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In punta di gesso
Il banco vuoto

C'è poco da fare. La scuola richiede l'essere "in presenza". 

I banchi, la cattedra, il disordine nel sottobanco, la puzza di piedi nelle classi dove si affollano diciassettenni, l'invocazione della campanella per scampare la revisione o l'interrogazione, lo "scoppio" degli involucri di merendine, il "lascia il cellulare!" e il "la finite?!"...

Sicuramente queste settimane ci vedono in uno dei picchi più intensi di questa pandemia, travolti nelle nostre esistenze dal dover fare i conti nella quotidianità con un'emergenza sanitaria ormai corrente da due anni.

Soltanto che - considerando proprio gli ultimi due anni - non dovrebbe essere più un'emergenza. Anzi: nonostante la straordinarietà delle misure di sicurezza da mettere in campo dovremmo gestirle ormai come ordinaria amministrazione.

Invece siamo ancora a dover fare i conti con la DaD. Con Antonio che abita nelle campagne e divide la connessione con due fratelli, riuscendo a collegarsi a malapena; con Francesca che dietro al monitor riesce a capire poco, a causa dei suoi DSA; con Luca, "casinista" impunito, che soltanto in classe - con qualcuno che lo pizzica e mozzica - riesce a stare al passo con i suoi compagni.

Ora quel banco resta vuoto. E io comprendo il perché. Non si può scherzare con la salute delle persone, soprattutto delle ragazze e dei ragazzi, né con le loro paure. La Scuola (quella con la "S" maiuscola) deve garantire a tutti il diritto di sonnecchiare tra i banchi, di andare e venire dalla cattedra, di mettere disordine nel sottobanco, di tapparsi il naso per la puzza di piedi nelle classi dove si affollano diciassettenni, di invocare come pii fedeli la campanella per scampare la revisione o l'interrogazione, di "scoppiare" gli involucri di merendine, di sentirsi urlare "lascia il cellulare!" e "la finite?!"...

Perché siamo tutti coraggiosi... sì: ma soltanto con le paure degli altri.

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