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Under 30 e dintorni
Marcello Signore “Ci sono tante opportunità per gli under 30”
Marcello Signore

Cosa significa “lavorare nella comunicazione”? Come e perché si diventa youtuber?

Marcello Signore, under 30, creativo, youtuber e scrittore, si racconta ad Affaritaliani.it. Dalla sua scelta di trasferirsi a Parigi all'esperienza di giovane autore nel mondo editoriale. Ovviamente non è mancata la sua opinione, da addetto ai lavori, sul ruolo degli “influencer”.

 

Marcello, prima domanda a risposta libera... parlaci un po' di te e di cosa ti occupi.

Sono uno youtuber e uno scrittore italiano che vive a Parigi. Ho la fortuna (ma anche la responsabilità) di condividere la mia vita, le cose che vedo e le mie parole con migliaia di persone tutti i giorni.

 

Se ti dovessi “etichettare” usando al massimo tre parole, come ti definiresti?

Creativo, spontaneo, testardo.

 

E se dovessi spiegare di cosa ti occupi alla vicina di casa novantenne che non sa nulla di YouTube e social?

Signoraaaaa (immagino che sia dura d’orecchi) ha presente quegli scemi che parlano da soli nell’internet e la gente li guarda, e ride? Ecco, io faccio quello.

 

Quali sono state le esperienze formative e professionali secondo te più significative nel tuo pecorso?

Lavorare in una grande agenzia pubblicitaria per tanti anni mi ha insegnato che tutto ha una strategia, che tutto è misurabile, e che “tu” è il brand più importante di tutti. Lavorando in televisione ho imparato “come parlare”. Non sono mai stato uno timido, ma a volte era difficile riuscire a dire tutto quello che pensavo, mi sembrava troppo. Quando sei davanti a uno schermo, tv o YouTube non importa, il tuo obiettivo è uno: far arrivare il tuo messaggio a chi ti ascolta nel minor tempo possibile. Altrimenti dopo un po’ chi c’è dall’altra parte ha già chiuso la finestra, cambiato canale, scelto un altro youtuber…

 

Cosa significa lavorare oggi nella comunicazione?

Niente. “Comunicazione” è diventato un termine inflazionato. Basta pensare alla parola “fotografo”. C’è il ragazzo che scrive sul suo blog di cucina, e il manager di una start up, c’è l’influencer e il giornalista online. “Lavoro nella comunicazione” is the new “lavoro nel mondo della moda”. Non significa niente se al tuo interlocutore non specifichi che cosa vuoi comunicare con il tuo lavoro.

 

Da circa un anno ti sei trasferito a Parigi. Scelta solo personale o, come spesso si dice, migliori prospettive lavorative?

Il bello di essere uno youtuber è che non sei vincolato a un ufficio, non hai bisogno di vivere in una città particolare “per lavoro”. Credo però che Parigi abbia regalato ai miei video una dimensione quasi “esotica”, per cui anche se faccio qualcosa di “normale” come fare la spesa sono pur sempre “a Parigi” e non ad Abbiategrasso. Da un punto di vista professionale, i miei video e i miei libri parlano all’Italia, quindi per me non è cambiato niente, lavoro ancora in Italia.

 

Come vedi la situazione attuale per gli under 30?

Ci sono tante opportunità per gli under 30, la domanda è: gli under 30 sono pronti per queste opportunità?

 

Di recente è tornata in auge la discussione sull'identità e il ruolo degli “influencer”. Cosa pensi al riguardo?

Credo che molto dipenda ancora dai brand, e dalle loro agenzie, più che da noi influencer. Gli influencer possono essere delle armi efficaci, o di distruzione di massa. I brand devono capire chi sono, come parlano, come lavorano e quindi imparare a sceglierli. Quanto sono “grandi”, i numeri, hanno smesso di essere rilevanti, anche se spesso si commette ancora l’errore di pensare che più i numeri sono alti “meglio è”. Credo che la domanda, prima di assumere un influencer, dovrebbe sempre essere: cosa sta facendo questa persona per me? È qualcosa che può essere bella, condivisibile, interessante? Le nostre storie possono incrociarsi e migliorarsi a vicenda? Dico “assumere” perché l’influencer oggi può essere una professione, se fatta nella maniera giusta. E per rompere qualche snobismo, non c’è nessuna differenza fra chi spacca i meloni con il sedere o scorreggia addosso alla gente, e chi fa dei piccoli documentari sulla sua vita o video profondi e impegnati. Se migliaia di persone guardano quel contenuto, c’è sempre un motivo. “Eh, ma una foto su Instagram con delle scarpe possono farla tutti! Che ci vuole, anche io posso fare un video YouTube dove parlo del make up per venti minuti!”. Se la pensate così, vi invito a provarci, forse potreste davvero essere degli influencer, e non saperlo ancora.

 

Sei attivissimo sui vari social. Hai migliaia di follower. Qual è il segreto per attirare e mantenere l'interesse di tante persone?

Non lo so, se lo sapessi avrei molti più followers! Credo sia la mia narrativa. Ce l’ho un po’ come deformazione professionale, essendo uno scrittore. Mi piace che ogni tassello che condivido online racconti una piccola storia. Su di me, su quello che mi circonda, su Parigi. In fondo io ho una vita semplice come quella di molti ventenni, una vita che di per sé non è “sensazionale”. Credo che le persone apprezzino questo modo di raccontare la semplicità e forse la mia storia diventa speciale proprio perché la condivido.

Horror story

 

Condividi praticamente tutta la tua vita con chi ti “segue” sui social. Che cosa ti ha spinto a questa scelta? Cosa si prova ad avere una “famiglia” così allargata?

Un giorno ho pensato, come si dice a Napoli, che se volevo fare questo lavoro tanto valeva “buttarsi a mare con tutti i panni”, fare all in. Non ho rinunciato alla mia privacy ma è vero che condivido molto di quello che mi succede, anche a livello personale. Mi sono anche detto: se ci sono delle cose che hai fatto, che non vuoi che gli altri sappiano, forse non sono delle cose positive da fare nella tua vita. Avere una community così alle/sulle spalle è una lama a doppio taglio: ti dà una forza incredibile, ma ti espone anche a tante negatività. Cerco sempre di far capire a tutti che la vita, così come la vediamo online, è vera, non è una finzione, ma che è solo una parte della realtà, e che a volte non dovremmo prenderla così sul serio…

 

Sei anche autore di tre libri. Com'è stata la tua esperienza come giovane autore?

L’editoria “tradizionale” non è stata una bella esperienza per me, e quando sono arrivato al self-publishing con “Non sei fatto per me” ho pensato di aver “fallito” come scrittore, di aver fatto un passo indietro. Mi sono dovuto ricredere. Mi piacerebbe tornare in libreria con una nuova storia, ma un po’ come in amore non voglio rischiare di “scottarmi” come in passato. Spero di trovare presto “quello giusto”, sia nell’editoria che nella vita.

 

Quali sono i progetti e, se si può svelare, il sogno nel cassetto di Marcello Signore?

Scrivere su National Geographic e passare un mese in una casa sul mare sperduta da qualche parte in Australia. Sposare Ryan Gosling l’ho dovuto cancellare dalla lista perché gli uomini degli altri non li guardo.

 

 

Gian Luca A. Lamborizio, alessandrino di nascita e milanese di adozione, ha frequentato il liceo classico e proseguito gli studi in ambito giuridico. È autore di “AAA Futuro cercasi. Essere giovani in tempo di crisi” e di “Penombra”, edito da Eretica Edizioni. Collabora come redattore con MilanoNera, diretta dallo scrittore Paolo Roversi, col settimanale La voce e altre testate.

Per esprimere i vostri commenti e pareri e se avete qualcosa di interessante da raccontare, non esitate a scrivere a: gla.lamborizio@gmail.com

 

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