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Lampi del pensiero
Covid-19 e capitalismo terapeutico: la caduta del rito dell'aperitivo

Indubbiamente l’aperitivo è – o è stato? – uno dei simboli principali del neocapitalismo edonistico di libero consumo e di libero costume. L’all you can eat degli “apericena” cosmopoliti era, in effetti, una “metafora assoluta”, avrebbe detto Blumenberg, del capitalismo post-sessantottesco come self-service illimitato: il principio disciplinare borghese, che si manifestava nelle cene patriarcali con la madre che serviva e il padre che disciplinava la tavola, era stato spodestato dallo sciame delle monadi gaudenti, senza posto fisso e senza pasto fisso, dell’happy hour.

La rigida etichetta borghese, con pasti cadenzati e regole, con posti assegnati e magari preghiera d’avviamento, era stata sostituita dalla deregulation alimentare dell’apericena consumato senza regole e a ogni ora, nella forma dell’associazionismo istantaneo degli atomi impazziti delle metropoli a forma di merce. L’aperitivo era, senza esagerazioni, l’emblema del nuovo modus vivendi dell’Erasmus generation: la cui precarietà lavorativa ed esistenziale trovava conferma nella pratica dell’aperitivo trendy per “sciami” di solitudini consumistiche in cerca di aggregazioni esse stesse provvisorie e senza conseguenze.

Sembra, allora, più che una semplice coincidenza il fatto che la riorganizzazione terapeutica e verticistica del nuovo capitalismo terapeutico prenda con tanta veemenza di mira proprio la pratica dell’aperitivo, che fino a ieri l’ordine del discorso celebrava come fondamento della vita cool dei consumatori cosmopolitici. Da vettore del neoedonismo l’aperitivo è ora stigmatizzato dal logo dominante come veicolo privilegiato del Covid-19.

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, si è infuriato per i troppi aperitivi sui Navigli ai primi di maggio. “La Repubblica”, come sappiamo, ha esibito in prima pagina le bande degli irresponsabili degli apericena meneghini dei Navigli. E qualche giorno fa il governatore del Veneto, Zaia, si è adirato per i troppi “spritz” a Treviso. L’apice, però, sembra essere stato raggiunto in data odierna, con una notizia riportata da tutti i principali quotidiani.

Tra i tanti, così titola il “Corriere della Sera”: “Covid, l’ex primario: ‘i giovani che fanno l’aperitivo in piazza sono degli assassini’”. Gli eroi del globalismo all you can eat sono ora ridefiniti, senza perifrasi, come “assassini” dal nuovo spirito del capitalismo sanitario. Che è, appunto, un capitalismo “senza spirito” nell’accezione sia etica, sia etilica. L’aperitivo, da emblema del capitalismo di libero e irriflesso godimento, è ora simbolo della pericolosa velleità degli individui che antepongono il proprio piacere alle rigide regole dell’ubiquitaria politica sanitaria.

Forse un ultimo, significativo bagliore dell’apericena come cifra della spensierata e plusgaudente società all you can eat del capitalismo pre-Coronavirus si ebbe a fine febbraio, quando il paladino delle brigate fucsia Nicola Zingaretti – leader del PD e governatore del Lazio – si esibì trionfale, intento a fare un aperitivo di gruppo a Milano: “Coronavirus, Zingaretti aperitivo pubblico a Milano: ‘niente panico, isolare i focolai’” (“La Repubblica”, 27.2.2020). V’è anche una foto, che lo ritrae spensierato e gaudente mentre alza il calice in compagnia, in quella che potrebbe essere una delle tante istantanee della tradizionale “movida milanese”.

Ma il capitalismo, con buona pace di Zingaretti e delle altre anime belle del globalismo arcobaleno, aveva già cambiato volto e mutato sembiante: e il segretario del PD era rimasto inavvertitamente alla “fase tolemaica”. Fu una sorta di tremenda nemesi storica del capitale, forse, quella che si andò ad abbattere sul povero Zingaretti, che era ancora candidamente fermo al capitalismo all you can eat e non aveva saputo interpretare con il giusto tempismo la svolta storica in atto: fatto sta che l’intempestivo Zingaretti, nelle settimane successive, risultò poi affetto dal Coronavirus.

Dal cui tunnel, per fortuna, uscì poi sano e salvo qualche settimana dopo. Zingaretti era dolorosamente stato, in fondo, l’ultimo tragicomico testimone del passaggio di consegna dal capitalismo deregolamentato e permissivo allo stringente regime del capitalismo terapeutico. Come ha solennemente dichiarato Conte, incarnando lo Spirito del nuovo capitalismo come Napoleone – a dire di Hegel – incarnò lo Spirito del mondo: “non è tempo di party e movida” (“Il Sole 24 Ore”, 21.5.2020).

Diego Fusaro (Torino 1983) insegna storia della filosofia presso lo IASSP di Milano (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) ed è fondatore dell'associazione Interesse Nazionale (www.interessenazionale.net). Tra i suoi libri più fortunati, "Bentornato Marx!" (Bompiani 2009), "Il futuro è nostro" (Bompiani 2009), "Pensare altrimenti" (Einaudi 2017).

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