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Il Covid-19 e i negoziati su Brexit

Tra i tanti effetti negativi dell'emergenza Coronavirus vanno annoverate le difficoltà nelle negoziazioni relative al divorzio del Regno Unito dalla UE ed in particolare alle relazioni tra le parti in seguito al periodo di transizione che avrà termine il 31 gennaio di quest'anno.

A causa del Covid-19 ci sono state solo tre tornate negoziali invece delle previste cinque, e questo non ha permesso di trovare un’intesa tra i negoziatori britannici e quelli dell'UE su temi cruciali quali la cooperazione sulla sicurezza, la parità di condizioni su concorrenza e aiuti di Stato, i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e il settore della pesca.
Le posizioni sono sostanzialmente diverse perché si fondano su presupposti strategici diversi.

Il Regno Unito è favorevole ad un accordo di libero scambio sulla falsariga del Ceta, l’accordo che l’Ue ha stipulato con il Canada. Un accordo globale che non si limita a regolare le questioni meramente commerciali ma tocca molti altri temi, tra cui l’apertura del mercato dei servizi finanziari, il reciproco riconoscimento delle qualificazioni professionali, la partecipazione alle gare di appalto pubbliche, la concorrenza, i diritti dei lavoratori, l’ambiente. Ma a differenza di quanto accade con il Ceta, Downing Street chiede che queste questioni vengano regolate senza giungere ad un’integrazione normativa troppo stringente. L’obiettivo del governo di Sua Maestà è infatti quello di garantire al Regno Unito la più ampia flessibilità sulle proprie regole interne e la piena capacità di negoziare liberamente accordi di libero scambio con Paesi terzi come Usa, Giappone, Australia e Nuova Zelanda.

Al contrario l’Ue richiede, come condizione per l’eliminazione delle tariffe e delle quote negli scambi commerciali, che si definisca un insieme di regole comuni molto stringenti nei principali settori oggetto di negoziazione. L'obiettivo di Bruxelles è quello, attraverso una integrazione normativa molto elevata, di evitare che Londra, non più vincolata alle regole comunitarie, acquisisca un vantaggio competitivo nell’attrarre investimenti e partners commerciali.

Al momento, anche tenuti in conto i mancati progressi nei negoziati, la prospettiva di raggiungere un accordo entro pochi mesi appare sempre più difficile da realizzarsi. D'altronde in queste settimane l’attenzione della Gran Bretagna e dei 27 membri Ue è evidentemente focalizzata sulla gestione dell’epidemia, sia nei suoi aspetti sanitari che nella gestione della correlata crisi economica, ben prima che sulla prosecuzione dei negoziati.
Pertanto nelle prossime settimane Londra e Bruxelles si troveranno a dover scegliere tra un probabile “no deal” oppure un’estensione del periodo di transizione. Questa decisione andrà presa entro il 30 giugno di quest’anno, data che secondo quanto previsto dal Withdrawal Agreement rappresenta il termine entro il quale il Regno Unito può richiedere un’estensione del periodo di transizione. È possibile un solo rinvio e per una durata massima di due anni.

Se da una parte Boris Johnson esclude un rinvio, insistendo sul fatto che la Gran Bretagna lascerà l’Unione europea definitivamente e per sempre il primo gennaio del prossimo anno, che ci sia un accordo o meno, sta comunque cambiando la prospettiva relativa alla strategia di uscita del Regno Unito.
Sin dall'inizio la strategia di Downing Street è stata quella di mettere in conto un costo economico sul breve termine in cambio di maggiori benefici sul lungo termine grazie ad una maggiore libertà nella definizione delle proprie regole interne e per effetto di intese commerciali con gli Usa e altri Paesi terzi.
Perseguendo in questo modo la strategia "Global Britain" per fare di Londra la Singapore dell’Atlantico.

L'epidemia ha messo in discussione questa strategia. È difficile pensare in così breve tempo di negoziare un accordo commerciale bilaterale in piena gestione dell’emergenza, seppure i negoziati con Paesi quali gli Usa o il Giappone stiano proseguendo.

E intanto sia l’economia britannica che quella europea si mostrano in forte affanno per effetto della crisi economica legata alla gestione dell’epidemia da coronavirus.

Sul versante britannico della Manica è previsto, secondo l’Office for Budget Responsibility (OBR), un calo del Pil del 13% nel 2020 con un possibile indebitamento nell’anno fiscale 2020-21 che rischia di raggiungere i 298 miliardi di sterline, il maggior deficit di bilancio nella storia della Gran Bretagna dalla Seconda Guerra Mondiale. La situazione non è migliore per l’UE, ove le stime della Commissione prevedono per il 2020 un calo del Pil del 7.4%, marcatamente superiore a quello della crisi finanziaria, accompagnato da un deficit medio che si attesta sull’8.3%.

In questo contesto l’esito dei negoziati su Brexit sembra legato all’evolversi della gestione dell’emergenza Covid-19. Se dovesse protrarsi a lungo il tempo verso l'avvio di una fase 3 di ritorno alla normalità, o se addirittura dovesse esserci una recrudescenza tale da far ripensare ad un ritorno al lockdown, allora non si potrà del tutto escludere che si possa addivenire ad un allungamento del periodo di transizione, seppure prevedibilmente per un periodo inferiore al termine massimo di due anni.
Anche se al momento la soluzione più probabile resta quella di uno scenario “no deal”, con le relazioni commerciali tra Regno Unito e UE da realizzarsi secondo le regole del WTO, scenario per il quale entrambe le parti si stanno preparando.

Da queste riflessioni ha avuto avvio un dibattito online con autorevoli rappresentanti della Business Community e delle Istituzioni della City Londinese, finalizzato ad analizzare lo stato delle relazioni bilaterali tra Italia e Regno Unito. A questo dibattito hanno partecipato, oltre all’autore di questa analisi, anche Mark Wheatley, consigliere della City of London e amministratore di una società di consulenza della City, Maurizio Bragagni, presidente dei British Italian Conservatives di Londra e CEO di Tratos Ltd, David Beer, consulente con una lunga carriera in Shell International, Flavio Menghini, fellow di The Smart Institute e esperto di commercio internazionale e Pasquale Merella, presidente di The Smart Institute e Chief Risk Officer presso Green Arrow Capital SGR. 

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