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Lampi del pensiero
Multinazionali tassate del 15%, ennesimo trionfo dei gruppi dominanti

Come ho più volte ribadito, e in maniera più analitica nel mio libro "Glebalizzazione", i politici al tempo del capitalismo assoluto sono ridefiniti come semplici passacarte e maggiordomi del blocco oligarchico neoliberale, finanziario e multinazionale.

Inscenando una alternanza senza alternativa e una democrazia coreografica, i politici semplicemente impongono ai governi nazionali le decisioni prese sul piano globale dei consigli di amministrazione e dei fondi monetari dai padroni del modo capitalistico della produzione.

Ebbene, chiede di essere letta in questa chiave ermeneutica la notizia, di cui in questi giorni si discute, secondo la quale i colossi apolidi e multinazionali del capitale dovrebbero prossimamente pagare il 15% di tassazione.

Non deve destare meraviglia che questa oscenità venga presentata, secondo l'usuale inversione orwelliana, come un trionfo: si presenta come trionfo, proditoriamente, il fatto che i colossi senza frontiere paghino ora le tasse, fingendo di non vedere che si tratta di un provvedimento vergognoso, se si considera che i piccoli produttori, gli artigiani, i commercianti locali e le classi lavoratrici pagano il 50% di tasse, quando va bene.

Come si fa, davvero, a ingannare in modo tanto deplorevole le classi dominate, che comunque, a quanto pare, continuano ad aderire alla narrazione dominante e a muoversi inopportunamente con le mappe fornite dagli happy few sulla plancia di comando?

In un mondo che non fosse quello rovesciato in cui ci tocca, nostro malgrado, di abitare, la tassazione dovrebbe essere progressiva, e dunque tale per cui i lavoratori e i piccoli produttori pagano assai meno, in percentuale, rispetto ai giganti dai fatturati con una infinita sequenza di zeri dopo la virgola.

E invece no, nel mondo reale accade esattamente l'opposto, e di più viene presentato come l'apoteosi della giustizia in terra, come un risultato storico: fingendo di non vedere che è un risultato che va tutto a beneficio dei soliti gruppi dominanti.

Se, come dicevo, non bisogna nemmeno troppo stupirsi di questo ennesimo trionfo dei gruppi dominanti, ciò dipende anche dal fatto che le leggi sempre più corrispondono alle superstrutture giuridiche che le stesse classi dominanti si danno per amministrare a proprio vantaggio il modo della produzione: sempre più si invera il teorema di Trasimaco, secondo cui "il giusto non è se non l'utile del più forte".

Tutto questo, non mi stancherò di ripeterlo, non deve destare sbigottimento: a dover destare sbigottimento è, semmai, la resa colma di gratitudine di quei gruppi dominati che, a rigore, tutte le buone ragioni avrebbero per insorgere e per opporsi a un modo della produzione che si fa ogni giorno più osceno, ogni giorno più iniquo.

La verità, non detta perché indicibile, è che il capitalismo non si limita a produrre quotidianamente l'intollerabile: produce, in pari tempo, soggetti disposti a tollerarlo, sempre più spesso anche lieti di farlo. La sola via per invertire la tendenza e, infine, per rovesciare l'ordine delle cose è quella che parte da una diversa immagine del mondo, dunque dalla cultura, per poter così far brillare l'idea di un essere altrimenti che informi di sé l'azione in forme conseguenti.

Diego Fusaro (Torino 1983) insegna storia della filosofia presso lo IASSP di Milano (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) ed è fondatore dell'associazione Interesse Nazionale (www.interessenazionale.net). Tra i suoi libri più fortunati, "Bentornato Marx!" (Bompiani 2009), "Il futuro è nostro" (Bompiani 2009), "Pensare altrimenti" (Einaudi 2017).

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