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Imprese e Professioni
Il Covid-19 non deve essere un alibi per una desertificazione industriale

Da alcune settimane la diffusione virale continua a scendere, con le stesse differenze con le quali si era propagata. Il Nord mostra segnali di miglioramento anche nella stessa Lombardia, ma il numero dei contagiati continua a destare preoccupazione, mentre in oltre molte regioni del Sud, isole comprese, si continuano a registrare contagi zero.

Dal 3 giugno è stato rimosso in divieto di transito da una regione all’altra e sono state riavviate quasi tutte le attività produttive, commerciali e di servizio rimaste chiuse dopo i provvedimenti governativi emanati subito dopo il propagarsi del virus.

Chiediamo a Rocco Palombella, Segretario generale della Uilm, come valuta le probabilità di ripresa delle attività in questa fase

palombellaRocco Palombella

“Il ritorno alla normalità sarà lungo e dipenderà soprattutto dai nostri comportamenti per evitare una ricomparsa del Coronavirus, che secondo l’Ocse causerebbe una perdita fino al 14% del Pil nazionale. Non smetterò di incitare lavoratori, cittadini e giovani a continuare a collaborare rispettando scrupolosamente le misure di sicurezza, seppur limitanti della propria libertà, per evitare ancora una volta la propagazione virale”.

Come hanno reagito i lavoratori ai disagi di questo periodo?

“Come ho avuto modo di spiegare più volte, nonostante questa inedita e drammatica situazione noi abbiamo continuato a lavorare per far si che il nostro impegno limitasse i disagi che inevitabilmente sono stati determinati in questi lunghi mesi. Non sta a me ripeterlo ma la situazione del Paese è preoccupante, soprattutto perché ha determinato un clima di paura, di forte preoccupazione per il futuro di ognuno di noi e delle persone care”.

Parliamo di numeri. Come vede l’economia nei prossimi mesi?

“Le stime delle principali istituzioni nazionali e internazionali indicano un crollo del Pil italiano, che oscilla dal -9,5% della Commissione europea al -8,3% dell’Istat, una perdita di produzione di 200 miliardi solamente nei mesi di marzo e aprile, un’esplosione del ricorso alla cassa integrazione, con la cifra record di 772 milioni di ore nel mese di aprile, e i ritardi ingiustificabili nel pagamento della cig a oltre tre mesi dall’inizio della pandemia. Numeri drammatici, che causerebbero un ritorno indietro del nostro Paese di trenta anni, con una profonda recessione e il rischio di perdita di due milioni di posti di lavoro come stimato dall’Istat nella sua relazione pubblicata la scorsa settimana”.

Quali sono i settori più esposti alla crisi?

“Tra i settori manifatturieri maggiormente colpiti dalla pandemia ci sono la siderurgia, l’automotive, aereo ed elettrodomestico. Riguardo la siderurgia la vertenza simbolica è quella di ArcelorMittal ma ci sono altre situazioni in difficoltà come l’Ast di Terni, Jsw di Piombino, la Ferriera di Servola a Trieste e l’ex Alcoa nel Sulcis. Il 9 giugno si è tenuto un incontro in videoconferenza con i ministri Patuanelli, Catalfo e Gualtieri che si è risolto in un nulla di fatto e ha causato in noi una forte insoddisfazione per la mancanza di risposte da parte del Governo dopo la presentazione di un nuovo piano industriale da parte della multinazionale che consideriamo irricevibile”.

In dettaglio, quali sono le sue considerazioni a proposito di ArcelorMittal?

“Il progetto industriale di ArcelorMittal comporterebbe un disastro occupazionale e uno scempio ambientale ed è utile solo per guadagnare tempo, per arrivare a fine anno quando con soli 500 milioni di euro potranno andarsene e lasciarci le macerie. Il Governo ne deve prendere atto e inizi a mettere in campo ogni soluzione a sua disposizione per tutelare tutti i lavoratori, diretti e dell’indotto, e il risanamento ambientale. ArcelorMittal non è un gruppo credibile e non può essergli permesso di annientare la siderurgia italiana.

La multinazionale franco-indiana ha prima stracciato l’accordo sindacale del 6 settembre 2018 che prevede zero esuberi e oltre due miliardi per ambientalizzazione e investimenti impiantistici, poi ha cestinato quello del 4 marzo fatto con il Governo, a suo dire a causa del Coronavirus. In un anno e mezzo la multinazionale ha sempre trovato una scusa per non rispettare gli impegni presi, a cominciare dal luglio scorso con la decisione unilaterale e contro i vincoli dell’accordo del 2018, con la messa in cassa integrazione di circa 1.400 lavoratori che oggi ha esteso la cig a tutti gli 8.200 lavoratori di Taranto”.

Quindi, che cosa suggerirebbe?

“Il Governo deve far pagare tutti i danni fatti in questi due anni dalla multinazionale sia agli impianti, ad oggi fermi e che cadono a pezzi, che nei mancati investimenti ambientali che, senza alcuna ragione, ha sospeso da mesi. È ora di dire basta a posizioni equivoche o accondiscendenti nei confronti di ArcelorMittal che ogni volta alza sempre più l’asticella per farsi pagare per rimanere in Italia, adducendo periodicamente una scusa per non rispettare gli accordi sottoscritti”.

E in generale per l’Italia?

“Per rilanciare il nostro Paese occorrono importanti investimenti in settori produttivi che possano rappresentare il volano per il ritorno alla crescita, l’uscita dalla recessione. Anche attraverso l’utilizzo dei fondi europei, si devono mettere in campo strumenti non solo di tipo assistenziale ma anche produttivi, che diano impulso all’industria, che tutelino l’occupazione e facciano ripartire i consumi”.

Accennava prima a siderurgia e automotive

“La siderurgia in Italia vale 40 miliardi di fatturato, dà occupazione a oltre 70mila lavoratori tra diretti e indiretti, e rappresenta un settore strategico e imprescindibile per la manifattura italiana, primo anello di tante filiere produttive, dall’automotive agli elettrodomestici, passando per il rotabile ferroviario e tanti altri.  Un settore da cui dipende gran parte della manifattura italiana e decine di migliaia di posti di lavoro.

Il settore auto sta avendo effetti devastanti a causa del Covid-19, con un quasi azzeramento delle vendite nel mese di aprile, quando si sono registrate
poco più di 4mila immatricolazioni, mentre nello stesso periodo del 2019 ce ne furono 179mila. L’automotive in Italia occupa 1,2 milioni di lavoratori e rappresenta il 10% Pil nazionale. Fca ha 55mila dipendenti diretti e 400 mila lavoratori dell’indotto, con il 40% delle aziende della componentistica in Italia che lavorano per la multinazionale italo-americana. Nel 2020 si stimano 500mila immatricolazioni in meno rispetto al 2019. Questi dati danno il senso dell’importanza della garanzia statale sul prestito a Fca e della inqualificabile strumentalizzazione politica e mediatica che ne è stata fatta.

Altri comparti industriali cui dedicare particolare attenzione?

“Gli elettrodomestici sono un comparto industriale molto importante per il nostro Paese, in cui lavorano circa 130 mila persone, tra diretti e indiretti. Un settore che sta subendo i colpi della pandemia, anche se in maniera minore rispetto alla siderurgia e all’automotive. La situazione della Whirlpool di Napoli desta molta preoccupazione, sia per la data di chiusura prevista per il prossimo 31 ottobre che per la conferma da parte dell’Ad Emea Morel del voler fermare la produzione nel sito campano.

Domenica 31 maggio abbiamo preso parte all’iniziativa, andata oltre ogni aspettativa, organizzata dalle Rsu di Napoli di Whirlpool. Hanno organizzato un dibattito che ha coinvolto decine di relatori, responsabili politici della città di Napoli e Regione Campania, lavoratori, lo scrittore Saviano, il vescovo di Napoli Sepe, Don Ciotti, i segretari provinciali di Fim Fiom Uilm, i segretari regionali e generali di di Cgil Cisl e Uil. E’ stato un dibattito molto importante e soprattutto un’iniezione di fiducia. L’evento si è concluso con la sollecitazione di un nuovo incontro per richiedere di ritirare la decisione di chiudere entro il mese di ottobre il sito di Napoli. Continueremo a lottare con tutta la nostra determinazione per evitare chiusure, perdita di posti di lavoro”.

Da tempo si parla del settore aereo

“Sì, il settore aereo ha subìto un forte calo dovuto al blocco del traffico e degli spostamenti. Airbus e Boeing, tra i maggiori produttori mondiali, hanno dichiarato una diminuzione della domanda di nuovi apparecchi tra il 40% e il 60% nei prossimi cinque anni, con il ritorno ai livelli pre-Coronavirus non prima del 2023. Boeing ha dichiarato di aver perso 900 milioni nel primo trimestre 2020, con la conseguenza di 16 mila esuberi entro il 2020, ovvero il 10% del totale dei dipendenti. Airbus ha dichiarato di aver perso 480 milioni nel primo trimestre 2020 e ha ridotto di un terzo la produzione, oltre a comunicare il ricorso alla cig per circa 20mila lavoratori. Prima della pandemia il fabbisogno di apparecchi era stimato intorno a 8 mila nuovi aeromobili fino al 2024. Dopo la crisi, non arriverà a 5 mila, nello scenario più ottimistico, e a 3 mila nel peggiore dei casi”.

Come concluderebbe questa intervista?

“Per non far deflagare una bomba sociale ed economica si deve passare dalle parole ai fatti. Il Governo intervenga tempestivamente, prima che sia troppo tardi, in tutti i settori industriali che rappresentano il cuore produttivo ed economico del nostro Paese, attraverso l’utilizzo di tecnologie ecosostenibili, salvaguardando prioritariamente ogni posto di lavoro, diretto e indiretto. Solamente così il Paese potrà risollevarsi unitariamente e senza nessun rischio della tenuta sociale”.

Passiamo ora ad approfondire il tema dell’Europa con un’intervista ad Alessia Potecchi

Riassumiamo la situazione

Un piano da 750 miliardi con una durata temporanea fino al 2022 basato sul bilancio UE 2021-2027 da 1.100 miliardi che dovrà concentrarsi nelle iniziative e nei progetti per rendere l'UE più verde, più digitale e con più investimenti per lo sviluppo.

Il progetto Next Generation EU sarà finanziato attraverso l'emissione di bond da parte della Commissione e prevede 500 miliardi destinati a fondo perduto da vincolare a progetti concordati con Bruxelles destinati ai paesi maggiormente colpiti dal virus e 250 miliardi di prestiti a lungo termine.

All'Italia andranno 172,7 miliardi: il nostro Paese sarà il maggior beneficiario seguito dalla Spagna e dalla Francia. Il piano tiene anche conto delle esigenze dei paesi cosiddetti "frugali". Si tratta di una svolta storica, nella fattispecie per la prima volta in 60 anni l'esecutivo comunitario verrebbe chiamato a indebitarsi sui mercati finanziari per un totale di 750 miliardi. I fondi serviranno ad un rilancio dell'economia ma anche ad un suo ammodernamento.

Intervista ad Alessia Potecchi, Responsabile Dipartimento Banche, Fisco e Finanza del Pd Metropolitano di Milano

Come si sta muovendo l’Europa nei nostri confronti?

potecchiAlessia Potecchi

“In Europa siamo davanti ad una svolta. E' arrivata la proposta della Commissione europea: dopo diversi dibattiti e rinvii, c’è un piano per affrontare l'emergenza sociale ed economica causata dalla pandemia. Ora si passa al negoziato che non sarà comunque semplice, ma la Presidente Ursula Von Der Leyen ha esortato i 27 Paesi a convergere sul progetto e a mettere da parte dubbi e personalismi. La Merkel ha ricordato che “l’Europa non è Europa se non ci si sostiene l’un l’altro nel momento di una emergenza di cui nessuno ha colpa” E ha aggiunto: “Dobbiamo mettere insieme anche le modalità di spesa e di tassazione. Ciò significa due cose: la prima, che i soldi dell’Europa non vanno sprecati ma utilizzati per favorire lo sviluppo; la seconda, che finalmente ci si sta incamminando sulla strada di una politica fiscale comune”.

Cara Alessia, non trovi comunque preoccupante la nostra situazione?

“Sì, lo scenario che ha prospettato il Governatore della Banca d’Italia proprio recentemente, confermato dai dati ISTAT, è preoccupante: il PIL nel prossimo anno può cadere tra il 10% e il 13%, c’è il rischio di un aumento dei disoccupati di 1 milione di lavoratori e non dimentichiamo che abbiamo il 50% di lavoratori in cassa integrazione. Le diseguaglianze sono notevolmente aumentate e aumentano i poveri”.

Che cosa proponi di fare?

“Dobbiamo spendere bene queste risorse che sono state individuate a livello nazionale ed europeo. Dobbiamo agire di concerto, politici, imprenditori, rappresentanze sociali, media. Dobbiamo uscire dalla miopia del brevissimo termine per adottare una visione di lungo periodo, non c’è una torta da spartire ma una politica di investimenti come occasione per l’Italia per riprendere il cammino dello sviluppo che è stato allentato da un quarto di secolo di ristagno economico, ci vogliono investimenti nell’economia digitale, nella transizione energetica, nella ricerca, nella formazione, nel rafforzamento delle imprese, nella riduzione delle diseguaglianze, nella valorizzazione del lavoro in particolare:

  • Rafforzare la digitalizzazione a partire dalla Pubblica Amministrazione e dai servizi (non dimentichiamo che siamo in Europa 19° nello sviluppo delle connessioni digitali)
  • Investire nel sapere a partire dalle scuole rendendole sicure e adeguate tecnologicamente (siamo penultimi in Europa per numero di giovani laureati e siamo i primi in Europa per il numero di giovani che non studiano e non lavorano; ahimè in passato abbiamo tagliato le risorse per la scuola e per la sanità)
  • Mobilitare risorse nella ricerca, investiamo nelle università la metà della media europeaPuntare all’innovazione, triplicando gli investimenti e aprendoci all’apporto di capitali esterni.Investire notevolmente sulla cultura, sull’ambiente, sul territorio, sul folklore, sui beni culturali
  • Occorre una seria e vera lotta all’evasione fiscale, l’evaso secondo la denuncia dell’Agenzia delle Entrate è di 950 miliardi di cui però addirittura 800 sono inesigibili, è uno scandalo che deve terminare, il fisco deve essere efficiente ed equo, la burocrazia deve essere amica e non nemica di chi lavora e di chi produce.
  • Occorre anche una seria riforma del fisco, è dal 1972 che ciò non avviene se non in maniera improvvisata e contradditoria. Il fisco deve essere progressivo e semplificato. Oggi con una curva IRPEF da zero a 43% che a 50 mila euro già raggiunge il 31% è evidente che l’IRPEF è iperprogressiva nel passaggio tra redditi bassi e redditi medi e ipoprogressiva nel passaggio tra redditi medi e redditi alti.
  • Va rivisto l'impianto delle deduzioni e delle detrazioni che è ormai obsoleto. 
  • Va individuato anche uno spazio per l’abbattimento fiscale per la famiglia e per i pensionati
  • Dobbiamo avere attenzione per le donne e per la loro situazione lavorativa, in questa situazione di emergenza sono quelle che ne hanno risentito e ne risentiranno di più nei prossimi mesi, dobbiamo lavorare per garantire loro occupazione e qualità del lavoro senza dimenticare che i Paesi dove le donne lavorano di più sono quelli dove il PIL aumenta.

Qualche risorsa però è già stata allocata per alcuni di questi temi

“C’è da considerare che solo una parte minima delle risorse che abbiamo è investita nel debito pubblico, solo il 4% dei titoli di stato è nel portafoglio delle famiglie, occorre spostare parte di questo risparmio all’acquisto di titoli cosiddetti sociali. Dobbiamo convincere gli innumerevoli fondi integrativi salute, previdenza ecc… ad investire anche in Italia in titoli del debito pubblico italiano e non come purtroppo avviene oggi in titoli speculativi all’estero. Si potrebbe anche esaminare la possibilità di investire in parte in titoli di stato il TFR che ha un valore di circa 26 miliardi ogni anno, insomma va benissimo l’intervento dell’Europa ma dobbiamo anche cercare di utilizzare al meglio le nostre tante risorse”.

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