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Quelli che i numeri non dicono
Inclusione digitale: più tecnologici e consapevoli per una società più aperta

Il progresso raggiunto in questi ultimi decenni, quello digitale post Internet per intenderci, ha disvelato l’enorme potere della comunicazione ubiqua e real time. Una comunicazione che potremmo definire liquida, a ben guardare, perché dinamica e poliedrica, costantemente in divenire. Lo sviluppo delle tecnologie digitali ha stravolto la nostra realtà: tutto è a portata di mano, dall’informazione alla cultura. E lo conferma la costante connessione mobile in rapida ascesa, utilizzata per compiere ogni genere di operazione, dalla ricerca all’acquisto. Se questa radicale trasformazione digitale da un lato semplifica la vita, azzerando le distanze, annullando completamente i tradizionali concetti di spazio e tempo, e di fatto consentendo qualsiasi operazione e attività, online, dall’altra aumenta la possibilità di una liquidità tecnologica che, se gestita male, può rivelarsi controproducente.  

Il concetto di liquidità è stato introdotto dal filosofo e sociologo Zygmunt Bauman, il quale attribuisce alla postmodernità l’incapacità di costruire un senso di appartenenza nella famelica corsa al consumo di oggetti e sentimenti, nell’inconsistenza e friabilità delle identità e delle relazioni, proprio in virtù della liquidità della vita e del suo valore consumistico.

La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo.” Così ammonisce il filosofo polacco, scomparso nel 2017. Questa piccola premessa serve per ampliare il concetto di liquidità e per rileggerlo alla luce di un risvolto potenzialmente virtuoso, perché questa stessa liquidità inquadrata da Bauman nella sua accezione negativa, può in realtà assumere un valore positivo nella misura in cui liquida ed espansa sia anche l’informazione, e con essa più aperti e ampi i confini del sapere e dell’inclusione, sia sul piano dello sviluppo personale e sociale, sia su quello professionale.   La liquidità del sapere, inquadrato nell’ottica di una più immediata accessibilità alla conoscenza, all’incredibile mole di informazioni, fruibili e condivisibili all’interno di una Rete in movimento e accessibile a tutti, rappresenta di fatto l’opportunità di una maggiore inclusione sociale.    

È evidente che l’uso di computer e dispositivi connessi, quindi di Internet, siano condizioni preliminari di inclusione tecnologica. Tuttavia, a ben guardare, queste condizioni non sono sufficienti a farne anche delle risorse per ampliare gli spazi del sapere utile, perché è altrettanto importante stabilire se prima ancora del fine, siamo in grado di riconoscere e sfruttare il potenziale del mezzo. Siamo tanto consapevoli quanto connessi? Stiamo adoperando il potenziale digitale e le sue incredibili risorse anche per creare e fruire di valore?  

La tecnologia digitale per una società più inclusa e coesa  

La società del sapere utile oggi, grazie alla comunicazione digitale, avrebbe tutti i requisiti per costruire nuove fondamenta ed evolvere in modo più coeso, innanzitutto sulla distribuzione equa della cultura e sulla responsabilità delle informazioni divulgate, quindi utilizzando una comunicazione trasparente e accessibile a tutti, per rendere più consapevoli anche le fasce di popolazione che hanno meno strumenti di conoscenza. Come? Per esempio, alleggerendo e semplificando linguaggio e vocabolario, spesso intricati e poco comprensibili, trattandosi di informazioni che sono alla portata di tutti; creando maggiori opportunità di scambio, ambienti virtuali dove poter conoscere le opinioni delle persone comuni, ad esempio per quanto riguarda le informazioni sugli acquisti da fare online. Questa abitudine diffusa è comunque una lama a doppio taglio. A seconda della fonte, infatti, può essere fuorviante affidarsi a piattaforme, siti web e portali dal contenuto promozionale, ovvero creato ad hoc per fini commerciali, e dove l’unico intento sia quello di vendere.  

Al contrario, può essere motivo di arricchimento e di valutazione ponderata, se il contenuto offerto mantiene l’obiettività del consiglio disinteressato fondato su un confronto tra quei beni di consumo in ogni caso necessari e ricercati in Rete, ma presentati entro un contesto di valore, dove acquisire informazioni pratiche su prezzi, dettagli, vantaggi, caratteristiche, accompagnati da recensioni che altre persone condividono in modo trasparente per raccontare le loro esperienze.   Portali innovativi del genere - come per esempio quello di Advister piattaforma italiana con sezioni dedicate a prodotti di vario genere, per la persona, la casa, l’abbigliamento, per il tempo libero e lo sport - rivoluzionano il concetto di informazione, presentando guide all’acquisto consapevole che integrano spazi dedicati alla relazione aperta e diretta con i consumatori, tracciata da opinioni certificate, commenti agli articoli, messaggi su Facebook, ecc.   Gli strumenti tecnologici sono alla portata di tutti, ma la consapevolezza sull’uso effettivo che se ne fa può fare, no. E la consapevolezza è fondamentale in una società liquida che voglia recuperare la sua dignità come collettività; è fondamentale creare nuovi contesti di collaborazione e condivisione di abilità personali e collettive. E questa è anche la soluzione che Bauman intravede come cura al malanno della liquidità, nel momento in cui con i nuovi strumenti si recuperino “antichi fini”, nel momento in cui l’economia tornerà a fondarsi sulle persone e sulla collaborazione, sulla reciprocità e su una maggiore coesione sociale, valorizzando le risorse disponibili e prendendosi cura di tutte persone, senza esclusione, che vivono e lavorano nella comunità. Essendo la rete “aperta”, accessibile a tutti, e dove chiunque ha la possibilità di inoculare informazione, è fondamentale partire dal presupposto che il libero scambio dei contenuti (e conoscenza) debba avvenire senza contraffazione, in uno spazio che, seppure virtuale, sia condiviso per costruire valore in tutte le sue accezioni. Non essendo possibile, se non a posteriori, avere alcuna garanzia del senso etico e civico di chi fa comunicazione e diffonde informazione, possiamo però imparare a riconoscerne la bontà, la qualità, con i nostri mezzi. Questa capacità attinge a varie fonti: buon senso, esperienza, attitudini personali, ma soprattutto al grado d’istruzione. E proprio l’istruzione, da un punto di vista sociale, rappresenta la prima vera forma di inclusione, il primo strumento per comprendere come va il mondo, per indagare la natura delle cose, per riconoscere l’informazione di valore e correggere la diseguaglianza, pericoloso terreno di coltura dell’esclusione, razzismo e false ideologie, pregiudizi costruiti sulla liquidità delle paure.  

A questo proposito, da alcuni dati raccolti dall’Istat in un Rapporto sulla Conoscenza 2018, emerge un quadro piuttosto indicativo sulla natura dell’inclusione tecnologica italiana, ma in un senso più ampio del semplice numero degli italiani connessi. Un quadro che - al di là dei numeri - ci permette di capire cosa è avvenuto in Italia nel corso di quest’ultimo decennio, dopo la rivoluzione digitale post Internet, e che può darci la misura per comprendere come la tecnologia - anche nelle sue forme più rudimentali - sia effettivamente penetrata nelle nostre abitudini; darci la misura di quale sia il livello di conoscenza degli strumenti Ict (Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione), e se questi strumenti siano effettivamente utilizzati per acquisire maggiore consapevolezza in ogni ambito, da quello informativo ai consumi all’arricchimento culturale.

 La conoscenza digitale in Italia  

Iniziando proprio dall’istruzione, nel Rapporto Istat si legge che l’Italia è tra i paesi europei con la minore scolarizzazione della popolazione adulta, ma con un aumento notevole dei livelli d’istruzione fra i giovani di età compresa tra 25 e 34 anni. Nel 2016, oltre un quarto dei figli aveva un titolo universitario contro l’11,3 dei genitori, di cui poco meno del 50% con licenza media. Partendo da questo presupposto, è confortante scoprire che l’istruzione in questi anni abbia assunto una maggiore rilevanza nella popolazione giovanile, sebbene poi trovi poco riscontro nella spendibilità del titolo a causa della mancanza di opportunità professionali. Quello che preme qui, però, è capire da quali basi culturali partiamo per accedere con maggiore consapevolezza ai mezzi tecnologici di cui disponiamo.   Il grado di istruzione incide, infatti, sull’uso quotidiano delle tecnologie. Sempre dai dati Istat scopriamo che l’Italia è oltre 10 punti al di sotto della media europea, distacco dovuto anche al ritardo nella diffusione delle tecnologie digitali in Italia rispetto ad altre nazioni. Tra il 2008 e il 2017 nella popolazione europea il numero di utenti regolari, tra 16 e 74 anni, è aumentato dal 56 all’81%. In Italia, invece, nello stesso arco di tempo gli utenti regolari sono saliti dal 37 al 69%. Le persone che usano Internet in modo più assiduo sono comunque laureate, con un dislivello più marcato soprattutto nella fascia compresa tra 65 e 74 anni (73,7%).

 Cosa fanno gli italiani sul web?   Per quanto riguarda la tipologia delle attività sul web, queste riflettono in primis cultura ed età. L’80% degli utenti europei accede a internet per ascoltare musica, guardare video e giocare online. Gli utenti internet del nostro paese sono interessati a un numero relativamente ridotto di attività, di “carattere passivo e poco avanzato” (cit. Istat “Report sulla Conoscenza 2018”).   Gli utenti italiani sono nella fascia bassa della media europea per l’invio di email, e ultimi o nelle ultime posizioni per gli usi a carattere informativo (leggere giornali, documentarsi sulla salute, raccogliere informazioni su prodotti), i servizi bancari (40%), la creazione di contenuti o le vendite online. Invece, superano la soglia media attività come la visione di video condivisi da altri utenti e la partecipazione civica o politica. A titolo esemplificativo, nelle abilità informatiche di base l’Italia risente di pronunciate differenze territoriali: l’uso avanzato di software di testo va dal 35% nel Centro-nord al 25 nel Mezzogiorno. Si assottigliano le distanze per la fruizione di video e per l’uso dei social network, ma diventano più ampie “nei comportamenti proattivi”: caricamento di contenuti, ricerca di informazioni su Wikipedia, soprattutto nella fascia tra 16 e 24 anni.  

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