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La Colonna infame
Brexit: Londra ha detto basta alla dittatura di Brussels

La Gran Bretagna ha rinunciato, sia pur con un risicato margine di voti, al suo legame economico e politico con l’Ue. Questo risultato referendario porterà molti cambiamenti ‘nulla si crea … tutto si trasforma’, diceva Antoine-Laurent de Lavoisier. Ed è proprio quello che accadrà al Regno Unito che valuterà nel tempo gli effetti strategici, militari e geopolitici, di questa nuova posizione che oggi appare soprattutto economica e commerciale, ma che presto si rivelerà foriera di scelte ben più vaste del semplice computo del dare/avere tra Londra e Bruxelles. Lo spiega ad Affari Giancarlo Elia Valori, manager, economista e professore straordinario alla Peking  University.

Diciamocelo chiaramente. Gli inglesi non hanno mai amato l'Ue, aggiunge Elia Valori. Nel 1975 

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fece forti pressioni per far aderire il Regno Unito all'Europa, ma l'idea della Iron Lady era quella di controllare un’entità potente, come l’Ue, per evitare che si creasse un asse, come è poi avvenuto, tra Francia e Germania per isolare Londra. Anche dal punto di vista commerciale.  In altre parole, la Thatcher entrò nell’Ue come si fa con le imprese potenzialmente pericolose, si compra una quota rilevante per gestirle meglio dall'interno.

All’epoca, c'era ancora la guerra fredda che l'Inghilterra combatteva con grande impegno. Il blocco europeo appariva, alla Thatcher come agli altri statisti europei, un accordo economico che impediva all'Urss di estendere la sua mano finanziaria e militare sulla ‘grande pianura centrale europea’, così definita da Raymond Aron, che il Patto di Varsavia voleva conquistare per arrivare all'Atlantico e chiudere la Gran Bretagna nel suo Mare del Nord perché senza Londra, l’arsenale atomico europeo come quello di Parigi sarebbe caduto nelle mani di Mosca. Nel suo volume del 2003, Statecraft, la Thatcher già ipotizzava l'uscita di Londra dall’Ue per una serie di ragioni: commerciali, di influenza di Londra sul decision making europeo, di valutazione dell'equilibrio euro/sterlina.

Oggi, lo scenario europeo è ben più complesso di quello degli anni '70. Non è vero che l'Unione ha salvato l'Europa dalle guerre fratricide che l'hanno segnata da Napoleone I^ in poi perché la pace nel nostro continente è stata garantita dall'equilibrio militare tra NATO e Patto di Varsavia. La base economica della guerra tra Germania e Francia, dall'Alsazia/Lorena alla Ruhr, era un vecchio concetto strategico già risolto con la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) nel 1951.

Ma fu proprio la Thatcher, dal 1980 in poi, a premere sull’Ue per ‘avere i nostri soldi indietro’ – disse - ritenendo che gli accordi tra Londra e Bruxelles erano inutilmente onerosi per il suo Paese. Nel suo discorso di Bruges del 1988 si espresse chiaramente contro ‘un superstato europeo che esercita il suo nuovo dominio da Bruxelles’.

I britannici sono una nazione che ha bisogno di autonomia di manovra che viceversa l'Ue orienta in direzione velatamente franco/tedesca, a  seconda degli interessi in gioco, potenzialmente avversi a quelli di Londra.

Con Brexit, la Gran Bretagna, che conserva ancora lo ‘spirito di dominanza imperiale di Lawrence d'Arabia, come lo definiva Francesco Cossiga, che pure era molto amico della Thatcher, tenta di giocare alcune carte che, pur nelle nebbie del domani, potrebbero essere potenzialmente valide.

Quali?

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In primis, il rapporto economico con gli States. Quando nel 1976, gli Usa festeggiarono il bicentenario della loro indipendenza (dall'Inghilterra, peraltro) nel porto di New York arrivò un velista britannico che mostrava uno striscione con la scritta ‘tornate a casa ragazzi vi abbiamo perdonato’. La Gran Bretagna crede di essere ancora un ‘impero’, della finanza e della tecnologia, ma sempre un impero. Per tornare ad essere ‘quella che è’  essa ha bisogno di rivitalizzare i suoi rapporti con gli Stati Uniti con i quali, peraltro, ha rapporti di lungo corso: è la seconda economia della sfera anglofona, la sesta economia più grande del mondo, è il suo maggior partner commerciale, è membro del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, è la sede più grande di basi militari americane all'estero e, soprattutto, è l’hub finanziario internazionale che periodicamente salva le banche americane dalle crisi di insolvenza. Il Mutual Defense Agreement è un accordo del 1958 siglato tra loro per i due arsenali nucleari.

Brexit come si pone alla luce di questi equilibri?

Come un successo strategico degli Usa che traccia la fine di quel ‘terzo polo’ tra est e ovest che, talvolta, l’Ue ha sognato di essere. Per gli americani, la moneta unica europea è una minaccia per la loro egemonia finanziaria. L'idea di portare l'euro ad una parità spesso forzosa con il dollaro ha rovinato l'export europeo destinato ad essere veicolato da una moneta troppo alta che restringe i mercati finali.

E che dire delle tante tentazioni generate dall'euro nei mercati mondiali delle materie prime?

Un esempio è l’attacco a Saddam Husseyn perché voleva trattare gran parte dei suoi affari petroliferi in euro. Cosa che, nei momenti di maggiore tensione internazionale, ha fatto l'Iran soprattutto nelle borse di Kish e nelle altre isole del Golfo Persico. Dal punto di vista economico, gli effetti di Brexit aumenteranno la volatilità sterlina/dollaro con uno spread di circa il 15percento rispetto ai valori pre-referendum.

Gli Usa come si comporteranno nell’operazione?

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Non faranno. Obama ha detto che Londra, se abbandonasse l’Ue si troverebbe ‘in fondo alla coda’ e avrebbe lo stesso trattamento e le stesse barriere all'entrata di Paesi come Cina, Brasile o India. Però Barack è in scadenza, e nel caso Trump arrivasse alla presidenza, avrà tutto l'interesse a separare i concorrenti europei e a favorirli contro le pratiche aggressive di Paesi come Cina e India. È probabile che anche la Clinton faccia la medesima scelta. Si tratta di una scommessa sul futuro che l'Inghilterra potrebbe vincere puntando sulla sua grande forza finanziaria. Il commercio bilaterale tra Washington e Londra è rilevante, infatti l'America è il terzo importatore per Londra dopo Germania e Cina, il nord America e la Gran Bretagna sono i maggiori investitori esteri. Inoltre, il TTIP potrebbe fornire un surplus per l'economia inglese di circa 10 miliardi di sterline l'anno.

Cosa succede con il dopo Brexit?

Occorre recuperare il costo della Brexit e ricostruire un nesso strategico e militare con Washington che Londra vede come unico argine a cui aggrapparsi ma con due pericoli strutturali: la debolezza decisionale di Brussel nel quadrante mediorientale e la polemica tedesca che sta montando in questi mesi contro la posizione antirussa dell'Alleanza Atlantica.

Per l'Inghilterra, la Germania è sempre quella della vecchia definizione di lord Lionel Ismay, segretario NATO 1952/57: ‘la nostra è un’alleanza per tenere gli americani dentro, i sovietici fuori e i tedeschi sotto’. Londra non vuole lo scambio strategico ed economico tra Parigi e Berlino, in cui i tedeschi comprano a man bassa titoli di Stato francesi e in cambio hanno diritto ad una ‘protezione allargata’ dal nucleare militare di Parigi.

Londra non vuole nemmeno l’euro che - da ‘marco rivestito’ - penetra nelle zone di maggiore espansione dell'export britannico. E, vista l'inanità strategica dell’Ue, teme per i suoi corridoi da e per il Commonwealth asiatico. La Federazione Russa, con le sue operazioni in Crimea e Ucraina, blocca e deforma la linea diretta tra Londra e Nuova Delhi, e modifica gli equilibri di potenza nell'Asia centrale dove Londra ha ancora forti interessi. Gli inglesi sono andati in Afghanistan con l'operazione Usa Enduring Freedom, dal 2001 ad oggi, non soltanto per ‘fedeltà atlantica’, ma per consentire l’agibilità strategica regionale, essenziale per tenersi il Nord dell'India, i Paesi centrali asiatici, le rotte che partono dal Sud della Cina.

Quali sono stati gli errori dell’Ue?

Una moneta sopravvalutata in competizione con il dollaro, una  politica estera ed economica comunitaria scollegata, l'idea difficile da realizzare di poter controllare contemporaneamente 29 Paesi membri in concorrenza tra loro per i diversi sistemi fiscali e meccanismi di spesa pubblica.

L'Ue potrebbe riformarsi?

Si, se la BCE creasse un mercato unitario di titoli pubblici gestiti (e non calmierati) con l'emissione di un titolo europeo di debito che – peraltro - la Germania non vuole. Se gli Stati membri elaborassero un Piano delle esportazioni a protezione di tutte le merci per evitare pericolose (anche per noi) generalizzazioni. Dalla cioccolata al vino passando dall’idraulico polacco, l'Italia ha perso e pagato nell'export i suoi errori di ‘scarso carattere’  in Europa. L'idraulico polacco, per chiarire, doveva lavorare in Europa applicando le tariffe di Cracovia ignorando che il costo della vita nella cittadina polacca è ben diverso da quello al centro di Monaco di Baviera.

Cos’è stata l’Ue finora?

Liberalismo astratto misto a protezionismo arcaico.

Usciamo tutti dall’Ue?

Facciamo un’Europa delle Nazioni e degli Stati dove si decide in comune solo ciò che è già in comune, come sosteneva Charles de Gaulle, altro euroscettico. Ovvero, la protezione continentale dagli shock asimmetrici, la penetrazione selettiva di nuovi mercati esteri, la liberalizzazione interna di beni e servizi. L'idea di far fare all’Ue il controllore dei bilanci pubblici dei Paesi membri con regole astratte e cogenti, è foriera di eccezioni che inibiscono la norma e porta ad una lotta economica (coperta) dei Paesi ricchi Ue contro quelli poveri. È accaduto in Grecia e potrebbe capitare in Italia e in Spagna. Inoltre, l’Ue ha preteso di fare la politica estera, di sicurezza e di difesa comune,  con l'obbligo di ‘mettere a sua disposizione le capacità civili e militari di ciascun Stato membro’. Ed ha sbagliato!

In accordo con la NATO?

No. E senza una cabina di regia che elaborasse piani ed obiettivi.

E l'Onu?

Non so cosa ci stia a fare.

Insomma, dalla crisi del 2001 in poi, l'Ue ha creduto di essere quella che non era stata pensata di essere. Vladimir Bukovskij, vecchio dissidente antisovietico, non si sbagliava quando – dal retiro inglese - paragonava l'Ue alla vecchia URSS.

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Se l'Ue saprà riformarsi anche sul piano finanziario interno e organizzativo, potrà continuare a vendere la sua merce: la protezione contro gli shock asimmetrici, una moneta forte e diffusa nel mondo, un mercato interno libero. Viceversa, proseguirà nel suo sogno napoleonico di unire l'Europa e si troverà a dover sostenere, per parafrasare Che Guevara, ‘una, cento, mille Brexit’. Tuttavia, non si tratta di volere, come fanno i politici italiani, ‘più elasticità di bilancio’ in cambio di riforme astratte che valgono per la demografia finlandese e non per quella fiamminga, ma poter fare bilanci autonomi per poi verificarne gli effetti nell'arco di due anni, senza imposizioni preventive. Insomma, una Ue più modesta sopravviverà anche alla Brexit.

(segreteria@mariellacolonna.com)

 

 

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