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Sportivi si nasce e poi si diventa
Il calcio è qualcosa di terribilmente serio solo per 90 minuti

Non ho mai sognato di vincere un campionato, e anche la finale di Champions League persa col Bayern non è un rimpianto. Trofei e medaglie sono qualcosa che finisce nella bacheca del club. Quello che conta, invece, è il momento in sé, la memoria di essere stato lì, di essere stato parte di quella partita.”

Perentorio, realista, sognatore, affascinante, anacronistico: Jürgen Klopp è tutto questo, e molto altro. Tedesco di nascita (ma non di indole), con quel biondo inconfondibile frutto di un presunto trapianto e la fissazione smaniosa per la tattica, è l’uomo che negli ultimi anni ha incuriosito e catturato, poi, l’attenzione del mondo calcistico, portando il Borussia Dortmund – quello del gioco veloce e del contropiede fulminante, quello dei giovani talenti esplosi e del “Muro Giallo” che intimidisce l’avversario – al vertice del calcio tedesco ed europeo: due campionati vinti, una supercoppa, una coppa di Germania, una finale di Champions persa con i rivali del Bayern, l’ammirazione della frangia passionale dei tifosi di ogni dove. Col suo stile “italiano” nel vivere il gioco del pallone e il beffardo sorriso teutonico, fu tra i primi che osò criticare il funzionale – ma a tratti monotono - paradigma calcistico imposto dal Barcellona di Guardiola, esprimendosi così, senza troppi giri di parole, in un’intervista rilasciata al Guardian nel 2013: ”Se da bambino avessi visto una gara del Barcellona probabilmente mi sarei dato al tennis. Non è un tipo di gioco che mi piace. Io amo il calcio fondato sulla lotta, come quello denominato all'inglese fatto di pioggia, campi pesanti e maglie sporche […] A lui (Pep Guardiola) piace fare possesso palla e far giocare a calcio la propria squadra che suona come un'orchestra. Ma personalmente preferisco l'heavy metal e un calcio fatto di lotta.”

Dopo sette anni da timoniere ha lasciato il Borussia al termine della stagione 2014/2015, trasportato dal sincero ringraziamento dei tifosi – niente polemiche, niente veleni, solo una bella pagina di sport chiusa – ed è atterrato il 9 ottobre di quest’anno in quel di Liverpool per prendere le redini della squadra dell’esonerato Brendan Rodgers e catturare i cuori di altri caldi tifosi, soliti intonare il celeberrimo “You’ll Never Walk Alone”. La settimana scorsa in Inghilterra è uscito un libro definitivo per comprendere, o scoprire una volta per tutte, la personalità del CT più signorile, e a tratti spaventoso, orbitante all’interno del panorama calcistico moderno: a firma del giornalista Moritz Rinke, Reading the Game si struttura attorno all’ultimo anno passato a Dortmund (il più difficile, il più sofferto) e contiene rivelazioni e riflessioni di uno uomo, il Normal-One, sempre apparso al di fuori di un calcio che progressivamente deriva verso valori e princìpi lontani dalla passione primordiale da cui nasce: un uomo per cui, come affermato nelle quasi 200 pagine scritte, ”il calcio è qualcosa di terribilmente serio solo per 90 minuti”. E in effetti non potrebbe esserci affermazione più vera per descrivere Klopp: in quei novanta minuti, munito dell’immancabile tuta (quando può esimersi da abiti più formali), in campo mostra l’ardore di un guerriero ferito e l’ardire di un profeta del bel gioco. Jürgen Klopp è un personaggio che al calcio di oggi – un business ipocrita e miliardario mascherato da una solidarietà spiccia e dal continuo tentativo di arginare scandali finanziari e morali – è necessario: incarna in sé tutta una certa magia, un certo agonismo, una certa anima di questo sport che, data per scontata e inviolabile per troppo tempo, s’è fatta divorare dalle lotte intestine per i diritti Tv, dagli stipendi esorbitanti, dalle tendenze mercenarie dei giocatori, dall’odore del denaro che a favor di telecamera puzza ma sotto sotto incide, eccome.

Tutto questo i tifosi e gli appassionati lo sentono, lo percepiscono. Allora non stupisca che Klopp, aspirante dottore ma non abbastanza sicuro di se stesso per intraprendere una carriera di quel tipo, sia naturalmente stimato e privatamente amato dai più. Reading The Game è un’occasione per indagarne i lati nascosti e le convinzioni profonde: dall’influenza rilevante della moglie scrittrice, agli scatti irosi - quasi mostruosi -  che diversi arbitri hanno dovuto subire nel tempo, fino alla consapevolezza che c’è un'autenticità antidiluviana da riscoprire, e valorizzare, ogni volta che si rincorre un pallone.

Onestamente, per me, il calcio è qualcosa di terribilmente serio solo per 90 minuti. Durante la partita sono in una specie di stato di trance [...] Poi basta, però. Tutto il resto sono sciocchezze: il circo che è stato costruito intorno, le facce, gli attori, i protagonisti, è tutto una follia. E fortunatamente io sono abbastanza intelligente per accorgermene.”

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