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Quelli che i numeri non dicono
Crisi dei chip nel mercato automotive: cause e soluzioni per l’Italia

Non si arresta la crisi nel settore auto: dopo la contrazione del mercato a causa della pandemia da covid-19, un altro elemento contribuisce ad aggravare l’attuale situazione del mercato. Si fa qui riferimento alla crisi dei chip necessari – in quanto semiconduttori – alla produzione delle auto elettriche: l’effetto a cascata non lascerà indifferenti gli acquirenti.

Perché mancano i chip

Quando si fa riferimento a chip e componenti elettroniche non si vuole parlare soltanto di parti di automobili elettriche essenziali al loro funzionamento, ma di tutta una serie di elementi che sono necessari al progresso tecnologico e che – viste le stime effettuate nel 2020, in piena pandemia – sono state riallocate altrove (ad esempio, nei nuovi apparati di telecomunicazioni sostenuti dalla tecnologia 5G).

In sintesi, quel 10% di domanda di chip che proviene dal mercato automobilistico è stato ridistribuito in altri settori, proprio perché le case automobilistiche stesse hanno giudicato più prudente – nel cuore dell’esperienza covid-19 – stimare una produzione al ribasso di veicoli elettrici. La conseguenza è presto evidente: i produttori di chip hanno svuotato i loro magazzini dando le preziose componenti ad altri richiedenti; poiché inoltre questi fornitori non producono chip in eccesso (per non perdere denaro affrontando costi di logistica superflui), i tempi di reperimento e i costi di acquisto di nuovi semiconduttori crescono a dismisura, sia per le case automobilistiche, sia per l’acquirente finale.

Non aiuta, in questo scenario, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina: quest’ultima, nello specifico, sta accumulando – tramite Huawei – buona parte dei chip disponibili per nutrire i propri stabilimenti, a discapito della distribuzione in Occidente. Lo scenario, dunque, è particolarmente complesso, e passa anche attraverso il rialzo dei dazi doganali, l’emergenza climatica (e i danni che è stata capace di provocare ad alcuni stabilimenti) e gli elevati costi di alluminio e poliuretano (fondamentali per la fabbricazione dei semiconduttori).

Le conseguenze per la filiera automobilistica

Va da sé che, se telecomunicazioni, computer e smartphone aumentano stabilmente la loro domanda, adesso che il mercato automobilistico tenta la ripresa, le diverse case produttrici si ritrovano con tempi di produzione completamente diversi dai precedenti: le fabbriche di semiconduttori si ritrovano a gestire una domanda adesso improponibile e, a farne le spese, è il mercato automobilistico, che risulta ritardatario perché penalizzato nel 2020. In questo contesto, ogni mese è prezioso, se si considera che un ordine di chip può essere evaso anche nel giro di un anno e mezzo: da qui, si capisce come certi eventi – quali l’incendio scoppiato in uno stabilimento di elettronica giapponese, con conseguente chiusura per un mese, e un’interruzione di corrente di diversi giorni verificatasi in Texas – possano avere grandi effetti su tutta la filiera.

Avvicinandosi alle principali case automobilistiche, emergono le conseguenze: la Peugeot 308 esce sul mercato con un quadro analogico, piuttosto che digitale; la Volkswagen riduce la produzione di 100mila unità proprio per la mancanza di chip semiconduttori; Mercedes rallenta la produzione degli stabilimenti di Brema e Rastatt, arrivando a parlare di blocco della filiera in caso di prolungamento della crisi. In estrema sintesi, tutte le case automobilistiche che si spartiscono il mercato automotive occidentale hanno messo a preventivo la riduzione di veicoli prodotti per numeri che vanno dalle 100mila (come Volkswagen e la General Motors) fino a 700mila unità (per la Ford), passando per cifre intermedie (che caratterizzano ad esempio Honda e Renault). A conti fatti, si stima che, a fine anno, i danni complessivi saranno quantificabili in 4 milioni di veicoli persi e più di 100 miliardi di dollari di ricavi andati in fumo.

Le conseguenze per i privati e le aziende

Gli effetti della contrazione del mercato legata alla carenza di chip sono già visibili per qualsiasi consumatore: non ci sono quasi più auto o furgoni in pronta consegna, il numero di spot promozionali per un gran numero di veicoli è ridotto, i tempi di attesa si sono ovviamente allungati e – allo stesso tempo – sono aumentati i prezzi di listino. Questo non sorprende, se si considera che il costo di un chip incide già per il 30% sul prezzo totale di un veicolo: se questa componente è diventata più rara, il minimo che potesse accadere era proprio questo incremento dei prezzi. In questo senso, non si può che considerare un’altra conseguenza: il minor numero di immatricolazioni (scese di oltre il 32% nell’ultimo anno).

Guardando invece alle aziende che fanno della mobilità una parte essenziale della propria attività sul mercato, diventa importante anche per loro prendere delle contromisure: tra queste, il rinnovo dei contratti di noleggio lungo termine furgoni o auto aziendali, a tariffe più convenienti, fino a quando nella filiera non saranno immessi nuovi veicoli elettrici. In questo senso, le flotte aziendali risultano più tutelate, specie se seguono la formule di locazione a lungo termine, più convenienti rispetto a quelle a breve scadenza.

 

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