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"Io, scartato dal Politecnico, vi spiego la fuga di cervelli"

Da anni si parla della difficile situazione della Ricerca in Italia. Sempre meno i fondi e le risorse messi a disposizione di giovani eccellenze che tutto il mondo ci invidia. Scoraggianti le voci che insistono sulla mancanza di meritocrazia negli atenei italiani.

E così sono tantissimi i brillanti ricercatori italiani che decidono di lasciare il proprio Paese per andare in centri esteri all'avanguardia che li apprezzano e valorizzano, offrendo loro fondi, strutture adeguate e riconoscimenti. “La famosa fuga di cervelli” di cui tanto si parla, un terribile vulnus per l'Italia ma a cui nessuno cerca di porre rimedio. E anche quando invece si cerca di reagire e riportare in Italia alcune delle nostre eccellenze, ecco che qualcosa non va come dovrebbe. E questo è proprio quanto è accaduto, ad esempio, a Vincenzo Dimonte, brillante ricercatore italiano in campo matematico con alle spalle un ricco curriculum di esperienze in realtà come Harvard, pubblicazioni e conferenze in giro per il mondo, attualmente impegnato presso il Kurt Gödel Research Center di Vienna. Ma per capire meglio cos'è successo e qual è la situazione della Ricerca in Italia, ho contattato direttamente Vincenzo, che ringrazio per la disponibilità.

 

Vincenzo, raccontaci bene chi sei e, in parole semplici semplici, di cosa ti occupi.

Sono un ricercatore post-doc in logica matematica. La logica si occupa dei fondamenti stessi della matematica, e più precisamente io lavoro in teoria degli insiemi, che si occupa dell’infinito nelle sue sfaccettature. Il problema è che Gödel ha dimostrato che la matematica è incompleta, ci sono delle domande a cui non può rispondere: io cerco di allargare la matematica in modo tale da trovare una risposta. Come? Postulando degli infiniti enormi, che trascendono la matematica stessa.

In questi giorni tantissimi stanno seguendo la tua vicenda, ulteriore eclatante esempio di quale sia la situazione della Ricerca nel nostro Paese. Ci vuoi raccontare cos'è successo?

In breve, ho vinto il concorso dedicato a Rita Levi Montalcini per il rientro dei cervelli. Ho proposto un progetto di ricerca, è stato accettato, e così il Ministero mi ha dato la possibilità di scegliere un’università dove portare avanti il progetto per tre anni. Alla fine dei tre anni, se l’università vuole, verrei assunto come professore associato. La mia prima scelta è stato il Politecnico di Torino, una grande università che pensavo all’avanguardia e aperta a stimoli esterni, coinvolta nella ricerca europea. Ho incontrato i vertici del Dipartimento di scienze matematiche, mi sembrava di aver fatto una buona impressione, ma poi mi è stato detto che mi hanno rifiutato, senza spiegazione. Il rettore del Politecnico, Marco Gilli, ha insistito, ma sono rimasti della loro opinione.

Le giustificazioni fornite dagli organi preposti per spiegare il diniego alla tua assunzione sono state piuttosto vaghe e generiche. Quali sono, secondo te, i motivi che hanno portato a tutto questo?

Mi piacerebbe saperlo. Ho chiesto delle spiegazioni chiare, ma non ho avuto risposta. Nelle motivazioni ufficiali sembra che si siano aggrappati a tutti i miei punti deboli, ma che abbiano ignorato i miei pregi e vantaggi, non so se per pregiudizio (la logica matematica, ahimé, è spesso vittima di pregiudizi), superficialità o scelta consapevole.

Da anni si parla della difficile situazione della Ricerca in Italia e della “fuga di cervelli”. Tu che vivi tutto questo in prima persona che opinione hai al riguardo?

Quello che vedo è che di ricercatori italiani ce ne sono molti nel mondo, e sono apprezzatissimi. Nel mio campo, non ho mai sentito nessuno lamentarsi di uno studente/ricercatore italiano. Ovvio che gli italiani, dunque, cerchino luoghi di lavoro dove sono ammirati e rispettati.

Spesso alcuni giudicano negativamente il fatto che molti ricercatori italiani si trasferiscano all'estero, impoverendo l'Italia. Ma ci sono tante altre alternative? Questa “fuga” è una libera scelta o una necessità?

È difficile rispondere a questa domanda, perché io conosco solo il mio campo. Non so, per esempio, un fisico o uno storico come si trovino in Italia. Ma nel mio caso è stato necessario trasferirmi all’estero, semplicemente non c’erano posti di lavoro (e non ci sono stati per più di sei anni).

Tu hai avuto modo di girare un po' tutto il mondo e ti sei rapportato con importanti centri di ricerca esteri. Quali sono le differenze sostanziali tra quelle realtà e quella italiana? Quali i vantaggi concreti che i ricercatori trovano lasciando il proprio Paese?

Sono stato un po’ viziato al Kurt Gödel Research Center di Vienna: è un centro pieno di attività, con ricercatori da tutto il mondo che vanno e vengono, e molte risorse a disposizione per viaggi e conferenze. Nel mio campo non c’è niente di questo livello in Italia, ma forse neanche in Europa. Praticamente parlando, lo stipendio di un ricercatore in Europa è molto maggiore rispetto ad uno italiano (nel mio caso stiamo parlando di più del doppio), e in Austria, poi, il welfare è migliore: sussidi di disoccupazione, maternità, assicurazione sanitaria…

È proprio di questi giorni la polemica sorta tra una tua collega, Roberta D'Alessandro, e il ministro Stefania Giannini. La D'Alessandro lancia dei forti j'accuse anche per quanto riguarda la meritocrazia in Italia. Qual è la tua opinione al riguardo?

La mia situazione è chiaramente diversa, visto che sto tornando in Italia grazie a fondi del Ministero. Probabilmente la situazione cambia da università a università, non avendo mai fatto ricerca in Italia non posso sapere. Però una cosa mi ha colpito, vista da fuori: c’è a volte una tendenza a non rispettare il giovane ricercatore, a fargli sudare il posto, come se assumere una persona valida fosse un favore per lei e non per l’università. È un po’ una tendenza gerarchica, che c’è in tutte le università del mondo, ma in Italia mi sembra più pronunciata.

Alla luce della tua esperienza, sceglieresti di nuovo di andare all'estero? E lo consiglieresti a dei tuoi giovani colleghi alle prese con la difficile situazione italiana?

Sì. Anzi, tutti dovrebbero andare all’estero. Una volta c’era il servizio militare, ora dovrebbe esserci un periodo all’estero obbligatorio per qualunque mestiere. Per vedere nuovi orizzonti, uscire un po’ dal guscio, capire veramente cosa vuol dire essere migranti, vedere la differenza fra naturale e culturale. Poi il problema, però, è rientrare. E aggiungo: l’Italia dovrebbe fare molto di più per attirare stranieri nelle università, perché (per esperienza) ora invitare uno straniero a fare ricerca in Italia è molto ostico.

La decisione di andare all'estero è sicuramente vantaggiosa dal punto di vista lavorativo e professionale. Ma quali sono i sacrifici a livello personale?

È una riscrittura completa della propria esistenza. Famiglia e amici restano alle spalle, e si vedono massimo due volte all’anno (facevo il conto: ho 30 anni, mettiamo che arrivo a 70, potrò rivedere queste persone solo altre 80 volte). Vivere in un ambiente straniero, poi, è usurante. Non tutti possono farcela, dipende da persona a persona.

Per concludere, quali sono le speranze e i progetti futuri di Vincenzo Dimonte?

Il progetto Montalcini continua. Ho scelto un’altra università, le cose stanno andando in maniera molto più limpida, e penso che mi troverò bene, continuerò a fare ricerca, e perché no, a visitare regolarmente Vienna e Harvard. Il mio desiderio è, una volta diventato professore, scrivere una monografia sulla mia ricerca. E anche fare un po’ di divulgazione: la mia materia è un po’ difficile da digerire, ma l’infinito è un concetto molto affascinante, secondo me c’è spazio d’interesse.

 

 

Gian Luca A. Lamborizio, alessandrino di nascita e milanese di adozione, ha frequentato il liceo classico e proseguito gli studi in ambito giuridico. È autore di “AAA Futuro cercasi. Essere giovani in tempo di crisi” e di “Penombra”, edito da Eretica Edizioni. Collabora come redattore con MilanoNera, diretta dallo scrittore Paolo Roversi, col settimanale La voce e altre testate.

Per esprimere i vostri commenti e pareri e se avete qualcosa di interessante da raccontare, non esitate a scrivere a: gla.lamborizio@gmail.com

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