È una questione che resta un po’ troppo sospesa e di cui bisognerebbe parlare di più. Ma, purtroppo, in questo caso non ho strumenti adatti per argomentare. Preferisco dunque ancorare il discorso più specificamente agli animali.

Io, nel mio piccolo, vivo una tensione poetica senza soluzione: da un lato mi spiace che degli esseri viventi vengano allevati solamente per essere mangiati, dall’altro non mi sento in colpa azzannando una bistecca. In questo intervallo c’è una continua ricerca, c’è il desiderio di mettere insieme le due cose, c’è tutta l’umanità di barcamenarmi su questioni più grandi di me con l’obiettivo di arrivarci, sperando però intimamente di non riuscirci… Per non avvertire quello smarrimento malinconico che sento quando porto a conclusione qualcosa.

W il benessere animale! W le buone bistecche!

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