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Imprese e Professioni
Europa. La crisi finanziaria ed economica fa emergere contraddizioni di fondo

L’Europa  è  ad un punto di svolta. La crisi finanziaria ed economica ha fatto emergere le sue contraddizioni di fondo. E’ evidente la sua difficoltà  a risolvere i problemi reali dei cittadini. E’ necessario  un cambio di passo. È arrivato il momento di reagire al suo declino politico, culturale, demografico ed alla sua crisi esistenziale;  si deve ripartire, con un nuovo inizio, rimettendo la persona con i suoi problemi ed i suoi valori, al centro dell’azione politica, economica e sociale.

"La democrazia vive se riesce a creare benessere" scriveva pochi giorni fa Mauro Magatti sul Corriere della Sera. "Il neoliberismo ha interpretato questo compito nei termini di un aumento delle possibilità individuali di scelta. In un sistema a possibilità crescenti (quello nato dalla combinazione tra globalizzazione e finanziarizzazione), un’idea vincente. È l’incepparsi di questa dinamica che, a partire dal 2008, ci ha fatto entrare in un’altra epoca storica".

Quale dovrebbe essere il ruolo della politica nel recuperare questi valori? E quale ruolo dovrebbe essere affidato alle istituzioni europee?

Poniamo alcune domande su questo argomento ad Alessia Potecchi, Presidente dell'Assemblea del PD di Milano
Alessia PotecchiAlessia Potecchi

"Sì, l'Unione Europea deve introdurre la 'Politica' come ispirazione e centro motore delle sue Istituzioni. Averne fatto a meno, fino ad oggi, è stato un grave errore che ha impedito di riempire il vuoto che, man mano, si è creato tra sovranità europea e sovranità nazionali. Occorre ora invece  trovare il coraggio e lo slancio per andare oltre la situazione attuale, per dare identità e strumenti al 'popolo' europeo, affinché abbia voce diretta sulle decisioni, sulla trasparenza e sul controllo delle istituzioni".

Concretamente che cosa dovrebbe fare l'Unione Europea?

"Sono convinta  che bisogna il prima possibile approvare alcuni provvedimenti fermi da tempo. Ad esempio, il cambiamento del paradigma economico e sociale che regola l’Eurozona; il completamento di tutto il pacchetto che riguarda la finanza; le banche; il MES (cioè il meccanismo europeo di stabilità); gli investimenti, il debito, il rilancio della domanda, la partecipazione".

Però c'è qualche segno di ripresa

"Oggi ci troviamo di fronte ad uno scenario economico e sociale meno inquietante. In Italia e in Europa si stanno rafforzando i segnali di ripresa. Le previsioni migliorano anche se si procede con fatica e con affanno. Il problema da risolvere è quello del consolidamento di questo accenno di ripresa. Non è cosa facile. L’Europa non riesce a diventare una realtà politica e sociale; l’insensata politica dell’austerità ha creato danni enormi. Disuguaglianze, impoverimento, immigrazione, populismo. Il Parlamento europeo rimane una istituzione formale con un’assemblea frenata da fermenti nazionali, a volte addirittura nazionalisti (Spagna, Austria, Polonia, Ungheria ecc…). Una situazione quella dell’Europa instabile e vulnerabile nella quale occorre fare i conti con il risorgente isolazionismo degli Stati Uniti, con il fenomeno massiccio della immigrazione; con il protagonismo dei Paesi asiatici, la Cina in primis, con il ruolo 'imperiale' della Russia, con il risveglio dell’Islam che sente forte il richiamo della guerra santa, la Jihad".

Allora potremmo trovarci di fronte a difficoltà internazionali diverse da quelle cui eravamo abituati?

"Queste prospettive, questo scenario, preoccupano. Sul piano internazionale è in atto in Europa una  guerra sorda tra diversi stati membri per offrire favori fiscali e societari ritagliati su misura per le grandi multinazionali. La lista non riguarda solo i microstati (Jersey, Andorra, San Marino, Liechtenstein) ma si sta estendendo nell’Unione Europea soprattutto nei nuovi territori orientali. Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Slovenia stanno costruendo modelli allettanti per le grandi multinazionali imperniati su un mix di tasse molto basse per le imprese accompagnate da un carico fiscale eccessivo sull’imposta sui consumi congiunto ad una diminuzione dei salari e dei diritti  dei lavoratori. Non è possibile procedere in questa direzione. L’Unione europea deve realizzare la pace fiscale e sociale. Occorre modificare il fiscal compact, archiviare la politica di austerità, realizzare passi in avanti decisivi sulla strada dell’integrazione politica e sociale".

Che cosa si potrebbe fare?

"Serve una politica fiscale migliore partendo dai singoli stati, che semplifichi al massimo il pagamento delle imposte da parte del contribuente. Una politica fiscale che sia equa e realizzabile. La Flat Tax che oggi viene proposta  non è giusta. Le imposte devono essere  progressive e non proporzionali. Le tasse si pagano in base al reddito come recita la Costituzione italiana. L’aliquota unica  avvantaggia i ceti più ricchi e svantaggia quelli più bassi. Gli scaglioni dei redditi più alti sono quelli che con la Flat Tax risparmierebbero di più senza contare che questa nuova tassa si accompagna alla abolizione contemporanea  di molte detrazioni e deduzioni (come, ad esempio, i mutui per la casa; le prestazioni assicurative; le agevolazioni per la famiglia ecc…)". 

Quindi la Flat Tax non le piace per niente

"In sostanza la Flat Tax è una norma fiscale regressiva (un'elemosina per chi ha un basso reddito; un tesoretto a salire per chi ha un reddito significativo). Senza ironia, ecco un campionario dei Paesi che hanno in vigore la Flat Tax: Giamaica, Estonia, Lettonia, Lituania, Russia, Ucraina, Serbia, Romania, Bulgaria, Slovacchia, Georgia, Mongolia, Repubblica Ceca, Mauritius, Montenegro, Macedonia, Albania, Kirgyzstan, Kazakhistan, Bielorussia, Tobago, Bosnia. Non figurano nella lista nè ci pensano la Germania, il Regno Unito, la Francia, gli Stati Uniti, il Giappone. Aggiungo inoltre che mancano le coperture economiche per realizzarla, non ci sono e non si possono nemmeno creare le condizioni economiche per metterla in atto. Occorrono per l’aliquota unica al 15% proposta dalla Lega in campagna elettorale addirittura 60 miliardi di euro".

Che priorità vede?

"E’ prioritario ridurre  e semplificare la normativa potenziando l’innovazione telematica per generalizzare l’invio ai contribuenti di moduli precompilati dall’amministrazione; estendere la compensazione tra imposte diverse in modo da evitare i rimborsi lumaca; disciplinare gli accertamenti fiscali in tempi definiti. Ci vuole, insomma, una visione strategica delle politiche fiscali con una programmazione coerente ed organica di legislatura".

E a livello europeo?

"Se torniamo all'Europa, c’è stato uno snaturamento dei principi, i valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, della eguaglianza e della solidarietà sono stati depurati di ogni dimensione sociale, sono diventati precari anzi irrilevanti. Sull’altare dell’austerità  si è affermato il pensiero unico, secondo il quale ogni idea di competitività è stata giocata sulla riduzione del reddito del lavoro e del welfare. Non si parla più a chi si sente sconfitto dalla globalizzazione, dal predominio della finanza, dall’austerità. Non c’è poi da meravigliarsi se tanti cittadini in Europa, ma anche in Italia, si rivolgono altrove. Ecco perché diventa fondamentale che l’Europa riprenda il suo cammino sciogliendo questi nodi prima delle elezioni del 2019 per il rinnovo del Parlamento Europeo".

Infine, le scelte politiche: torniamo alla prima domanda. Che cosa dovrebbe fare l'Europa?

Oggi le scelte politiche ed economiche che si prospettano per l’Europa sono diverse:
1) c’è l’opzione franco-tedesca di archiviare la politica di austerità, di rafforzare il pilastro sociale, di fare dei passi in avanti sulla strada dell’integrazione politica, finanziaria e sociale.
2) c’è la posizione euroscettica dell’Olanda (che è diventata il punto di riferimento dell’europeismo immobile dopo la Brexit), Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, a cui si aggiungono Danimarca e Svezia che vogliono a differenza di Junker, rafforzare il Consiglio Europeo dando lo stesso diritto di voto a tutti i 27 paesi, cioè anche agli otto che non hanno l’euro.
3) ci sono sul versante Est dell’Europa i quattro Paesi del Patto di Visegrad (Cechia, Slovacchia, Polonia e Ungheria) che si muovono per conto proprio, a partire dai problemi dell’emigrazione, con una visione nazionalista e sovranista.

A questo punto devo confessare che la situazione mi sembra molto ingarbugliata.

"In questa situazione prevalgono le forze politiche populiste. E’ facile – come è avvenuto in Italia con le elezioni politiche del 4 marzo - rendere omogenei i rancori. E’ impossibile, come dimostrano le difficoltà a fare il governo, rendere omogenei invece i bisogni. Il futuro è’ un grande interrogativo la cui soluzione sarà al centro delle prossime elezioni europee nel 2019. Per noi in Italia c’è ora il problema della stabilità delle istituzioni, della competenza della politica e degli apparati di governo. Ci vuole autorevolezza e non autoritarismo, ci vuole forza ideale per mettersi alla testa dei cittadini, ci vuole conoscenza, ci vuole sapere, ci vuole intelligenza. La scorsa legge di bilancio, così come è stata modificata, contiene spunti interessanti per la futura legislatura. Sono state aperte delle fessure nel muro delle rigidità erette in passato dalla Unione Europea e, soprattutto, si è ripreso il dialogo con le forze intermedie (sindacati, imprese, lavoratori autonomi). Si è rafforzata con successo la dialettica sociale, si sono cominciati a smantellare le rendite di posizione di un apparato burocratico troppo autoreferenziale, poco sensibile alle esigenze dei cittadini. La globalizzazione di per sè e in sè produce mostri: può essere invece un elemento di progresso se è posta in un solido contesto giuridico".

Allora, c'è quache speranza di uscire dall'impasse?

"Purtroppo siamo in questo momento in una fase difficile per le istituzioni, ci troviamo in un passaggio di crisi istituzionale con forze politiche che sono uscite forti dalle elezioni del 4 marzo ma che si muovono con una visione ahimè lontana e a volte ostile con l’Europa, con un programma pieno di luoghi comuni e senza un fondamento economico e sociale. L’Europa deve fare i conti e competere in un mondo dominato dai grandi blocchi di potere russo, americano e cinese. Non possiamo rimanere indifferenti ad una vera e propria guerra dei dazi doganali, con e tra quei tre colossi. Se l’Europa non è unita e non ha una posizione comune verrà stritolata. In questa operazione il nostro Paese è quello che rischia di pagare più degli altri essendo il secondo paese esportatore. Ha fatto bene il Presidente Mattarella a mettere sul tavolo il tema dell’Europa richiamando energicamente  le forze politiche ad attuare un percorso che non possa in alcun modo essere lontano  da una visione europea da cui non possiamo e non dobbiamo  prescindere".

QUO VADIS EUROPA

Si è svolto a Milano pochi giorni fa il Convegno "Quo Vadis Europa?" cui lei ha partecipato. Quale messaggio ne possiamo trarre per i possibili comportamenti da adottare? Quali obiettivi?

"Io durante il Convegno ho suggerito questi:
Il primo: non si può continuare, come in passato, con piccoli passi, con rinvii continui, con interventi tampone, ad agire per stato di necessità. Si deve tener conto di ciò che chiede e che muove la gente ('il popolo') con le sue sofferenze e le sue paure. Ci vuole una tabella di marcia credibile per costruire un futuro comune.
Il secondo:  si devono affrontare i nodi irrisolti: quelli economici, sociali, finanziari,  politici ed istituzionali, con una integrazione progressiva, prendendo in mano la questione dell’immigrazione e della sicurezza per dare risposte concrete e rassicuranti.
Il terzo : il più ambizioso, forse il più difficile, ma l’unico risolutivo: si può pensare ad un nuovo inizio per l’Europa, con un atto 'fondativo',  un 'patto costituzionale' tra alcuni o tutti i Paesi dell’Eurozona".

Un'ultima considerazione?

Durante il Convegno "Quo Vadis Europa?"  ho lanciato alcune idee per consolidare l’Unione Europea :
1 – L’Unione non deve essere più percepita come un valore aggiunto; deve essere capace di dare risposte giuste a quei “problemi” che i singoli paesi non sono più in grado di affrontare e risolvere da soli. L’Unione Europea, insomma, non può restare inerte, rassegnata, tollerante, a difesa degli interessi economici e degli egoismi nazionali, cioè senza la capacità di esprimere una “volontà” comune, una reciproca fiducia, una “identità” politico-culturale unificatrice.
2 – L’Unione Europea deve realizzare la convergenza economica e sociale, attuando concretamente le politiche necessarie, senza finzioni. Deve procedere attuando politiche a favore delle persone, in campo economico e sociale e contemporaneamente, accelerando le scelte a favore di una integrazione  democratica.
3 – L’Unione Europea deve realizzare la convergenza fiscale, finanziaria, di bilancio e il mercato dei capitali, finalizzata ad un bilancio e ad un mercato unico in un’ottica di impatto sociale ed ambientale.
4 – L’Unione Europea deve avviare uno spazio pubblico europeo con il governo dei flussi migratori; con l’attuazione di misure di sicurezza e con una politica estera comune; con l’attenzione alla cultura, alla ricerca, all’innovazione, all’ambiente.
5 – L’Unione Europea deve valorizzare la democrazia, accelerando le scelte a favore dell’integrazione democratica, per arrivare gradualmente all’Unione Sociale, all’Unione economica e di bilancio, all’Unione dei valori, come base dell’Unione politica, creando così gli strumenti per un processo comune decisionale democratico e trasparente.

Oggi siamo dinnanzi ad uno scenario preoccupante: l’euro deve essere accompagnato gradualmente da decisioni che facciano evolvere l’unione economica in unione politica; il tema dell’Europa deve tornare al centro del dibattito e deve essere il punto fermo del nostro futuro. L’Europa deve essere la nostra meta, il nostro fine, il nostro punto di arrivo da cui non possiamo più prescindere. Penso che incontri come questo odierno siano un’ottima occasione per elaborare e confrontare idee, riflessioni, proposte che arricchiscano e aiutino il grande lavoro che ancora c’è da fare.

Per concludere voglio ricordare tre aforismi che possono essere la nostra stella polare sulla strada dell’Europa unita :

“Non siamo più inglesi né francesi né tedeschi - diceva Victor Hugo - siamo europei. Non siamo più solo europei, siamo uomini. Siamo l’umanità. Non ci resta che abdicare dal più grande degli egoismi: la nostra patria”.

“L’attesa è il futuro che si presenta a mani vuote” (Michelangelo).

 “Mai prima d’ora abbiamo avuto così poco tempo per fare così tanto” (F.D. Roosevelt).

 

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