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The Ghost Writer
La comunicazione politica via TikTok

Chissà se Don Camillo e Peppone si sarebbero sentiti a proprio agio nel battibeccarsi vicendevolmente attraverso i nuovi strumenti digitali e i social network. Probabilmente no, usi e costumi, azioni e contraddizioni sono figli dei propri tempi: il mondo creato dal Guareschi è un pilastro della letteratura contemporanea che, tra ideali e scontro dialettico, consente di immedesimarsi nei personaggi riscoprendo i problemi che caratterizzano la vita vera, quella in cui il sacrificio e la passione alimentano speranze e generano fiducia. Quell’Italia in bianco e nero non esiste più ma può insegnare ancora molto: oggi l’errore più grande della politica e dei suoi rappresentanti, in Italia come nel resto del mondo, rimane quello della contrapposizione a prescindere, l’idea della convergenza per il bene comune non fa parte di nessun programma. E così l’attenzione, pubblica e conseguentemente mediatica, si sposta dalle azioni ai comportamenti, amplificata dai social network.

Dalle dirette via facebook ai cinguettii sino ad arrivare ai video su tiktok, la piattaforma cinese nata nel 2015 con l’obiettivo di offrire agli adolescenti contenuti di intrattenimento musicale attraverso la realizzazione di video, oggi la nuova frontiera della comunicazione politica.

Chi sono i tikokers?

Mediamente è un pubblico giovane, dai 18 ai 24 anni, una fetta di popolazione notoriamente lontana dalla politica, abituata alla velocità, alla semplificazione, alla sintesi, a ragionare in modo autonomo, allontanandosi dall’omologazione. Se ci pensate sono tutte caratteristiche molto distanti da chi ha un ruolo politico. Molti leader lo hanno capito e negli ultimi anni hanno ricercato il consenso rivolgendosi proprio ai giovani anche attraverso l’uso dei social network.

Da politica gridata a politica patinata

E’ l’evoluzione dei tempi: l’attivismo online è ormai un dato di fatto, con pochi click si organizza un flash mob in 10 piazze italiane, attraverso una semplice diretta web di 15 secondi si è in grado di spostare l’attenzione da un problema irrisolto ad una polemica spicciola. Siamo davanti ad un modello di politica patinata, “photoshoppata” dove l’immagine conta più del contenuto. Non esisteranno più i grandi comizi in piazza alla Berlinguer, alla De Gasperi, alla Mitterrand, alla Churchill, l’asse della comunicazione si è già spostato e continuerà a farlo sempre più verso una strategia di consenso fatta di parole chiave divulgate con magistrale tattica attraverso i social network e l’intrattenimento live. L’immagine del leader è il principale contenuto e sono le tifoserie digitali a spingerne la popolarità.

Disinformazione e fake news

Questa evoluzione porta un rischio evidente, ovvero una forte esposizione pubblica dove però il rischio della strumentalizzazione o peggio ancora di inciampare in disinformazione e fake news è molto alto. Per questo diventa fondamentale prestare molta attenzione anche ai contenuti, veicolati con i tempi giusti e attraverso gli strumenti appropriati. Conta esserci ma conta ancora di più dire e fare la cosa giusta. Il popolo del web desidera percepire il cambiamento, non solo estetico ma anche nella sostanza, e rispetto al passato oggi il consenso lo si può perdere tanto velocemente quanto lo si è ottenuto. A chi opera in politica, ma non solo, oltre a presunti guru dei social network, il consiglio è affidarsi a professionisti seri e collaudati, che sappiano verificare le fonti; gestire con opportuna strategia le relazioni verso i media, che ricordiamocelo rappresentano ancora oggi il ponte di collegamento più importante verso l’opinione pubblica, e la pandemia non ha fatto altro che confermare questo;  fare analisi su trend e target, provando ad incanalare la comunicazione sulla diversità dei contenuti e non solo degli strumenti utilizzati; essere in dialogo continuo con l’informazione e la rappresentanza sociale ed economica, in una logica di cooperazione.

Il consenso non sono i like!

In sostanza siamo dentro una grande vivacità comunicativa, spesso ci lamentiamo di questo ma poi la ricerchiamo e vogliamo esserne i protagonisti. Per esserlo non basta un click, servono studio ed esperienza, perché uno, cento, diecimila like non rappresentano un consenso, sono come dice la parola stessa, un “mi piace”. Per ottenere il vero consenso serve considerare la comunicazione come un insieme di elementi strategici che vanno gestiti, governati e valorizzati attraverso la conoscenza, la preparazione, l’esperienza e la cultura del linguaggio. Tutto il resto sono strumenti di amplificazione, ovvero il mezzo e non il fine.

 

 

 

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