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Il Governo deve avere un piano, una strategia. Il parere di Alessia Potecchi

La crisi endemica che non vuole finire ha rimesso in discussione le scelte di politica economica e sociale. Ottobre doveva essere il mese nel quale dopo la fase delle manovre per affrontare le emergenze, si passava alle riforme utilizzando i fondi predisposti dall’Unione Europea con la New Generation UE: così però non è avvenuto. Intevistiamo su questi argomenti Alessia Potecchi, Responsabile Dipartimento Banche, Fisco e Finanza del Pd Metropolitano di Milano

Intervista ad Alessia Potecchi

Cara Alessia, che cosa resta da fare in questa situazione d’emergenza sempre peggiore?

“La tanto temuta seconda ondata è arrivata, e, come dicevi, appare peggiore della prima. Occorre ora non recriminare e, consapevoli degli errori commessi, operare alcune scelte. Il Governo non deve annaspare inseguendo il virus Covid 19 che corre a forte velocità. Non può nemmeno ondeggiare tra lo spirito di solidarietà e la ricorrente tentazione efficientistica. L’emergenza salute va affrontata con energia con una visione strategica. Le misure più o meno restrittive messe in campo (il DPCM del 3 novembre 2020 consta di 25 pagine e ne ha allegate altre 323) al di là della loro complessità burocratica servono solo a frenarne la rapidità di diffusione, ma non sono idonee a bloccarlo. Dobbiamo evitare di rimanere impantanati nella politica dei sussidi, delle manovre, dei rimborsi: non dobbiamo cercare di non scontentare nessuno finendo poi per confondere tutti”.

Che cosa proporresti fin da subito?

“Il Governo deve avere un piano, una strategia, un programma. Occorre passare dai monologhi al dialogo; occorre un confronto vero con le opposizioni, occorre valorizzare il confronto con le forze intermedie (sindacati, associazioni imprenditoriali, ordini professionali, associazioni dell’artigianato e della cooperazione, ecc…). Occorre anche un rapporto costruttivo tra le istituzioni in particolare con la Conferenza Stato Regioni evitando lo scarica barile delle responsabilità.

“Urgente è l’utilizzo delle risorse del MES. Occorrono quelle risorse. Si è perso troppo tempo. La seconda ondata del virus ha trovato il nostro sistema sanitario impreparato in condizioni più precarie di quelle di marzo. Mancano medici, mancano infermieri, mancano letti per le terapie intensive. Non sono state nemmeno utilizzate le poche risorse, qualche miliardo, che erano state previste con i primi decreti di marzo e di aprile. Il Governo non può continuare a rinviare alle calende greche le decisioni per prendere i fondi resi disponibili del MES.”

In termini di welfare che cosa si potrebbe fare?

 “E’ in arrivo il 5 G e la rete a banda larga, sarà così possibile l’acquisizione di dati sensibili corposi e rilevanti che permetteranno di realizzare il progetto del “Fascicolo Sanitario Obbligatorio” in una autonoma infrastruttura, pietra angolare di un welfare efficiente in grado di modernizzare il paese e di dimostrare che pubblico non equivale a burocrazia. Il Ministero della Sanità diventerà la cabina di regia per realizzare efficacemente iniziative di contrasto alla pandemia”.

Ma possono bastare questi semplici passi?

“No, certo: nello stesso tempo si deve individuare la strategia per passare rapidamente alla fase delle riforme. L’Unione Europea ha finalmente effettuato la svolta sociale. Ha abbandonato la strada dell’austerità. Ha compreso il malessere crescente dei cittadini europei. Ricordiamoci che le crisi economiche e sociali sono sempre occasioni per il cambiamento. Nel 2008 la crisi ha portato ad una stabilizzazione che ha visto purtroppo l’esaltazione del modello neo liberista. Sono venute meno le reti di solidarietà e di coesione; la società è divenuta più fragile; la globalizzazione e la finanziarizzazione hanno aumentato le diseguaglianze; hanno sottomesso all’economia le persone, hanno determinato l’esplodere dell’individualismo”.

L’Europa sta facendo qualcosa di concreto?

"Ora che i nodi sono giunti al pettine, l’Unione Europea ha finalmente capito che l’uscita dall’attuale crisi endemica è una crescita che deve orientarsi a dare risposte ai bisogni umani collettivi. Si deve riorganizzare una presenza pubblica nell’economia; i grandi beni comuni (l’ambiente, la salute, l’eguaglianza, il lavoro) devono essere considerati non delle spese ma dei fattori trainanti dell’economia.

L’Unione Europea con il Recovery Fund ha fatto un salto di qualità ritornando sulla strada dell’integrazione politica. Ha deciso di creare un fondo con la creazione di un debito comune europeo, una scelta, potremmo azzardare di dirlo, di sovranismo europeo. E’ una vera svolta Keynesiana. Papa Francesco ha scritto nella sua ultima enciclica: ”Siamo di fronte ad un cambiamento d’epoca, non siamo semplicemente ad un’epoca di cambiamento”.

Mi sembra di capire che il termine “cambiamento” stia assumendo una valenza sempre più precisa

“Il cambiamento è inevitabile, occorre la capacità di governare la transizione verso un modello nuovo. Nella transizione la politica dei sussidi è inizialmente essenziale, perché è necessario garantire la tenuta sociale. Ma i sussidi non possono essere la soluzione. I sussidi servono ad aver il tempo necessario per usare la transizione per realizzare il cambiamento. L’Unione Europea ha previsto per l’Italia tra prestiti e contributi a fondo perduto 209 miliardi. Occorre un modello forte, credibile, volto al futuro, che coinvolga le forze sociali ed economiche. Un modello che non ci riporti dove eravamo, ma ci porti sensibilmente più avanti. E’ tempo di progetti forti, di scelte strategiche nette; è tempo di una politica che sappia incarnare questi principi al di fuori di riti e liturgie ormai consumate dal tempo e praticate con conformismi di piccolo cabotaggio. Insomma ci si deve muovere in modo innovativo con una grande attenzione alla società civile, all’insegna del nuovo vero e non del nuovismo”.

Come possiamo concludere questa intervista?

“Occorre guardare alla sostanza delle cose piuttosto che all’effimero, il nuovo è oggi, dopo l’ubriacatura del mercato e della globalizzazione, in una presenza più forte dello Stato nell’economia”.     

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