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Imprese e Professioni
Il Coronavirus ora non si trasformi in una pandemia di inoccupati

Intervista a Roberto Plini, esperto di Gestione, Organizzazione e Strategie Aziendali

Con Roberto Plini si è spesso parlato in passato di sviluppo di strategie e modelli di business, soprattutto in funzione di specifici scenari strategici ove erano necessarie riorganizzazioni e ristrutturazioni aziendali. Si trattava solitamente di definire e implementare specifici crash-plan per salvataggio di aziende in crisi o comunque di interventi che rientravano nella norma.

Ma la situazione in cui le aziende italiane si trovano oggi non ce la saremmo mai immaginata. Cerchiamo allora di fare con lui, se possibile, qualche ragionamento più approfondito.

I rischi

Caro Roberto, quali sono i rischi che gli Italiani stanno correndo oggi?

Roberto PliniRoberto Plini

"Il rischio serio non sarà la seconda ondata del covid-19, ma la prima grande ondata di lavoratori che in autunno rimarranno a casa, e sicuramente l’attenzione va posta anche a quelle imprese che avevano in programma licenziamenti: la cassa integrazione, grazie al virus in questo caso, agevolerà tali sciattezze d’impresa. Il governo vanta soldi a pioggia a lavoratori ed imprese, pioggia che tarda ad arrivare per molti lavoratori che ancora sono in attesa dei primi “stipendi” da cassa integrazione, e imprese che non ricevono nulla dalle banche. E comunque non saranno certo soldi a fondo perduto".

Secondo te la classe politica si sta comportando bene?

"I nostri bravi "pollitici" (la doppia LL rende meglio il senso del QI del politico), sono incapaci di sterzare, di abbandonare una strada dove già prima della pandemia le nostre imprese erano in terapia intensiva e qualcuna già morta, fallita. La nostra pressione fiscale non consentirà mai di gestire un’impresa fiorente che crei occupazione reale: in Italia ci saranno solo succursali di imprese residenti fiscalmente all’estero, e questo la politica lo sa da almeno 15 anni. Eppure, in tanti anni, mai c’è stata una manovra politica pro-impresa e pro-occupazione. Cittadini lavoratori ed imprenditori sono in una condizione di eterna ansia, e questa pandemica vicenda di certo non ha decrementato la preoccupazione".

Cerchiamo di essere più ottimisti. Hai qualche suggerimento che potrebbe essere applicato subito?

"Una ricetta immediata è certo quella per il 2020 di annullare le pretese fiscali ad imprese e cittadini: ma la vera cura per incentivare la creazione e la cultura di fare impresa passa imprescindibilmente per una diminuzione della pressione fiscale totale al 25%, reinvestimento del 40% degli utili di impresa nello sviluppo e nelle nuove assunzioni, finanziamenti a tasso zero per la creazione di nuove imprese. E dal quinto anno tasse con variabili graduali secondo l’occupazione stabile che l’impresa nel quinquennio ha prodotto. Poi sburocratizzazione ed eliminazione di tutte le accise sui carburanti."

Ha ancora senso di parlare di Made in Italy?

"Anche il Made in Italy ... oggi leggo che molti consumatori vorrebbero incentivarlo adottando lo slogan del “consumiamo italiano”. Dico che è una cosa giusta da fare e va perseguito questo ideale: purtroppo rischiamo di chiudere i cancelli quando i buoi sono già usciti. Proviamo a pensare cosa, quale prodotto oggi sia realmente italiano e prodotto con materie prime del nostro bel Paese: oppure, banalmente troviamo solo una semplice etichetta tricolore incollata nel packaging del prodotto e invero le materie prime non provengono dal nostro territorio e spesso l’impresa non ha la sua sede fiscale/legale in Italia".

Il ruolo dello Stato

Ti sento molto negativo. Ma lo Stato non dovrebbe costituire un efficiente argine a difesa dei cittadini?

"Siamo sorpresi di una Stato, che ormai è uno “stato” di fatto, che non tutela i suoi cittadini, i lavoratori, gli imprenditori, le imprese, le proprie eccellenze di quello che una volta potevamo orgogliosamente dire MADE IN ITALY. Davvero pensiamo che le istituzioni si prodighino a fare leggi per l’occupazione ed il lavoro con l’intento vero ed il sano principio di CREARE occupazione? Non mi riferisco a chi ci governa oggi e tantomeno chi ci ha governato negli ultimi vent’anni, non è neanche una questione di colori, destra  o sinistra o centro, ma la presa di coscienza di tutta la classe politica che non si rende conto della realtà, con il loro non saper fare qualcosa di tangibile e di percepibile. L’occupazione passa per prima dall’adottare per le imprese un sistema economico-fiscale che consenta ad esse di affermarsi e svilupparsi, prima nel proprio territorio e poi, creando valore ad un brand, quello ITALIANO dei prodotti che l’impresa grazie al potenziale sviluppo, inizia a proporre e vendere in altri Paesi; è difficile pensarlo, però, è stato facile pensare che, una moneta unica, potesse generare valore, ricchezza e benessere; in effetti, è sotto gli occhi di tutti gli imprenditori quanta ne ha creata, so che qualcuno in questo non è d’accordo e so anche che chi non è d’accordo non è un imprenditore".

Con queste premesse, come affronti la quotidianità?
 
"Affronto la quotidianità con entusiasmo, ed alla sera, rientro colmo di “lamentele” di imprenditori che, se pur vero che oggi fare impresa non è più come ante anni 2000, l’imprenditore deve formarsi, informarsi e imparare a gestire e coordinare è, altrettanto vero che vai a fare i conti e….cosa può fare l’impresa con un socio che ti chiede circa il 70% di quello che hai prodotto? In cambio di cosa? Il risultato? Le imprese CHIUDONO, SVENDONO si “alleano” con multinazionali estere, lasciando in minoranza l’imprenditore italiano. Bye bye made in Italy!! Non sono certo l’unico nel sapere quante attività fino ad oggi, e purtroppo so di quante ancora da oggi, continueranno a mollare, a gruppi NON ITALIANI la propria attività, il proprio business i propri valori, il proprio know how; non mi sono mai aspettato nulla dalla politica e dal politico che non ha mai lavorato in un’impresa, spesso non si è mai alzato il mattino presto, e forse viene solo da un apprendimento scolastico che oggi, giocoforza, anche in questo settore, dobbiamo rigenerare un modello di insegnamento non più attinente alla realtà; inutile allungare gli anni scolastici, è il metodo che non funziona! Si insegnano le stesse cose da oltre 30anni!"

Sei riuscito in questi mesi ad aiutare qualche imprenditore?

"Nel mio piccolo, ho evitato che qualche impresa chiudesse i battenti, migliorando metodo e processi, ma si tratta di sopravvivenza e non di sviluppo ed investimenti, per quelli occorre altro che insegnare un metodo di gestione d’impresa. Non sono affatto sorpreso nel vedere in incremento la lista delle aziende italiane vendute all'estero. L'Italia  la via dello shopping per investitori multinazionali: aziende italiane che finiscono nelle mani di holding extraeuropee, finendo per perdere la loro identità. Negli ultimi anni quasi 500 NOSTRI marchi italiani sono finiti in mani straniere, e non è finita. Le conseguenze da un punto di vista economico e sociale di questa svendita sui generis del patrimonio imprenditoriale italiano, purtroppo la conosciamo. Il Made in Italy? Dal 2008, centinaia di aziende italiane sono passate nelle mani di acquirenti stranieri: questo dato nei dettagli è stato più volte fornito dal Rapporto 'Outlet Italia, Cronaca di un Paese in (s)vendita presentato dall'Eurispes. La conseguenza è un Made in Italy sempre meno italiano. Chi investe spende miliardi di euro per portare a casa i nostri marchi italiani, ma sono soldi che vanno alla proprietà, e non portano certo valore aggiunto allo Stato ed i suoi cittadini."
 

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