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Imprese e Professioni
Riforme fiscali. Quali priorità considerare per evitare il "dumping sociale"

In una recente conferenza tenuta dalla Cgia, Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre, si sottolineava che il nostro Pil, come del resto quello di molti altri Paesi dell’Ue, include anche gli effetti dell’economia non osservata. Questo patrimonio che si riferisce alle attività irregolari ha dimensioni importanti, non dà alcun contributo all’incremento delle entrate fiscali e anzi dovrebbe per prima cosa essere recuperato in una sana politica di contrasto all'evasione.

Inoltre, se consideriamo che la pressione fiscale si calcola attraverso il rapporto tra le entrate fiscali e il Pil, se dalla ricchezza prodotta scorporiamo la componente riconducibile all’economia 'in nero', il peso del fisco in capo ai contribuenti onesti sale inevitabilmente, consegnandoci un carico fiscale reale molto superiore a quello ufficiale.

Ma l’argomento “riforme fiscali” spazia in un campo molto più vasto. La globalizzazione, la finanziarizzazione del mercato, la concorrenza, l’evoluzione tecnologica, la diffusione degli algoritmi dell’intelligenza artificiale hanno reso obsoleta la tradizionale politica economica e fiscale. Una volta era lo Stato che decideva come e quando tassare; oggi sono sempre di più le imprese e le società che decidono dove farsi tassare. Le conseguenze sono terribili sul welfare e sul lavoro.

Chiediamo ad Alessia Potecchi, Responsabile Dipartimento Banche, Fisco e Finanza del Pd Metropolitano di Milano, che cosa pensa di queste contraddizioni in materia fiscale.

potecchi
Alessia Potecchi

“Il populismo e il sovranismo sono l’espressione di questo cambiamento; sono il sintomo, il termometro, del malessere; non sono però in grado di curare e guarire la malattia. Occorre una politica, capace di interpretare il cambiamento e di trovare adeguate efficaci nuove soluzioni.

L’Unione Europea non va rimessa in discussione, va completata. L’euro richiede una gestione e una direzione politica. Va aggredito il dumping sociale. Nell’Unione Europea vi sono diversi Paesi dove vengono sistematicamente violati i diritti dei lavoratori, le condizioni salariali, le norme contrattuali, le garanzie ambientali, la tutela dei minori e delle donne, le disposizioni sulla sicurezza. È questo il motivo di una emigrazione di migliaia di imprese italiane in quei Paesi con conseguenze sempre più pesanti sull’occupazione dei giovani.”.

La Cgia di Mestre sostiene ancora che se negli ultimi anni la pressione fiscale ha conosciuto una leggera diminuzione, non è da escludere che nel 2019 torni a salire. Non tanto perché il prelievo complessivo è destinato ad aumentare, ma perché la crescita del Pil sarà molto bassa e nettamente inferiore alla variazione registrata l’anno scorso. Che cosa ne pensa?

“Ai motivi esposti prima si aggiunge un dumping fiscale che trasforma alcuni Paesi (Olanda, Irlanda, Austria, Lussemburgo, etc) in paradisi fiscali e societari. Molte grandi imprese (Fca, già Fiat, Ferrero, etc) si trasferiscono in quei Paesi verso i quali si indirizza anche l’emigrazione di decine di migliaia di giovani laureati italiani che trovano condizioni retributive e professionali più convenienti”.

Nell’ottica di aggredire il “dumping sociale”, quali potrebbero essere i provvedimenti da prendere al più presto?

“La nuova Commissione Europea deve fare delle riforme in quella direzione. Il governo italiano deve essere capace di realizzare una politica di grande respiro. In particolare in questo scenario occorre finalmente attuare coerenti scelte di politica economica aggredendo i punti di crisi. L’Italia ha un sistema legislativo vetusto costruito con una visione industrialista. Non è più così. L’Italia è cambiata. Ci sono meno fabbriche e più servizi. Ci sono meno operai e meno braccianti; ci sono meno catene di montaggio; non c’è più l’operaio massa, le grandi fabbriche sono in gran parte scomparse; ci sono meno giovani e ci sono molti anziani; l’emigrazione in Italia è aumentata”.

Che cosa sarebbe necessario?

“Ecco cosa è necessario: meno leggi; grande semplicità; innovazione diffusa; utilizzo e generalizzazione delle tecnologie; accesso alle banche dati. È fondamentale il preventivo confronto con le organizzazioni intermedie. Va rispettato e valorizzato lo Statuto del Contribuente. È necessario il rafforzamento delle organizzazioni a tutela dei consumatori con l’attuazione vera della class action”.

Insomma, ci vuole una politica fiscale nuova

“Sì, una politica fiscale nuova, intelligente, finalizzata per favorire lo sviluppo. La riduzione del carico fiscale è certo un imperativo categorico. Va realizzato in maniera chiara. Non serve a niente una riduzione a pioggia. Le risorse disponibili sono limitate. Vanno utilizzate per incentivare lo sviluppo, il lavoro; devono mettere in moto un meccanismo virtuoso che consenta di creare ricchezza per poi utilizzarla per il lavoro, per il welfare, per lo sviluppo”

Ma anche la Lega si sta muovendo in questa direzione

“Le proposte di cui parla la Lega possono nell’immediato procurare qualche voto in più, ma nel medio e lungo periodo si rivelano effimere. Occorre prima di tutto correggere la tendenza che c’è in Italia di pagare per non lavorare: i prepensionamenti, la cassa integrazione, il reddito di cittadinanza e via dicendo sono misure che non aumentano l’occupazione. Possono essere necessarie in presenza di crisi drammatiche; non debbono diventare la regola perché finiscono per dilatare, oltre ogni misura l’assistenza. Sarebbe interessante vedere come ridurre il peso fiscale sui lavoratori evitando quel meccanismo diabolico del fiscal drag per cui gli aumenti contrattuali erogati dalle imprese vengono in modo crescente mangiati dal fisco”.

Come reagiscono le imprese italiane?

“Le imprese italiane sono penalizzate, per rimanere competitive devono emigrare all’estero. Si potrebbe scegliere di avere aumenti salariali al lordo meno consistenti, con una tassazione più favorevole per i lavoratori. Non si tratterebbe di un aiuto di Stato ma di una norma che, senza danneggiare i lavoratori, permetterebbe alle imprese di avere una riduzione vera del costo del lavoro. La politica fiscale è materia complessa che richiede interventi mirati capaci di essere coerenti con una politica di sviluppo economico e di crescita del lavoro”.

A quando una seria politica di recupero dell’evasione fiscale?

“Qualche idea nuova ci vuole anche nell’azione di contrasto all’evasione fiscale. È vero, l’evasione fiscale è enorme, cresce, dilaga. È un giacimento immenso. La denuncia si accompagna paradossalmente con la politica delle rottamazioni e con il ricorso a condoni mascherati, con il lassismo dei controlli e delle verifiche fiscali. Occorre invece una ritrovata efficienza della Guardia di Finanza e dell’amministrazione finanziaria. I controlli vanno fatti lì dove c’è la polpa. Non si riesce a capire perché il fisco sia distratto, sia silente, sia ossequioso con le grandi multinazionali della globalizzazione (Google, Facebook, Apple, etc.). Realizzano profitti immensi con un carico fiscale irrisorio. Vanno riviste le deduzioni e le detrazioni; va semplificato il sistema dell’IVA; va ridotta in modo energico la crescita delle addizionali comunali e regionali che distorce i principi della progressività delle imposte”.

Insomma pare proprio il momento di varare una vera riforma fiscale che non ostacoli lo sviluppo e non aumenti la diseguaglianza.

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