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Jungle Guide, sul sentiero dei mercati
Anche se l'inflazione cresce, è ancora troppo presto per preoccuparsene

I tassi d’interesse e le aspettative sull’inflazione stanno occupando uno spazio sempre più centrale nell’interpretazione del comportamento dei mercati. In due settimane il decennale USA ha visto crescere il proprio rendimento di ben 20 basis points (+0.2%), arrivando a rendere oltre l’1,4%; ma ad un cento punto di giovedì scorso aveva sfiorato quota 1,6%. Movimenti del genere sono molto rari ed è appunto la loro forza ad aver portato volatilità anche sui listini azionari. Sulle pagine economiche dei maggiori quotidiani è tornato ad aleggiare lo spettro dell’inflazione, anche sull’onda del forte rally osservato sulle materie prime industriali, con il rame sui massimi dal 2011 ed il petrolio ad un passo dai 65$ al barile del Brent.

E’ già l’ora di preoccuparsi? Non credo.

Ciò a cui stiamo assistendo è l’inevitabile incertezza che caratterizza tutti i passaggi da uno scenario di riferimento ad uno nuovo. Per anni ci eravamo abituati a cicli espansivi “piatti”, con crescita contenuta e la permanenza di pressioni disinflattive sui prezzi. Quest’anno, grazie alla natura fortemente pro-ciclica delle politiche economiche (fiscali e monetarie, contemporaneamente) mondiali, stiamo andando verso una situazione di crescita superiore alla media, accompagnata da un probabile aumento dei prezzi. E ciò senza che le banche centrali si preoccupino di tenere sotto controllo l’inflazione. Per ora.

Nei portafogli dei fondi d’investimento, accanto ad un deciso sovrappeso sugli attivi rischiosi, è in atto un ripensamento delle posizioni su temi e settori da selezionare: non siamo ancora pronti a mollare i winners del recente passato (tecnologia ed in generale azioni con crescita elevata e ben visibile di fatturato ed utili), ma stiamo facendo sempre più spazio a titoli più esposti al ciclo economico, che finora avevano avuto poco successo, appunto perché le aspettative sulle loro potenzialità di crescita erano modeste. Allo stesso tempo, i settori che maggiormente hanno beneficiato di un panorama di tassi bassi per sostenere le proprie valutazioni (beni di largo consumo ed utilities), stanno entrando in sofferenza: il calo negli indici di questa settimana è stato guidato da alimentari ed utilities, non a caso.

Il rally azionario mondiale sta per compiere un anno: era la terza settimana di marzo, quando gli indici dopo aver toccato il fondo presero a risalire, ed un periodo di crescita tanto robusta e sostenuta ha portato la maggior parte dei gestori azionari ad avere ormai un’esposizione marcatamente sovrapesata nei portafogli. L’ultimo report settimanale sul posizionamento degli investitori di Deutsche Bank mostra come le strategie discrezionali siano sulla parte alta dell’esposizione azionaria: rispetto alla storia degli ultimi dieci e passa anni, solo nel 10% dei casi siamo stati ancora più “lunghi” (esposti) all’azionario. Sono le gestioni quantitative, quelle comandate da algoritmi computerizzati, ad esser più prudenti, a causa appunto del livello strutturalmente più alto della volatilità sui mercati. In queste condizioni, cambiare la composizione dei portafogli senza causare vuoti d’aria sui mercati non è semplice.

Soprattutto se tutti avevamo fin qui gli stessi titoli ed in percentuali molto consistenti; soprattutto se tutti decidiamo di cambiare i portafogli più o meno nello stesso momento. Ormai non c’è nessuno a Wall Street che non sappia come le dieci principali azioni del mercato (Facebook, Amazon, Apple, Google, Netflix, Visa…) rappresentino ormai ben oltre il 25% della capitalizzazione del S&P 500: il che vuol dire che un gestore che voglia fare meglio dell’indice, deve averli in portafoglio per una porzione superiore al loro peso sul mercato.

Da inizio anno il Russell 2000 (l’indice delle società di media e piccola capitalizzazione) guadagna oltre l’11%, mentre il Nasdaq è sostanzialmente piatto (+0.16%). Tesla, il titolo che forse più di tutti ha incarnato il senso del rally azionario del 2020, era arrivata a guadagnare il 25% da inizio anno, mentre alla chiusura di venerdì vede un calo di oltre quattro punti dal 31/12/2020. Ecco la dimensione del ripensamento in atto sul posizionamento degli investitori.

Fortunatamente la direzione della crescita congiunturale continua a puntare verso il miglioramento delle condizioni, e ciò dovrebbe essere più che sufficiente per controbilanciare le preoccupazioni per l’inflazione e la risalita dei rendimenti. Finché le aspettative sono per un miglioramento degli utili attesi, i listini terranno, grazie appunto alla rotazione settoriale che mi aspetto continuerà anche nelle prossime settimane. Non sarà tuttavia un cambiamento indolore e dovremo abituarci ad improvvisi aumenti della volatilità sui mercati, come conseguenza appunto del miglioramento delle prospettive inflazionistiche. Il permanente sostegno delle banche centrali a mantenere un elevato livello di liquidità nel sistema per accompagnare la ripresa economica, dovrebbe costituire un cuscino più che robusto per evitare che gli inevitabili momenti di incertezza si traducano in vere e proprie correzioni e da questo punto di vista, quindi, eventuali cali di borsa sembrano un’opportunità per aumentare l’investito, più che un campanello d’allarme per ridurre l’esposizione.

L’anno borsistico, quindi, continuerà ed essere impostato al rialzo, seppure in maniera più irregolare di quanto in molti si attendessero soltanto poche settimane fa. Questo almeno fino a primavera inoltrata: solo a quel punto si renderà necessario un approfondito esame per valutare quali margini di ulteriore guadagno i mercati potranno avere per la seconda metà dell’anno, alla luce dei nuovi dati su crescita, inflazione e rientro dalla pandemia.

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