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La Colonna infame
L'ISIS e la guerra psicologica all’Occidente

Il califfato di Al Baghdadi finora ha utilizzato molto bene le tecniche della guerra psicologica. Dalle immagini delle feroci esecuzioni alle ripetute minacce sull’invasione dell'Europa da parte del jihad ‘della spada’, dall'aereo russo abbattuto nel Sinai alle pubblicizzate ‘adesioni’ di Boko Haram, di Al Qaeda nel Maghreb islamico, dei tanti gruppi jihadisti nel nordAfrica e in Yemen, fino alle minacce delle ‘cellule dormienti’ in Occidente. Una escalation strategica e divulgativa avente un solo obiettivo: bloccare le difese dell'avversario e renderlo cieco di fronte ai possibili luoghi dei futuri attacchi. È molto assertivo Giancarlo Elia Valori, scrittore, accademico e attento osservatore della situazione politico/economica internazionale,  quando ad Affari spiega la strategia dell’Isis che usa la guerra psicologica per intimorire il mondo occidentale.

Il Corano dice che l'arte dell'inganno operata dal Profeta vale per riconciliare due o più litiganti islamici, con la propria moglie ed in guerra, e Allah è descritto - nel libro sacro dell'Islam – come ‘il miglior ingannatore’ (3:54, 8:30, 10:21). La guerra tra la vera fede è eterna e dura finché ‘ogni religione appartenga ad Allah’ (8:39) e nulla, qualunque sia il grado di verità della minaccia operativa e strategica, è stato dimenticato dal califfato sirio-iraqeno. Ed è proprio l’assetto culturale e politico del jihad attuale a rendere efficace questo mix tra antica dottrina coranica e modernissime dottrine di guerra psicologica (psywar), tra guerriglia postmoderna e informativa con le tecnologie più innovative e l'antica tradizione degli hadith del Profeta.

Aver avuto fin dall'inizio l'apporto delle strutture Stay Behind delle forze baathiste iraqeno/sunnite, per l'Isis - dopo la folle scelta degli USA in seguito alla seconda guerra del Golfo di chiudere l'apparato del regime saddamita - non è stato irrilevante per definire la raffinatezza della guerra psicologica del califfato.

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Fu proprio Francesco Cossiga durante un’operazione delle forze di Saddam nella seconda guerra del Golfo ad aprirmi gli occhi sul fatto che la rete di Stay Behind iraqena e baathista - molto probabilmente - era ancora operativa. Le strutture coperte di Saddam Husseyn erano state predisposte dai francesi negli anni della guerra fredda e rimaste occulte anche a gran parte dei ‘consiglieri’ sovietici durante il lungo regime di Saddam. Sono probabilmente riemerse con la destabilizzazione successiva alla cosiddetta ‘democratizzazione’ dell'Iraq creando una loro autonomia con il califfato. 

 

Le feroci azioni di Parigi e belghe sono dimostrazioni di forza non condizionata dall'avversario. Esse intendono dimostrare che quelli della jihad sono perfettamente operativi al nostro interno e non ci temono. A nostra insaputa colpiscono quando e dove vogliono, e noi - considerati ‘infedeli’ - non dobbiamo renderci responsabili di ripercussioni altrimenti la colpa e gli effetti ricadrebbero su di noi.

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È allarmante la retorica contro Israele?

Si, proprio così. L’ignoranza per i fatti storici e politici israeliani dimostrata dai propagandisti ufficiali e occulti del jihad è preoccupante. Costoro affermano che ‘se non ci fosse lo Stato ebraico non ci sarebbe il risentimento dell'Islam contro di voi, per cui eliminatelo’. Ovvero: accettate il nostro condizionamento per divenire nostri agenti e, quindi, alleati e intoccabili.

L’Isis si avvale del sistema propaganda+azione?

Esatto. Quel sistema è gestito dal suo apparato operativo/informativo per impaurire e addomesticare il grande fronte silenzioso del jihad permanente. Se da una parte l’influenza psicologica (psyops) del califfato sottolinea l'autonomia culturale dell'Islam europeo dalle società multietniche e multiculturali, un brodo di cultura che quando in Europa ci saranno partiti islamisti e organizzazioni sindacali coraniche, sarà perfettamente completato e manipolabile.  Dall'altra, il califfato, con la violenza, opera una intimidazione del mondo occidentale che deve essere convinto di due cose: non è possibile contrastare il jihad sul proprio territorio; l'Europa e gli States devono abbandonare il sostegno ad Israele e arrendersi senza condizioni al jihad.

Solo dopo la resa assoluta vi sarà la pace?

Anche qui valgono i criteri coranici per la guerra: se si astengono dallo scontro con i fedeli di Allah è Lui che segue l’efficacia delle loro parole non i suoi combattenti (8:61). La variabile comunicativa, rispetto al jihad di Osama Bin Laden, è che per l'Isis l'occidente non deve eliminare il proprio appoggio agli ‘apostati’’ (takfiri) delle monarchie del Golfo che sostengono quasi ufficialmente il nuovo jihad territoriale e statalista del califfato.

Qual è la loro logica operativa?

È contro l'Iran degli infedeli sciiti dei loro sostenitori.

Cos’è lo ‘stato nuovo’ dell'islam sirio/iraqeno?

È un elemento di propaganda a più strati (come in ogni operazione antica e moderna di guerra psicologica) per il proletariato islamico giovanile di seconda generazione nato in Europa. È un mito, è una fonte di sostentamento nella crisi Ue e USA e soprattutto di gloria in combattimento. Insomma, è una bandiera per la quale vivere e morire.

Come tutte le guerre psicologiche, essa non deve mai essere ripetitiva?

Si ma dev’essere anche innovativa, contenere la mossa del cavallo che distorce la comunicazione dell'avversario, la intossica stabilmente e conduce il nemico alla sconfitta che avrà costruita con le sue stesse mani. Al riguardo, le lezioni della Federazione russa e della Cina sono determinanti.

Si spieghi meglio.

Mosca ha eliminato il suo jihad in Cecenia. È per questo che, rotto il braccio operativo dei proxy warriors nel suo territorio o ai suoi confini vitali, può permettersi una guerra regionale in Siria contro gli alleati jihadisti delle petromonarchie. Senza avere interdizioni di sorta, salvo l'azione di disturbo della Turchia ridotta a proxy dell'Arabia Saudita malgrado l'AKP di Erdogan nasca da una costola dei Fratelli musulmani e che questi, tra i sauditi, siano messi a morte. Fu proprio un docente universitario della Fratellanza, a Riyadh, a radicalizzare il giovane Osama bin Laden. Inoltre, il potere dei russi sugli idrocarburi rende possibile anche un colpo geo-economico contro l'OPEC sul piano della gestione del mercato petrolifero e gasiero, cosa che a noi manca del tutto. Tutto ciò accade quando l'Arabia saudita sperimenta, per la prima volta nel 2015, un deficit di bilancio e l’entrata nel mercato globale dei debiti pubblici. Perciò, quella russa, non è una sfida occulta da mettere da parte con sufficienza, ma l’eliminazione dei tramiti e delle aree di una futura proxy war destabilizzante per Mosca. Per poi trattare senza limiti anche con i Paesi che sostengono il jihad contro la Ue avendo carte serie da giocare, non chiacchiere sui principi umanitari.

Le azioni cinesi antijihadiste riguardano la parificazione geo-economica delle forze in campo e l'utilizzo delle aree cuscinetto. Basti pensare agli aiuti di Pechino al Pakistan per il porto di Gwadar e all'apertura all'India con l'entrata di Nuova Delhi nella Shangai Cooperation Organization. Pechino non trascura nemmeno l'invio di ben 5mila elementi delle forze di élite cinesi (Tigre Siberiana e teste di cuoio) che possono operare all'estero dopo il via del Congresso del Popolo (28 dicembre 2015). Se la Turchia aprirà il suo fronte dopo lo scontro in Siria sa a cosa andrà incontro. La Cina non vuole il contagio tra lo Xingkiang uighuro e il jihad siriano, considerato che la regione degli islamici di origine turkmena confina con Kirgizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e India. Non è escluso che alcuni operativi cinesi siano già in assetto da ‘guerra ibrida’ nelle aree più calde del quadrante sirio/iraqeno.

Insomma, Mosca e Pechino hanno la forza di fare la guerra asimmetrica contro un'altra guerra asimmetrica senza limiti di confini territoriali, regole umanitarie, accordi tra Paesi con pubbliche opinioni distratte, impaurite, intontite da slogan autolesionisti, quali Charlie c'est moi o appelli follemente pacifisti dopo gli attentati di Parigi.

Quali sono le regole della guerra asimmetrica?

Colpire in segreto. In caso di successo occorre decidere se dare la notizia esatta o creare una intossicazione informativa. Creare una ambiguità informativa nei dati del nemico e nel suo processo di decision making. E' questa la guerra ibrida del jihad territoriale dell'Isis e delle sue basi coperte all'estero. È questo il terreno su cui si devono confrontare le strategie uguali e contrarie (Opposing FORce, OPFOR) dell'occidente, senza paura e senza falsi moralismi e, soprattutto, senza l'idea, morta con la guerra fredda, che si debba solo contenere il nemico.

Perciò, il jihad dell'Isis sta operando una guerra ibrida contro di noi?

Si, un contrasto senza limiti di tempo e spazio che usa forze legali e strutture illegali, la criminalità organizzata e le strutture di élite ufficiali, la guerra dell'informazione e le reti di notizie ufficiali.

Qual è l’obiettivo?

Inserire un meccanismo nel decision making dell'avversario che lo renda incapace di una risposta adeguata o adatto ad una risposta sovradimensionata che va nella direzione sbagliata, egualmente pericolosa. L'avversario dev’essere indirettamente addestrato grazie a psyops jihadista ‘ibrida’ (le azioni militari sono comunicazione) a non prevedere né accusare alcuno o, meglio, a dover accusare sempre l'autore sbagliato del jihad che lo colpisce al fine di ampliare il fronte dei suoi nemici e rendere ulteriormente imprevedibile l'area dei suoi obiettivi sensibili. Ma chi colpisce è sempre e comunque il vero centro operativo, il nucleo verticale del comando jihadista tramite questo o quel braccio operativo, sempre occasionale o addirittura privo della conoscenza di chi davvero lo sta ingaggiando.

Questo meccanismo vale anche per l'aereo egiziano 804 in volo da Parigi verso Il Cairo?

L’intelligence americana, da informazioni in mio possesso, aveva già scoperto un team specializzato dell'Isis attivo a Raqqa da settimane, che - con estrema probabilità - ha preparato il piano per l'attacco all’aereo egiziano. E' quindi molto probabile che, dato che queste operazioni non si programmano mai da sole e sono temporizzate in largo anticipo, per ovvi motivi di segretezza e compartimentazione, vi sia da ora in poi uno sciame di azioni terroristiche o, più esattamente jihadiste in Europa e forse negli stessi Usa.

È per questo che Parigi e le altre capitali europee, oltre che i Servizi del Cairo, che ancora subiscono l'ambigua defamation del caso Regeni, tendono a non confermare la matrice terroristica dell'azione contro l'aereo egiziano?

Ovvio: se lo dicono, si dimostrano deboli, se non lo dicono possono derubricare e depotenziare temporaneamente il jihad dell'Isis senza contare che tradizionalmente ogni attacco aereo presuppone una futura operazione a terra.  Il responsabile delle Forze USA in Medio Oriente, gen. Joseph Votel, si è già recato segretamente in Siria per visitare la base curda del YPG e le forze speciali americane nella base di Ramelan a circa 288 chilometri da Raqqa. Gli Apache AH-64 possono attaccare con facilità tattica la capitale del califfato, mentre le forze curde del comando unificato YPG, che pure non sono state invitate alle trattative a Ginevra e a Vienna, opereranno sul terreno. I rapporti tra Washington e il Cairo sono ancora deboli, ma arrivano notizie di azioni congiunte di forze speciali USA e di operativi dei Servizi egiziani contro le aree Isis nella zona intorno al porto di Tobruk.

Secondo lei come va trattato il nemico?

Va eliminato e soprattutto destabilizzato al suo interno demoralizzandolo, diffondendo notizie che intossichino il suo processo decisionale, abbattendo il morale dei suoi soldati, diffamandolo ed eliminando così i suoi rapporti con gli Stati amici o le sue coperture occulte.

Cosa deve fare l’Occidente?

Lavorare ad una nuova fase, quella che due colonnelli cinesi, Quiao Liang e Wang Xiangsui, nel 1996 in un libro destinato ad arrivare in Occidente due anni dopo definivano la guerra senza limiti.

(segreteria@mariellacolonna.com)

 

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Giancarlo Elia Valori è presidente de: ‘La Centrale Finanziaria Generale’, Fondazione Laboratorio per la Pubblica amministrazione, Delegazione italiana della Fondazione Abertis e Membro dell’Advisory Board School of Business Administration College of Management di Israele. È presidente onorario di Huawei Italia e consigliere economico dei colossi cinesi, HNA Group e Lujiazui Financial Holding Group, nonché accademico alla  Yeshiva University di New York, Hebrew University di Gerusalemme e Peking Universty. È stato consulente del primo governo Moro ed ha collaborato alla stesura dei primi documenti annuali di programmazione economica e dello Statuto dei lavoratori.

Tra i suoi libri più recenti: Antisemitismo, olocausto, negazione, Mediterraneo tra pace e terrorismo, Il futuro è già qui, La via della Cina, Geopolitica dell’acqua, Finis Mundi, Geopolitica del cibo, La vocazione dell’umanità, Geopolitica della salute, Raimondo di Sangro. Il Principe di San Severo e la magia dell’Illuminismo.

 

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