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L'impasse israeliana

Benjamin Netanyahu, il più longevo premier di Israele, si trova oggi a vivere la fase più difficile della sua lunga carriera politica a seguito del rinvio a giudizio (ampiamente previsto) deciso dal Procuratore Generale dello Stato, Avichai Mandelblit.

Netanyahu è accusato in tre separati casi, di abuso di fiducia e corruzione, per avere ricevuto costosi regali da amici facoltosi e per presunte richieste di una copertura di stampa a lui più favorevole rivolte a due editori. Reati risibili per lo standard disincantato di qualsiasi adepto della Realpolitik e a proposito delle quali la sulfurea Caroline Glick ha scritto su Israel Hayom: “La nozione che una copertura di stampa favorevole possa essere considerata corruzione non esiste da nessuna parte nel mondo democratico. Nessun pubblico ministero al mondo ha mai accusato - o indagato - un politico o un gruppo mediatico per corruzione a seguito di una copertura di stampa favorevole”.

La reazione di Netanyahu al suo rinvio a giudizio è stata quella abituale; si tratterebbe di una manovra politica atta a detronizzarlo per via giudiziaria. Indubbiamente Netanyahu è innocente fino a prova contraria, tuttavia, la sua posizione politica si è fatta assai più fragile soprattutto in rapporto alla situazione politica attuale in Israele.

Dopo una vittoria netta ma di misura alle elezioni del 9 aprile scorso, Netanyahu non è stato in grado di formare una maggioranza a causa dell’indisponibilità del suo ex ministro della Difesa, Avigdor Lieberman. Israele è dunque dovuto ritornare al voto il 17 settembre, ma, anche in questa circostanza, nonostante un lieve vantaggio del suo avversario politico, Benny Gantz a capo della coalizione Bianca e Blu, non è stato possibile formare un nuovo governo.

Al primo giro di consultazioni Netanyahu ha dovuto gettare la spugna, e così subito dopo Benny Gantz. Il governo di unità nazionale auspicato da Lieberman con un eventuale premierato a rotazione tra Netanyahu e Gantz, non ha visto la luce.

Ora, si apre una finestra di 21 giorni alla possibilità che si possa formare un governo saldo in grado di guidare il paese, sempre che vi sia un candidato sul quale convergano i voti della maggioranza dei membri della Knesset.

Nel Likud, il partito governato con piglio cesarista da Netanyahu nell’ultimo decennio, iniziano a mostrarsi le prime crepe.

Gideon Sa’ar, già ministro dell’Educazione e dell’Interno del Likud dal 2009 al 2014, ha fatto esplicita richiesta che vengano convocate le primarie in modo da verificare se nel partito, Netanyahu goda ancora della fiducia da parte della maggioranza dei parlamentari. In questo caso, Sa’ar stesso, da tempo considerato uno dei possibili successori di Netanyahu alla guida del partito, si candiderebbe.

Eventuali primarie (le ultime nel Likud si sono avute nel 2002 quando Ariel Sharon ebbe la meglio su Netanyahu), sono oggettivamente un rischio per Netanyahu, poiché se finora è riuscito a mantenere compatto il partito intorno alla sua persona, ora, con il rinvio a giudizio confermato, la possibilità che una fronda interna gli voti contro si fa decisamente più concreta.

Inevitabilmente, se non vi saranno cambiamenti di scena drastici - e questo vorrebbe dire unicamente il decadere di Netanyahu alla presidenza del Likud o l’impossibilità legale di potersi candidare di nuovo premier dopo il rinvio a giudizio -Israele si avvierà alle terze elezioni nel giro di un solo anno.

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