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Lampi del pensiero
Covid, l'obbedienza è virtù? A patto che implichi il rispetto di valori giusti

L'obbedienza figura come una virtù soltanto quando sia rivolta a precetti in sé giusti. L'essere razionale che ciascuno di noi è, è chiamato a esplicitare la propria funzione di ente responsabile secondo ragione e di cittadino rispettoso della legge attenendosi al principio dell'obbedienza. Ciò tuttavia non deve esimerci dal ragionare sul fatto che l'obbedienza è una virtù vincolata all'oggetto a cui si rivolge. Questo significa, molto semplicemente, che non l'obbedienza in quanto tale, ma l'obbedienza subordinata a principi giusti è propriamente virtuosa. Detto altrimenti, un'obbedienza che si dimostrasse tale in relazione a principi ingiusti non potrebbe in alcun modo fregiarsi del titolo di virtù. Al contrario, diverrebbe una leva dell'iniquità. Questo significa che, se volessimo ragionare in termini aristotelici, l'obbedienza intesa come virtù implica il rispettare i principi a patto che essi siano giusti. Dinanzi a principi apertamente ingiusti, il giusto non può prestare obbedienza. Con formulazione aristotelica, potremmo allora asserire che obbedienza è propriamente rispettare secondo ragione i principi imposti dall'autorità. Parafrasando le parole di Bertolt Brecht, quando la legge diventa ingiusta, la ribellione si fa virtù. Del resto, dopo il processo di Norimberga possiamo, senza tergiversare, sostenere che vi sono casi specifici in cui l'obbedienza può con diritto definirsi un gesto criminale. Insomma, dopo il caso di Eichmann non val più dire, come pure molti ancora fanno, "ho fatto quel che ho fatto perché semplicemente ho obbedito alla legge". Era questa, infatti, l'argomentazione addotta da Eichmann e dagli altri criminali che obbedirono alle infami leggi del regime nazista. Ordunque, il fabula docet che anche oggi, nel tempo del nuovo dispotismo dei mercati e della tecnica, dobbiamo fare nostro è che senz'altro l'obbedienza è una virtù, a patto che sia rivolta a principi buoni. In effetti, quante volte ci imbattiamo in piccoli Eichmann inconsapevoli che, con naturalezza, quando non con impettito orgoglio, ripetono che stanno agendo semplicemente nell'obbedienza dei principi e delle leggi vigenti. Proprio in ciò si annida il male possibile: qual è realmente l'entità dei principi e delle leggi a cui state obbedendo, bisognerebbe sempre domandare? Sono realmente buoni i principi ai quali state prestando con automatismo irriflesso obbedienza? Dobbiamo avere il coraggio di ribadirlo senza ambagi e con vigoria: non sempre l'obbedienza è una virtù, in molti casi può anzi diventare la leva della massima iniquità. Bisognerebbe poter dire sempre dei principi a cui obbediamo che ad essi stiamo obbedendo perché siamo convinti nella nostra coscienza che essi meritino obbedienza. Nel suo celeberrimo testo, Hannah Arendt coniò la fortunata espressione di "banalità del male": con tale espressione, la filosofa alludeva al modo con cui assai spesso proprio grigi e insignificanti funzionari come Eichmann commisero i gesti più criminali, senza pensarci in maniera premeditata e semplicemente in nome di un automatico principio di obbedienza al Führerprinzip. Mi pare di poter dire che oggi, nel tempo in cui tutti calcolano e nessuno pensa, bisognerebbe sviluppare ulteriormente il ragionamento della Arendt e parlare, forse, di malvagità del bene: assai spesso, infatti, le azioni che oggi vengono presentate e magnificate come funzionali al bene risultano poi, in realtà, a un esame più attento, dirette a forme di malcelato male; un male, però, che puntualmente prova a legittimarsi e a occultarsi sotto le insegne del bene. È in nome del bene della democrazia che, ad esempio, negli ultimi lustri si sono sganciate bombe sui governi non allineati e immediatamente identificati con stati canaglia. Alla luce di queste pur impressionistiche considerazioni, credo che dobbiamo ripensare criticamente il concetto di obbedienza e la nostra quotidiana relazione con esso. 

Diego Fusaro (Torino 1983) insegna storia della filosofia presso lo IASSP di Milano (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) ed è fondatore dell'associazione Interesse Nazionale (www.interessenazionale.net). Tra i suoi libri più fortunati, "Bentornato Marx!" (Bompiani 2009), "Il futuro è nostro" (Bompiani 2009), "Pensare altrimenti" (Einaudi 2017).

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