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Cinefestival
Lo scrittore Alessandro Golinelli: "Diritti civili in Italia? C'è lavoro per le prossime generazioni..."

Alessandro Golinelli è autore, regista e scrittore. Nato a La Spezia e milanese d'adozione, nel 1989, scrive Basta che paghino, che affronta il tema della prostituzione maschile. 
Il romanzo pubblicato nel 1992 entra nella classifica dei libri più venduti, con due edizioni in un mese. Grazie al successo Alessandro Golinelli ottiene spazio al Maurizio Costanzo Show, dove oltre a parlare dei suoi libri, dichiara apertamente la propria omosessualità.

Nel 2002 esce 6°, romanzo che ottiene un notevole successo di critica. Nello stesso anno scrive, in collaborazione con Enzo Martinelli, Il volo di Margherita, saggio su globalizzazione, modernità e liberalismo.

Nel 2005 in coppia con Rocco Bernini gira un film in digitale con Gianni Fantoni dal titolo Fi Jerda - Al campetto, sul tema dell'immigrazione e nel 2014 esce il romanzo di ambientazione egiziana Una Rivoluzione, con il quale conquista il Premio Montale Fuori di Casa per la narrativa.

Affaritaliani lo ha incontrato alla presentazione del TGLFF per capire a che punto sono i diritti civili e se e cosa sia cambiato nella percezione del mondo omosessuale in Italia.

GUARDA LA VIDEOINTERVISTA DI ANDREA RADIC AD ALESSANDRO GOLINELLI

 

 

 

 

vi proponiamo la presentazione scritta da Golinelli dei Film selezionati per la 30 edizione del TGLFF 

30 ANNI DIVERSI PERCHÉ UNICI

Mai come in questo trentennale il TGLFF ha proposto un panorama tanto rappresentativo della pluralità di voci proprie del cinema LGBT. 

È stata una scelta. In trent’anni il festival ha portato alla ribalta del grande schermo temi e sguardi nuovi, di volta in volta privilegiando i più urgenti, originali o forti. Ma l’incertezza e i turbamenti adolescenziali, la scoperta della sessualità, l’esperienza affettiva e fisica, il coming out, l’amore impossibile, il rapporto con genitori, famiglia e amici, col mondo, l’erotismo consapevole, sfrenato, mercenario e, purtroppo, l’omofobia sono questioni fondamentali e che tormentano le persone LGBT da sempre e che da sempre toccano in modo profondo la sensibilità del pubblico e degli autori. Sono temi classici e non potevano mancare anche in questa trentesima edizione. Il film spagnolo As escondidas affronta il tenerissimo amore inter etnico e impossibile di due quattordicenni, e A Girl at My Door quello altrettanto inappagabile tra una poliziotta sud coreana e una ragazzina che ospita per sottrarla gli abusi paterni. L’olandese Zomer indaga la scoperta della sessualità di una liceale di campagna e del suo gruppo di amici, Beira-Mar le traversie sentimentali due ventenni brasiliani, amici ma non solo, En la gama de los grises, le  problematiche esistenziali di una insolita coppia a Santiago del Cile. E infine Larry Clark, col suo The Smell of Us, ci suggerisce le costanti antropologiche dell’adolescenza nel suo il coacervo di sfrontatezze, impulsi, debolezze, sconfinamenti, attraverso il ritratto senza veli di ragazzi e ragazze della Parigi attuale.  

L’incisivo corto The Decision, invece, mette in scena un altro tema classico, il coming out, ma in un ambiente nuovo, quello dell’immigrazione araba, e il lungometraggio Vestito de novia  ci propone il venire allo scoperto più arduo, doloroso, quello di una donna che deve rivelare di essere stata un uomo, in una Cuba ripresa con uno sguardo post ideologico. 

Certo il mondo è cambiato, lo sono anche le persone LGBT, e la famiglia è l’istituzione che ha subito i mutamenti più profondi coll’evolversi della società, mutamenti di cui il TGLFF è stato protagonista e testimone in questi ultimi trent’anni. Inimmaginabile nelle prime edizioni del festival avere un film come il francese L’arte de la fugue, dove il figlio gay dichiarato tiene le redini di legami familiari sgangherati e problematici. E anche la pellicola thailandese How to Win at Checkers (Every Time),  che racconta di un giovane gay dimostrando l’indissolubilità dei legami familiari in una struggente storia di amore e solidarietà fraterna, non avrebbe potuto esserci nel 1985. 

Molti problemi, però, restano, come ci mostrano due cortometraggi su due bambini che amano vestirsi da donna: uno, in Reflection, con una madre che sa scegliere, l’altro, in Moirè, con un nonno crudele e spietato. 

Ma se il cinema a tematica LGBT era partito puntando l’occhio sul rapporto di un gay con genitori eterosessuali, ora si è arrivati all’esatto contrario, come ci mostra il corto Wannabe, dove una altezzosa donna deve fare i conti con un padre trans, o il piccolo film italiano Un Mostro Chiamato Ignoranza, dove la discriminazione viene narrata dal figlio etero di due padri omosessuali. La famiglia è stata vivisezionata dal cinema e continua a esserlo, come nella spietata pellicola svizzera Unter der Haut che inquadra il matrimonio fasullo di un omosessuale ipocrita ma dal punto di vista della moglie. E il regista filippino Joselito Altarejos ne fa quasi un saggio antropologico del rapporto di coppia, del matrimonio, dei legami familiari, con la sua suggestiva pellicola Kasal. E anche il matrimonio gay, tutt’ora centrale nella lotta per i diritti civili, può addirittura essere messo sotto la lente dell’ironia in quei paesi dove è possibile celebrarlo, per esempio in Brasile, come fa il cortometraggio Aceito.

Col tempo sono venuti alla ribalta temi come il rapporto inter etnico, centrale in As escondidas, The Decision, Dólares de arena, o in Dans les yeux,. Altri, come l’Aids, protagonista per molti anni del festival, per fortuna hanno un minore impatto emotivo, di fronte a uno sterminio che non si è avverato. Anzi è semmai la possibilità di vivere serenamente anche con l’HIV che domina nei film degli ultimi anni, come in Aya Arcos, su una relazione cliente-marchetta, sensuale e sincera, e nel quale un test per la sieropositività diventa un modo per confrontarsi fino in fondo. 
Il sesso mercenario, un altro classico, è il soggetto, ma svolto con una maggiore consapevolezza dei ruoli e delle psicologie rispetto al passato, anche del belga Je sui à toi, che ci mette di fronte un ribelle che si vende anima e corpo a un panettiere, o  di Philippino Story, che ci da uno sguardo disincanto e dal suo interno del mondo della prostituzione maschile di Manila o, ancora, di Dólares de arena, che punta i riflettori su quella più inedita nella sua versione omosessuale, ovvero al femminile.

D’altronde il corpo umano non è cambiato, e nemmeno i meccanismi del desiderio o dell’accoppiamento, ma l’obbiettivo della cinepresa indugia anche su parti anatomiche prima tabù. Non ci si tira indietro di fronte alla fisicità adolescenziale, sia nei già citati, Philippino Story, Aya Arcos, Je suis à toi, The Smell of Us, ma anche nel brasiliano Praia do futuro o nell’australiano Drown. E tantomeno in Seed Money: The Chuck Holmes Story, un documentario sulla casa di produzione porno Falcon, o in quello più ironico Solos, un piccolo essay sul pacco dei pantaloni, o in un cortometraggio sulle docce dopo una partita di football, Boys.

Non sfuggono, però, le molteplici dimensioni dell’erotismo: il divertentissimo corto The Follower, nel quale una vecchietta si improvvisa segugio di un nero dagli slip rigonfi, lo usa per farci sorridere, mentre Das Zimmermädchen Lynn, su una giovane e attraente donna delle pulizie tedesca che ama passare le notti sotto i letti dei clienti dell’albergo dove lavora, ne offre un ritratto originale e inedito. 

Se gli esseri umani si amano da secoli allo stesso modo, altrettanto si odiano, purtroppo. Uno dei temi classici di cui il festival farebbe volentieri a meno è l’omofobia, sempre in agguato, specie nei paesi meno sviluppati o più integralisti, se non addirittura dominati da teocrazie. Il TGLFF ha tentato di spaziare tra i quattro continenti in tutte le sue edizioni, per portare sullo schermo la discriminazione anche più feroce, quella che comporta la pena di morte e quest’anno un cortometraggio americano, Aban + Khorshid ci impedirà di dimenticare due giovani gay iraniani e il lungometraggio While You Weren’t Looking metterà in luce le contraddizioni della società sudafricana indagando un gruppo di giovani gay e lesbiche della borghesia nera. 

Altri fenomeni sono improvvisamente venuti alla ribalta, come il bullismo, una forma sempre più frequente di omofobia, che è affrontato con una profondità psicologica inedita nell’australiano Drown, che ha per protagonisti giovani di provincia incapaci di controllare le peggiori pulsioni nascoste. Per non parlare della condizione dei gay ormai vecchi e magari soli, per esempio. Così un gruppo di anziani è protagonista assoluto di Before the Last Curtain Falls, che apre il sipario su un acclamato spettacolo teatrale sul corpo, la sensualità e la passione anche in tarda età.  

Crescendo in consapevolezza, il cinema LGBT ha avuto sempre più curiosità e coraggio, puntando l’obbiettivo anche su ambienti tabù, come lo sport, e come fa il documentario Fulboy, prodotto da Marco Berger, indagando il sensuale mondo del calcio professionistico argentino. O più scabrosi, insoliti, come il feticismo come nel già citato Das Zimmermädchen Lynn. O ha potuto poi col tempo guardare anche alla propria storia e ai suoi autori migliori, e Amos Guttman è uno tra questi, come ci dimostrano le sue pellicole per la prima volta in rassegna.   

Ma in tre lustri, a cavallo tra due secoli, la tecnologia ha fatto passi da gigante: dalla pellicola si è passati al ben più economico digitale, implementando così le produzioni, se pur a basso costo, di film e documentari a tematica anche in paesi dove l’industria cinematografica non li sostiene.  

Tra questi l’Italia, dove, specie recentemente, si sono fatti strada giovani filmmaker che non temono il pregiudizio, come dimostra un’ampia sezione di cortometraggi, tra i quali quelli di Max Croci, uno dei registi più attivi, e di documentari, come Torri, Checche e Tortellini, su un monumento simbolo del movimento e dei diritti gay, la storica torre del Cassero di Bologna. 

È per miopia però che la major cinematografiche del nostro paese non investono in pellicole a tematica LGBT, che invece superano sempre più spesso la barriera dei festival e del pubblico direttamente interessato, per riempire le sale. Lo hanno capito anche le star di Hollywood. Da Tom Hanks a Sean Penn, che hanno vinto un Oscar interpretano un personaggio omosessuale, in Philadephia il primo e in Milk il secondo. E per il trentennale, il festival di stelle del cinema che interpretano personaggi o storie LGBT ne ospita parecchie. Tab Hunter, innanzitutto, che nel documentario autobiografico Tab Hunter Confidential cisvela i retroscena della Hollywood Babilonia degli anni ’50 e ’60, quando lui era un irresistibile yankee biondo con gli occhi azzurri e intrecciava un’appassionata relazione con Anthony Perkins. 

Oppure Geraldine Chaplin, splendida protagonista di Dólares de arena, o Gena Rowlands, che si cimenta col ballo nel delicato racconto del rapporto di una anziana eccentrica e di un insegnante di danza gay, in Six Dance Lessons in Six Weeks, film con il quale si chiude il festival. C’è anche Burt Young, indaffarato con una statuetta di Tom of Finland, nel cortometraggio Tom in America. E soprattutto sullo schermo ci sono Ryan Phillippe, Salma Hayek, Neve Campbell, Mike Myers, Lauren Hutton, Michael York e Sela Ward, le star di 54: The Director’s Cut di Mark Christopher, come non sono mai state viste, in una versione restaurata e integrale, di una delle pellicole che ha maggiormente influenzato l’immaginario collettivo LGBT negli ultimi trent’anni. Buona visione. 


Alessandro Golinelli
Selezionatore TGLFF

Tags:
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