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Campania
copertina libro

“Proprio a mmità 'e chesta vita nostra
m'arritruvaje, tremmanno d' 'a paura,
'int'a nu bbosco niro comm'a gnosta

e mme perdette ('a notte era assaje scura) …
A vv' 'o ddicere, è ttanto ca mme costa
ca mpietto zompa 'o core adderettura.”


Comincia così “Nfierno Priatorio Paraviso”, l'opera di Nazario Napoli Bruno che traduce in dialetto napoletano nove canti della Divina Commedia di Dante. Un'opera senza precedenti, che ha visto la luce dopo 6 mesi di lavoro e che è cominciata, nella più classica delle tradizioni che accompagnano le imprese, con un'invocazione: questa volta al Sommo Poeta. “Avevo un libricino sull'Inferno, una sera non avevo nulla da fare e ho cominciato a sfogliarlo – racconta Bruno – alla prima terzina mi sono fermato e mi sono chiesto: chissà se riesco a metterlo in napoletano. Purtroppo però non ci riuscivo”. Lo stallo è durato fino ad una passeggiata sotto la statua di Dante, a cui il poeta napoletano ha chiesto il “permesso”. “In fondo anche lui aveva scritto in dialetto, perché all'epoca quello era dialetto. Quando sono tornato a casa, mi è subito venuta la prima terzina. Dante mi aveva dato l'autorizzazione a lavorare a questo progetto”.

Nove canti, quattro dell'Inferno (primo, terzo, quinto, ventiseiesimo), tre del Purgatorio (primo, secondo e terzo), due del Paradiso (il primo e l'ultimo), che rispettano rigorosamente rime e endecasillabi. “Volevo cercare con il dialetto di riuscire a dare la stessa idea di Dante. L'ultimo del Paradiso, per esempio, è stato pazzesco, difficilissimo”. Basta leggerne qualche terzina per rendersene immediatamente conto. Così “Qual è colui che sognando vede, / che dopo 'l sogno la passione impressa / rimane, e l'altro a la mente non riede” diventa “E, comme quanno uno s'arreposa / e ssonna, ma po' dicere nun saje / pecché ll'anema toja sta penzierosa”.

Incredibile come Bruno sia riuscito a rendere anche la famosissima terzina “Non impedir lo suo fatale andare: / vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare” trasformata in “Chello ch'isso hadda fa' nun cuntrastare: / 'o vvo' Chi ce cumanna, che tte cride! / Chillo ca tutto pô; nun c'è cche ffare!”.

Molte delle persone che hanno sfogliato il testo di Nazario Napoli Bruno edito da Loffredo, hanno finito per impararne a memoria interi canti. “Io penso che sarebbe una cosa molto bella riuscire a portarlo nelle scuole – spiega l'autore – perché le volte in cui abbiamo avuto questa possibilità abbiamo avuto bei riscontri. Poi i ragazzi non fingono, sono sinceri. Mi piacerebbe davvero molto. Alcuni ragazzi mi hanno anche detto che l'hanno capita meglio in napoletano... Diciamo però che il merito è anche della bravissima attrice Liliana Palermo, che quando andiamo in giro a presentare il libro ne recita sempre alcuni brani”.

“Nfierno Priatorio Paraviso”, un piccolo volume giunto alla terza edizione e che contiene anche il testo originale a fronte, è sicuramente un must per gli appassionati di Dante e per i cultori della lingua napoletana. “Quasi nessuno scrive bene in questo dialetto – aggiunge Bruno – e noi stiamo facendo anche una battaglia per l'ortografia. Qui al Salotto Striano abbiamo intenzione di invitare esperti glottologi come Carlo Iandolo, per studiare dei testi in napoletano e poi aprire il dibattito”.

Attualmente Nazario Bruno sta lavorando ad alcuni progetti nuovi. “Stiamo cercando di mettere insieme un gruppo di poeti napoletani, a cui porremo un'unica condizione: potranno scrivere quel che vogliono ma dovranno accettare una revisione ortografica della loro scrittura in napoletano. Gli altri dialetti vengono scritti nello stesso modo da tutti quelli che li utilizzano, solo il napoletano no. Dobbiamo imparare a discuterne”. E infine, nel cassetto c'è una nuova pubblicazione, quella relativa alla traduzione di alcuni poeti, dal Trecento al Novecento. “Per il momento ho lavorato a quattro poesie di Leopardi, ma certo non è facile riuscire a rendere la bellissima costruzione classica di partenza”. L'entusiasmo e la passione comunque non gli mancano. E sono le basi che rendono possibile qualsiasi impresa.

Simona Petricciuolo
 

Tags:
divina commediadantenapoletanodialetto
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